Crociata spaziale [The High Crusade - it]
- Автор: Андерсон Пол Уильям
- Год: 1962
- Язык: итальянский
- Год: Ponzoni Editore
- Переводчик: Pina Manzini
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Crociata spaziale [The High Crusade - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per premio Hugo in 1961.
Il viaggio non durò a lungo, solo qualche giorno terrestre, da quanto potemmo giudicare dai nostri orologi. Servì tuttavia a farci riposare, così che, quando entrammo nel sistema planetario di Bodavant, eravamo irrequieti come mastini.
Ormai sappiamo che ci sono soli di molti colori e dimensioni, tutti mescolati fra di loro. I Wersgorix, come gli umani, davano la preferenza ai piccoli soli gialli. Bodavant, invece, era più rosso e più freddo. Solo uno dei suoi pianeti era abitabile e, se anche questo di nome Boda avesse potuto essere colonizzato dagli uomini o Wersgorix, per loro sarebbe stato troppo scuro e gelido; quindi i nostri nemici non si erano preoccupati di sottomettere i nativi Jair, ma si erano semplicemente limitati ad impedir loro di fondare nuove colonie oltre quelle già fondate, ed a costringerli ad accettare dei trattati commerciali assolutamente sfavorevoli.
Il pianeta stava sospeso tra le stelle come un immenso scudo chiazzato e ragginoso e, quando le navi da guerra indigene ci contattarono, arrestammo obbedienti la nostra flottiglia. O meglio, cessammo di accelerare e ci tuffammo nello spazio in un’orbita iperbolica subluce, seguiti dalle navi jariane. Ma tutti questi problemi di navigazione celeste mi danno il mal di capo, e preferisco lasciarli agli astrologi ed agli angeli.
Sir Roger invitò l’Ammiraglio jariano a salire a bordo della nostra Ammiraglia, ed io feci da interprete, servendomi naturalmente della lingua wersgoriana. Ma mi limiterò a rendere il succo della conversazione e non il tedioso scambio di frasi faticose che in effetti avvenne.
Avevamo approntato il ricevimento con una certa imponenza per far colpo sui nostri visitatori. Nel corridoio che portava dal portale al refettorio erano state schierate due file di armigeri. Gli arceri avevano rammendato brache e farsetti, avevano infilato delle piume nei cappelli, ed avevano appoggiato gli archi a terra davanti a sé. I comuni armigeri, invece, avevano lustrato gli elmi e le cotte di maglia, ed avevano formato un arco di picche. Più oltre, là dove il passaggio diventava più alto ed ampio, risplendevano venti cavalieri lucenti nelle loro armature complete, in groppa ai loro destrieri, con stendardi e scudi blasonati, piumaggi e lance. Sull’ultima porta, il Mastro di Caccia di Sir Roger li attendeva con un falco sul polso ed un branco di mastini ai piedi.
Le trombe squillarono, i tamburi rullarono, i cavalli si impennarono, i cani ansimarono, e tutti insieme facemmo tremare la nave al grido tonante di:
«Dio e San Giorgio per la felice Inghilterra! Hurrà!»
I Jair parvero piuttosto spaventati, ma continuarono a venire avanti fino ad entrare nel refettorio, alle cui pareti erano state appese le più splendide stoffe provenienti dai nostri bottini. All’estremità della lunga tavola, su un trono affrettatamente costruito dai nostri carpentieri, e circondato da alabardieri e balestrieri, era assiso Sir Roger che per l’occasione aveva indossato vesti ricamate.
Quando i Jair entrarono, il Barone sollevò una coppa d’oro wersgoriana e brindò alla loro salute con birra inglese. In effetti avrebbe voluto usare del vino, ma Padre Simon aveva deciso di riservare quest’ultimo solo per la Santa Comunione, sottolineando il fatto che tanto quei Demoni alieni non si sarebbero accorti della differenza.
«Wâes hâeil!», declamò Sir Roger, una frase inglese che gli piaceva pronunciare perfino quando parlava in francese, lingua a lui più usuale.
I Jair esitarono finché un paggio li tolse dall’imbarazzo indicando loro dove sedere con un cerimoniale che assomigliava a quello della Corte Reale. Poi io recitai un Rosario e chiesi a Dio la benedizione sulla conferenza.
Questo, lo confesso, non fu fatto per motivi puramente religiosi. Noi eravamo già venuti a sapere infatti, che i Jair si servivano di certe formule verbali per invocare i poteri nascosti del corpo e della mente; ora, se per caso loro erano così stupidi da scambiare il mio armonico latino per una versione ancora più impressionante della stessa cosa, non era proprio colpa nostra, vi pare?
«Benvenuto, Milord!», disse Sir Roger.
Anche lui appariva molto riposato e c’era attorno a lui una punta di diavoleria. Solo coloro che lo conoscevano molto bene, avrebbero potuto immaginare il vuoto che vi albergava dentro.
«Invoco il vostro perdono per il modo poco acconcio con cui sono entrato nel vostro regno, ma le notizie che reco non possono proprio aspettare.»
L’Ammiraglio jariano si chinò verso di lui, teso in volto. Era un essere leggermente più alto di un uomo, sebbene più agile e aggraziato, con una morbida pelliccia grigia sul corpo ed un collare di piume bianche attorno alla testa. Sul viso portava baffi felini, ed aveva enormi occhi violetti, ma per il resto aveva un aspetto umano. Ovvero appariva umano, come possono apparirlo i volti in un trittico dipinto da un artista non troppo abile. Indosso aveva abiti aderenti di una stoffa bruna con le insegne del suo grado.
Ma, di fronte allo splendore che avevamo noi, lui ed i suoi colleghi apparivano davvero ben scialbi. Il suo nome, come scoprimmo dopo, era Beljad sor Van e, come ci aspettavamo, colui che era a capo della difesa interplanetaria aveva anche un’alta posizione nel governo di quel pianeta.
«Non sospettavamo davvero che i Wersgorix si fidassero a tal punto di un’altra razza da amarla e farne un’alleata!», osservò l’alieno.
Sir Roger scoppiò in una risata.
«Non direi proprio, Nobile Signore! Io arrivo a Tharixan che ho appena conquistata. E impieghiamo astronavi catturate ai Wersgorix per incrementare la nostra flotta.»
Beljad si rizzò a sedere di scatto. I peli della sua pelliccia vibrarono per l’eccitazione.
«Allora siete anche voi un’altra razza che conosce il volo stellare?», gridò.
«Noi siamo Inglesi!», rispose Sir Roger, sfuggendo così alla domanda. Non desiderava infatti mentire a potenziali alleati più del necessrio perché se poi avessero scoperto la verità, avrebbero potuto mostrarsi risentiti.
«I nostri Signori hanno possedimenti estesi all’estero, come l’Ulster, il Leinster, la Normandia… ma non voglio annoiarvi con un elenco di nomi.»
Io ero stato l’unico a notare che in effetti non aveva affermato che quelle Contee e Ducati fossero dei pianeti.
«Per farla breve, la nostra è una civiltà di origini antichissime, i nostri documenti scritti risalgono infatti a più di cinquemila anni fa.» Per quel calcolo si servì con la miglior approssimazione possibile dell’equivalente wersgoriano; e chi potrebbe negare che le Sacre Scritture si dipanano con assoluta precisione dal tempo di Adamo?
Beljad rimase però, meno impressionato, di quanto ci aspettassimo.
«I Wersgorix vantano solo duemila anni di storia chiaramente identificata, dal momento che la loro civiltà si è ricostruita dopo l’ultima guerra che li aveva completamente distrutti,» disse, «ma noi Jair possediamo una cronologia perfettamente documentata degli ultimi ottomila anni.»
«Da quanto tempo praticate il volo spaziale?», chiese Sir Roger.
«Da circa due secoli.»
«Ah. I nostri primi esperimenti in questo campo risalgono a… quanto tempo fa diresti, Fratello Parvus?»
«A circa tremilanciquecento anni fa, in un luogo chiamato Babele», risposi.
Beljad quasi si strangolò. Sir Roger continuò come se niente fosse.
«Questo universo è tanto grande che il Regno Inglese in espansione non è venuto a contatto col regno wersgoriano, anch’esso in espansione, che in tempi molto recenti. Solo che loro non si sono resi conto dei nostri veri poteri e ci hanno attaccati proditoriamente. Ma sapete anche voi quanto siano malvagi. Noi invece siamo una razza assolutamente pacifica.»
Dai nostri prigionieri, che ne avevano parlato in tono sprezzante, avevamo saputo che la Repubblica Jairiana deplorava la guerra e non aveva mai colonizzato un pianeta che già era abitato da una popolazione indigena.