La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
- Автор: Брэкетт Ли Дуглас
- Год: 1956
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Героическая фантастика
Электронная книга - «La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]». Краткое содержание книги:
Rold prese una sola nave, con una ciurma scelta, e partì da Khondor nel cuore della notte. Jaxart partì con lui. Tutti conoscevano gli enormi pericoli di quel viaggio. Ma una imbarcazione snella e veloce, con dei Nuotatori in avanscoperta, per esplorare le acque, avrebbe potuto sfuggire alla continua sorveglianza dei Sark. Avrebbero lasciato la nave in secca, sulla riva sabbiosa di una caverna nascosta che si apriva sul mare, della quale Jaxart conosceva l’esistenza, e che si trovava a ovest di Jekkara; avrebbero compiuto il resto del tragitto per via terra.
«Se dovesse accadere qualcosa durante il viaggio di ritorno,» proclamò Rold, con cupa solennità, «Affonderemo la nostra nave.»
E dal momento in cui la nave era salpata per la sua pericolosa missione, non ci fu più niente da fare, se non aspettare.
Carse non rimaneva mai solo. Gli vennero assegnate tre camere piccole, in un’ala deserta del Palazzo, e in ogni momento c’erano delle guardie che lo sorvegliavano a vista.
Una paura corrosiva si stava insinuando nella sua mente, malgrado tutti gli sforzi che egli compiva per liberarsene. Si sorprendeva più volte ad ascoltare, nel silenzio dei propri pensieri, cercando di scoprire l’insinuarsi di una voce interiore, straniera; ed egli cercava, nei propri pensieri e nelle proprie azioni, di scoprire qualche piccolo segno, o qualche piccolo gesto, che non fossero suoi. L’orrore di quell’esame mentale nella caverna dei Sapienti aveva lasciato sul suo spirito una terribile cicatrice, un marchio che non sarebbe mai più scomparso. Ora sapeva. E, sapendo, non avrebbe più potuto dimenticare… neppure per un momento.
Così di giorno e di notte ascoltava i suoi pensieri, aspettando che in essi si insinuasse una voce furtiva. Così, di giorno e di notte, sorvegliava le sue reazioni e i suoi gesti, cercando di scoprirvi il segno di qualcosa di alieno, di diverso da lui.
Non era il terrore della morte a opprimerlo, benché, essendo umano, lui non volesse morire. Era il terrore, l’atroce terrore di rivivere ancora quell’orribile momento, nel quale lui aveva cessato d’essere se stesso, nel quale la sua mente e il suo corpo erano stati posseduti, in ogni cellula, in ogni atomo, dall’oscuro invasore. Peggiore del terrore della pazzia, gravava su di lui l’inumano, allucinante terrore del dominio di Rhiannon.
Emer veniva spesso a parlare con lui, a studiarlo. Carse sapeva che la fanciulla vigilava, cercando di scoprire in lui gli eventuali segni dell’insorgenza di Rhiannon. Ma finché ella sorrideva, Carse sapeva di essere salvo.
Non aveva più guardato nella sua mente, da allora. Ma una volta aveva accennato a ciò che vi aveva visto.
«Tu vieni da un altro mondo,» gli disse, con quieta certezza. «Credo di averlo capito dal primo momento in cui ti ho visto. Tutti i suoi ricordi erano nella tua mente… un luogo desolato e deserto, infinitamente strano e infinitamente triste.»
Si trovavano sull’angusto balcone del piccolo appartamento di Carse, un balcone sospeso sulla parete a strapiombo sul mare, più in basso, molto più in basso della cima dello scoglio, e il vento soffiava forte e profumato dalle verdi foreste dell’entroterra.
Carse annuì.
«Un mondo amaro, un mondo crudele. Ma possiede una sua bellezza.»
«C’è bellezza anche nella morte,» disse Emer, «Ma io sono felice di sentirmi viva.»
«Dimentichiamo quell’altro luogo, allora. Parlami di questo, che vive con tanta forza, con tanta intensità. Rold mi ha detto che tu frequenti molto spesso gli Halfling.»
Lei rise.
«A volte mi prende in giro, dicendo che sono una creatura fatata, e che in realtà non sono umana.»
«In questo momento non sembri umana,» le disse Carse, «Con il chiarore delle lune sul tuo volto, e con i tuoi capelli che scintillano dei riflessi di questo chiarore.»
«A volte, vorrei che fosse vero. Tu sei mai stato nelle Isole dei Celesti?»
«No.»
«Sono come castelli che sorgono dal mare, alti quasi quanto Khondor. Quando i Celesti mi portano là, oppure io sono costretta a rimanere sul terreno, mentre essi volano felici intorno a me, battendo l’aria con quelle loro grandi, immense ali. Mi sembra allora che il loro volo sia la cosa più bella del mondo, che non ci sia nulla di più bello che volteggiare felici nell’aria, sfrecciando veloci e scendendo lenti… e allora piango, piango per questa gioia che non potrò mai conoscere.
«Ma quando vado con i Nuotatori, sono ancor più felice. Il mio corpo è molto più simile al loro che a quello dei Celesti, anche se non è così agile e leggero. Ed è meraviglioso… oh, sì, meraviglioso!… tuffarsi nelle acque scintillanti, e vedere i giardini che essi coltivano, giardini sommersi, colmi degli strani fiori marini che ondeggiano e s’inchinano nella corrente, con i pesciolini colorati che sfrecciano in mezzo a loro come uccelli.
«E le loro città, bolle d’argento nelle acque dell’oceano. Laggiù il cielo è sempre un ardente concerto di fiamma, d’oro purissimo quando splende il sole, di puro argento quando cade la notte. È sempre caldo, e l’aria è quieta e immobile, densa e trasparente e tiepida, e ci sono piccole pozze ove i bambini giocano, imparando a essere forti per potere affrontare il mare aperto.
«Io ho imparato molte, moltissime cose dagli Halfling!» concluse.
«Ma anche i Dhuviani sono Halfling?» domandò Carse.
Emer rabbrividì.
«I Dhuviani sono la più antica, tra tutte le razze degli Halfling. Ormai sono rimasti in pochi, e abitano tutti a Caer Dhu.»
D’un tratto, Carse le domandò:
«Tu che possiedi la sapienza degli Halfling… non conosci alcun modo, per liberarmi dalla cosa mostruosa che è in me?»
Lei riprese, con tristezza:
«Neppure i Sapienti sono capaci di tanto.»
Il terrestre serrò i pugni, rabbiosamente, e la sua voce fu come un grido di collera e di disperazione, nel silenzio del balcone.
«Allora, sarebbe stato meglio che mi aveste ucciso là, nella caverna!»
Dolcemente, Emer posò la mano su quella di Carse, e disse:
«C’è sempre tempo per morire.»
Quando lei se ne andava, Carse cominciava a percorrere a grandi passi il piccolo appartamento, camminando su e giù per le stanze, inquieto, per ore e ore. Avrebbe voluto cercare l’oblio nel vino, ma era un rischio che non osava correre, per paura di addormentarsi. E quando infine la stanchezza aveva il sopravvento su di lui, le guardie lo legavano al letto, e un guerriero vegliava su di lui, con la spada sguainata, pronto a svegliarlo se egli avesse dato segno di sognare.
E infatti, Carse sognava. A volte non erano niente più che incubi, nati dalla sua disperazione, e a volte l’oscuro, profondo bisbiglio di una voce aliena pareva giungere quieto, insinuante, da qualche oscuro recesso del suo spirito, dicendo:
«Non aver paura. Lasciami parlare, perché io devo dirtelo.»
E molte volte Carse si svegliò, con l’eco delle sue grida di orrore ancora risonante nelle sue orecchie, e con la sfavillante punta della spada diretta minacciosamente contro la sua gola.
«Non ho alcuna intenzione malvagia. Potrei dissipare le tue paure, se soltanto volessi ascoltarmi!»
Carse si domandò più volte che cosa gli sarebbe accaduto prima: sarebbe impazzito, oppure si sarebbe gettato dal balcone per precipitare nel mare impetuoso che spumeggiava laggiù, lontanissimo, tra gli scogli?
Boghaz gli era sempre vicino, ora più che mai. Pareva affascinato dalla cosa che s’annidava in Carse. E pareva anche intimorito, ma quel timore non era sufficiente a impedirgli di rimproverare in ogni occasione, e spesso in tono furibondo, Carse, per avere rivelato il segreto della Tomba senza chiedere nulla in cambio.
«Ti avevo detto di lasciare a me tutte le trattative!» esclamava. «Hai tra le mani la più grande fonte di potere di Marte, e le regali ai primi che incontri! La regali, senza neppure ottenere in cambio la promessa che, una volta messe le mani su quelle armi, essi ti risparmieranno la vita!»