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Crociata spaziale [The High Crusade - it]

Электронная книга - «Crociata spaziale [The High Crusade - it]». Краткое содержание книги:

La favolosa età del Medio Evo si interseca ai viaggi intergalattici in un complesso misterioso e avvincente. Dalle profondità del cosmo, durante l’era delle Crociate, discende, presso una cittadino della Gran Bretagna, una potente astronave, i cui occupanti, esseri mostruosi, sono vinti da un gruppo di Crociati in attesa di partire per liberare il Santo Sepolcro. Essi si impadroniscono del vascello spaziale, e congetturano di usarlo per recarsi in Terra Santa. Per il tradimento di uno dei mostri superstiti che avrebbe dovuto pilotare l’astronave, i Terrestri si trovano proiettati nello spazio e devono conquistare il pianeta di origine dei Galattici. Avventura del tutto nuova che interesserà per lo spirito di abnegazione e per il coraggio di coloro che intensamente la vivono.

Nominato per premio Hugo in 1961.
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Ma, quando vide suo marito, ritto nella sua armatura spaziale tutta sfregiata contro la gelida luce del bagliore diffuso, il suo passo perse di sicurezza.

«Milord…»

Sir Roger si tolse l’elmo di materiale trasparente. I tubi di rifornimento dell’aria impacciarono un poco il suo gesto da gran Cavaliere, quando lui se l’infilò sotto il braccio e posò un ginocchio davanti a lei.

«No!», gridò a gran voce. «Non ditelo! Lasciate che sia io a dirlo, "Mia Signora e mio amore"».

Lady Catherine avanzò come una sonnambula.

«La vittoria è vostra?»

«No. Vostra.»

«Ed ora…»

Sir Roger si rizzò in piedi, facendo una smorfia mentre il peso di tutte le cose da fare ripiombava sulle sue spalle.

«Riunioni», disse. «Riparare i danni della battaglia. Costruire nuovi navi, raccogliere altri eserciti. Intrighi tra alleati, teste da sbattere l’una contro l’altra, fifoni da rincuorare. E combattimenti, nuovi combattimenti. Finché, a Dio piacendo, i musi azzurri non verranno ricacciati sul loro pianeta natale e si sottometteranno…»

S’interruppe. Il viso di lei aveva perso il bel colore che per un momento aveva assunto.

«Ma per stanotte, mia Signora,» disse un poco impacciato, anche se doveva aver provato quella battuta ormai parecchie volte, «credo che ci siamo guadagnati il diritto di rimanere soli, affinché io possa rendervi omaggio.»

Lei tirò un sospiro e tremò per un attimo.

«Sir Owain di Montbelle è vivo?», chiese.

Quando il Barone non le disse di no, Lady Catherine si segnò, ed un pallido sorriso le apparve fuggevolmente sulle labbra. Poi diede il benvenuto ai Capitani alieni, e porse loro la mano perché la baciassero.

CAPITOLO XVII

Arrivo ora ad una parte assai dolorosa di questa storia, una parte che è assai difficile scrivere. Ed io non fui presente se non all’atto finale.

Tutto questo avvenne perché Sir Roger si lanciò in questa sua crociata come se volesse fuggire lontano da qualcosa, il che in un certo senso era anche vero, ed io fui trascinato con lui come una foglia travolta da una bufera. Io ero il suo interprete ma, in ogni momento in cui non avevamo nulla da fare, divenni anche suo insegnante per istruirlo nella lingua wersgoriana, finché la mia povera e debole carne non ce la fece più.

L’ultima visione, prima di cadere nel sonno, era quella della luce di una candela che si proiettava sul magro viso del mio Signore. Poi questi mandava spesso a chiamare un dotto, esperto di lingua jairiana, perché proseguisse l’insegnamento fino all’alba. Di quel passo non trascorsero molte settimane che era già in grado di imprecare orribilmente in entrambe le lingue.

Frattanto continuava a guidare i suoi alleati con la stessa durezza che impiegava con se stesso, convinto che non bisognasse dare il tempo ai Wersgorix di riprendersi. Bisognava perciò attaccare un pianeta dopo l’altro, conquistarlo e stabilirvi sopra una guarnigione, affinché il nemico fosse costretto a battersi sempre in svantaggio, sulla difensiva.

In questo compito ricevemmo grande aiuto dalle popolazioni indigene rese schiave dai Wersgorix. Di regola a queste dovevano essere forniti solo armi ed una guida, poi esse attaccavano i loro padroni in grandi orde e con tanta ferocia che questi ultimi fuggivano da noi in cerca di protezione.

Jair, Ashenkoghli e Pr?*tan erano inorriditi, privi com’erano di esperienza in tali faccende; Sir Roger, invece, aveva conosciuto la Jacquerie in Francia. Confusi e stupiti dal suo modo di agire, i suoi colleghi comandanti giunsero ad accettare sempre di più la sua indiscussa supremazia.

Le varie vicende di quanto successe sono troppo complicate, e variano troppo da mondo a mondo, perché valga la pena di registrarle in questo misero resoconto, ma, per riassumere l’essenziale, i Wersgorix avevano distrutto su ogni pianeta abitato la civiltà originale preesistente. Adesso, però, anche il sistema wersgoriano veniva rovesciato, e Sir Roger si fece avanti a colmare il vuoto che si era venuto a formare, un vuoto fatto di paganesimo, anarchia, banditismo, carestia, con la minaccia sempre presente di un ritorno dei musi azzurri e la necessità di addestrare i nativi perché rinforzassero la nostra scarna guarnigione.

Il Barone aveva una soluzione pronta per questi problemi, una soluzione che si era imposta in Europa durante quei secoli non molto diversi susseguitisi alla caduta di Roma: il sistema feudale.

Ma, proprio mentre stava posando la pietra d’angolo che avrebbe consolidato la sua vittoria, il disastro si abbatté su di lui. Che Dio abbia pietà della sua anima! Mai era vissuto Cavaliere più valoroso. Perfino adesso, dopo una vita intera, le lacrime mi velano gli stanchi occhi e desidererei tanto sorvolare frettolosamente questa parte della mia cronaca, tanto più che, avendo assistito io a poca parte dei fatti, sarei anche scusato se lo facessi.

Comunque, coloro che tradirono il loro Signore non si precipitarono a farlo, ma vi finirono impaniati per gradi e, se Sir Roger non fosse stato cieco a tutti i segni di avvertimento, ciò non sarebbe mai successo. Perciò non trascriverò qui i fatti con fredde parole, ma ritornerò al precedente (e credo più vero) sistema di inventare intere scene, affinché le persone che ormai sono polvere, tornino a rivivere e ad essere conosciute, non come malvagie entità astratte, ma come anime fallibili, di cui forse Dio, all’ultimo momento, ebbe pietà.

Cominciamo da Tharixan. La flotta era già partita per impadronirsi della prima colonia wersgoriana nella sua lunga campagna. Ora, una guarnigione jairiana occupava Darova, e quelle donne, vecchi e bambini che avevano così validamente resistito al nemico, ottennero in ricompensa tutto ciò che era in potere di Sir Roger da dar loro.

Il Barone infatti li trasferì sull’isola in cui pascolava il nostro bestiame, dove avrebbero potuto abitare nei boschi e nei campi, costruendo case, occupandosi degli armenti, andando a caccia, seminando e mietendo, quasi come se si trovassero in patria. Del loro governo fu incaricata Lady Catherine, la quale tenne con sé, tra tutti i prigionieri wersgoriani, Branithar, sia per impedirgli di rivelare troppo ai Jair, sia perché continuasse a istruirla nella sua lingua. Le fu anche assegnata una piccola e veloce astronave da usare in caso di emergenza. In quanto alle visite dei Jair da oltre il mare, furono scoraggiate affinché non ci osservassero troppo da vicino.

Fu un periodo di quiete, tranne che nel cuore della mia Signora.

Per lei il gran dolore iniziò il giorno dopo l’imbarco di Sir Roger, mentre passeggiava su un prato fiorito ascoltando il gemito del vento tra gli alberi. Un paio delle sue dame la seguiva da presso. Attraverso il bosco risuonavano voci, si sentiva sibilare una scure, abbaiare un cane, ma per lei tutto sembrava lontano, come in un sogno.

Improvvisamente si fermò di botto e, per un istante, riuscì solo a fissare quell’immagine, poi portò una mano tremante al crocifisso che portava al collo.

«Maria abbi pietà!»

Le sue dame, ben addestrate, scivolarono discretamente via, allontanandosi da lei.

Dalla radura veniva avanti zoppicando Sir Owain di Montbelle. Era vestito con abiti sgargianti, e solo una spada ricordò a Lady Catherine che c’era ancora la guerra. La gruccia cui si appoggiava non interferì minimamente con la grazia con cui, inchinandosi, si tolse il cappello piumato.

«Ah!», esclamò il giovane.

«In questo stesso istante questo luogo è diventato l’Arcadia, e il vecchio Hob il porcaro che ho appena incontrato è il pagano Apollo che suona sull’arpa un inno alla grande Dea Venere.»

«Cos’è successo?»

Gli occhi di Catherine erano un lago azzurro di preoccupazione.

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