La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
Gli hisa amavano i doni. Emilio pensò a un dono, sullo scaffale accanto al letto, una conchiglia che aveva trovato in riva al fiume. La prese e la porse a Satin, e gli occhi scuri dell’indigena si illuminarono. Lo abbracciò.
— Ti voglio bene — annunciò.
— Anch’io ti voglio bene, Satin — disse Emilio. Le passò il braccio intorno alle spalle, l’accompagnò attraverso gli uffici fino alla camera di compensazione, e la fece entrare. Satin aprì il portello esterno, si tolse la maschera, gli sorrise, e agitò la mano.
— Io vado lavoro — gli disse. La navetta stava per arrivare. Un operaio umano non sarebbe stato capace di lavorare il giorno della partenza; ma Satin si avviò, sbattendo la porta fragile con ansioso entusiasmo, come se temesse che qualcuno cambiasse idea all’ultimo momento.
O forse era ingiusto attribuire motivazioni umane. Forse era gioia, o gratitudine. Gli hisa non capivano il concetto di paga: doni, dicevano.
Bennett Jacint li aveva capiti. Gli indigeni avevano cura della sua tomba. Vi deponevano conchiglie perfette, pelli, e le strane sculture nodose che per loro avevano un significato importante.
Emilio riattraversò il centro operativo, tornò nel suo alloggio, da Miliko. Si tolse la giacca, e l’appese al gancio, con il respiratore ancora al collo, un ornamento che tutti portavano da quando si vestivano al mattino fino a quando si spogliavano la sera.
— Ho sentito il bollettino meteorologico della stazione — disse Miliko. — Ricomincerà, dopo che il prossimo temporale ci avrà investiti. C’è un grosso uragano che si sta preparando sul mare.
Emilio imprecò: tanti saluti alle speranze di primavera. Miliko gli fece posto sul letto, in mezzo alle carte, e lui sedette ed esaminò i danni che sua moglie aveva segnato in rosso, le aree inondate che la stazione poteva mostrare dall’alto, lungo serie di cerchietti che erano gli accampamenti, accanto alle strade aperte con grande fatica e prive di pavimentazione.
— Oh, peggiorerà ancora — disse Miliko, mostrandogli la carta topografica. — Il computer prevede abbastanza pioggia, con questo temporale, per causare altre inondazioni nelle zone azzurre. Fino alla porta della base due. Ma quasi tutta la strada dovrebbe rimanere al di sopra del livello delle acque.
Emilio fece una smorfia, sospirando. — Speriamo. — La strada era importante; i campi potevano restare inondati ancora per settimane senza danni, a parte il rallentamento del programma. I cereali indigeni prosperavano nell’acqua, ne avevano bisogno nelle fasi iniziali dei loro cicli naturali. I graticci impedivano alle pianticelle di finire nel fiume. A soffrire di più erano i macchinari e il morale degli umani. — Gli indigeni non hanno torto — disse. — Lasciar perdere tutto durante l’inverno, vagabondare quando gli alberi fioriscono, far l’amore, sistemarsi in posizioni elevate e aspettare che i cereali maturino.
Miliko sorrise, continuando a tracciare segni sulle carte.
Emilio sospirò, sentendosi trascurato; prese la lastra di plastica che gli serviva come scrivania e cominciò a stabilire l’assegnazione del personale, riordinando le precedenze secondo l’equipaggiamento. Forse, pensò, se avesse insistito con gli indigeni, se avesse fatto doni speciali, sarebbero restati ancora un po’ di più, prima della migrazione stagionale. Gli dispiaceva perdere Satin e Denteazzurro; quei due gli erano stati molto utili, e avevano convinto i loro simili, quando c’era qualcosa che stava molto a cuore al loro Konstantin-uomo. Ma questo valeva per entrambe le parti in causa; Satin e Denteazzurro volevano andare; loro volevano qualcosa che lui poteva dare, e toccava a loro spuntarla, prima che arrivasse la primavera e perdessero ogni autocontrollo.
Stavano mandando i veterani e i novellini e i volontari del settore Q lungo la strada, in ciascuna delle nuove basi, cercando di mantenere proporzioni che non rischiassero di causare disordini fra il personale, e di trasformare i volontari del settore Q in operai, sebbene questi ultimi fossero convinti di venire sfruttati; cercavano di puntare sul morale… erano i più volenterosi ad essere mandati, e la base principale doveva tenersi i più riottosi in quell’enorme cupola, più volte ampliata e integrata tanto che adesso non meritava più il nome di cupola… si estendeva irregolarmente sulla collina vicina e causava continue difficoltà. Gli operai umani occupavano le cupole più vicine; le più comode… erano sempre riluttanti a farsi trasferire fuori, in condizioni più disagiate, ai pozzi o nei nuovi accampamenti, soli alle prese con la foresta e le inondazioni e i Q e gli hisa.
Le comunicazioni erano sempre un problema; erano in collegamento, ma là fuori si sentivano soli. L’ideale sarebbe stato servirsi di aerei; ma l’unico fragile velivolo che avevano costruito qualche anno prima era precipitato sul campo d’atterraggio, due anni addietro… gli apparecchi leggeri e i temporali della Porta dell’Infinito non andavano d’accordo. Preparare un campo d’atterraggio per le navette… questo era in programma, almeno per la base tre; ma l’abbattimento degli alberi doveva essere eseguito in accordo con gli indigeni, e questo era un altro problema. Con il livello tecnico che avevano a disposizione sul pianeta, i cingolati erano ancora i mezzi più efficienti per spostarsi, lenti e pazienti come era sempre stato il ritmo della vita sulla Porta dell’Infinito; i cingolati che si muovevano sbuffando nel fango o nell’acqua, con grande meraviglia e gioia degli indigeni. Petrolio e cereali, legname e verdure invernali, pesce essiccato, il tentativo di addomesticare i piccoli pitsu che gli hisa cacciavano… (Voi cattivi, avevano detto gli indigeni, al riguardo, fate stare loro caldi in voi campo e poi mangiate, non buona questa cosa. Ma gli indigeni, alla base uno, erano diventati pastori, e avevano imparato a mangiare la carne degli animali addomesticati. L’aveva ordinato Lukas, e quello era uno dei progetti di Lukas che aveva dato buon esito). Gli umani, sulla Porta dell’Infinito, erano abbastanza ben equipaggiati e provvisti di viveri, anche con l’afflusso dei profughi. Non era un’impresa da poco. Le manifatture della stazione e le manifatture sul pianeta lavoravano senza interruzione. Raggiungere l’autosufficienza, riprodurre tutte le merci normalmente importate, realizzare le quote non soltanto per se stessi ma anche per la stazione sovraffollata, e accumulare quel che potevano… stava ricadendo tutto sulle loro spalle, laggiù: la popolazione in eccesso, il peso della gente nata nella stazione, i loro compagni e i profughi che non avevano mai messo piede su un pianeta. Non potevano più contare sul commercio che un tempo aveva unito Viking e Mariner, Esperance a Pan-Paris e Russell e Voyager e le altre stazioni in una grande Lega autonoma. Nessuna delle altre stazioni avrebbe potuto farcela da sola; nessuna aveva il mondo abitabile che era indispensabile… un mondo abitabile e la manodopera per sfruttarlo. Adesso erano all’esame nuovi progetti, le prime squadre stavano partendo per il pianeta, per lavorare nelle miniere, per riprodurre i materiali già disponibili nell’intero sistema di Pell… nell’eventualità che le cose andassero peggio del previsto. Avrebbero varato nuovi massicci programmi, quell’estate, quando gli indigeni sarebbero stati di nuovo abbordabili; li avrebbero avviati a dovere in autunno, la stagione in cui gli indigeni lavoravano di più, quando i venti freschi facevano pensare di nuovo all’inverno; infatti sembrava che non si riposassero mai, lavorando per gli umani e lavorando per portare il muschio morbido nelle loro gallerie sulle colline boscose.
Per la Porta dell’Infinito si avvicinava un cambiamento. La popolazione umana era quadruplicata. A Emilio dispiaceva, ed anche a Miliko. Aveva già escluso certe aree, sulle onnipresenti carte topografiche… luoghi che nessun umano doveva mai toccare, i luoghi più belli, quelli che sapevano essere sacri per gli indigeni, e quelli indispensabili per i cicli degli hisa e degli animali selvatici.