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La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]

Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:

L’impero della Terra si estende attraverso una miriade di mondi, mondi antichi ma anche giovani e freschi e ribelli, disseminati nella sconfinata immensità degli spazi galattici. Un impero richiede forza e controllo: un impero diffuso attraverso gli anni luce è un impero destinato a sfaldarsi sotto la spinta di innumerevoli forze disgregatrici. Le colonie stellari più remote sono ansiose di affrancarsi dal gioco pesante del pianeta madre… che ha creato un’avida compagnia interstellare, la Multiplanetaria del Sole, per privare di ogni ricchezza i mondi dei pionieri. Ma la Lega delle Grandi Stelle decide di opporsi a queste spinte contraddittorie... e il nodo cruciale della situazione diventa una titanica stazione siderale situata nel sistema nel Sole di Pell, una colossale base cosmica nota nella Galassia umana come “la Porta dell’Infinito”. E in questa complessa partita a scacchi tra la Terra e la Confederazione dei Grandi Abissi, s’inserisce il fattore vitale della Lega dei Mondi Ribelli… uno scontro tra forze contrastanti ciascuna delle quali può muovere le stelle e i soli della Galassia, forze tra le quali nessuna sembra avere la possibilità di vincere realmente la battaglia… Un gigantesco, splendido affresco galattico, uno dei grandi cicli della fantascienza moderna: tutto questo, e molto di più, è La Lega dei Mondi Ribelli.

Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
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Arrivarono i libri, quattro cassette da usare con il mangianastri, e lui se li strinse al petto, cullandoli, sorridendo fra sé, e poi sghignazzando, seduto a gambe incrociate sul letto, perché era vero. Lui aveva toccato il mondo reale, e il mondo reale aveva toccato lui.

Si guardò intorno: era solo una stanza, con pareti di cui non aveva più bisogno.

LIBRO SECONDO

CAPITOLO PRIMO

BASE PRINCIPALE: PORTA DELL’INFINITO: 2/9/52

Il cielo era sereno, quella mattina, appena increspato da pochi cirri, in alto, e da una fila di nubi schierata attraverso l’orizzonte settentrionale, al di là del fiume. Era un panorama ampio; di solito occorreva un giorno e mezzo perché le nubi all’orizzonte raggiungessero la base, ed essi intendevano approfittare di quella tregua, rimediando all’inondazione che li aveva isolati dalla base quattro e da tutti gli altri campi della catena. Speravano che fosse l’ultimo temporale di quell’inverno. Le gemme degli alberi erano gonfie da scoppiare, e i germogli del grano, che l’alluvione aveva ammassato contro i tralicci nei campi, presto avrebbero avuto bisogno di venire sfoltiti e trapiantati nella sede definitiva. La base principale sarebbe stata la prima ad asciugarsi; seguita poi dalle basi verso valle. Il livello del fiume era un po’ più basso, quel giorno, almeno così riferivano dal mulino.

Emilio vide il cingolato dei rifornimenti che percorreva la strada fangosa, lungo il fiume; si voltò e percorse il lento sentiero che portava più in alto, verso le cupole installate sulle colline, cupole che erano diventate due volte più numerose, senza contare quelle che erano state trasferite più avanti, lungo la strada. Si udiva il ritmo irregolare dei compressori, il polso incessante dell’umanità sulla Porta dell’Infinito. Ad esso si accompagnava il rumore in sottofondo delle pompe che eruttavano l’acqua che si era infiltrata nelle cupole nonostante tutti i tentativi di impermeabilizzare i pavimenti; altre pompe erano in azione presso le dighe del mulino e nei campi. Non si sarebbero arrestate prima di aver liberato i campi.

Primavera. Probabilmente l’aria aveva un profumo delizioso, per gli indigeni. Gli umani non lo sentivano, dato che respiravano attraverso le maschere, emettendo profondi sibili. Emilio sentiva con piacere il dolce tepore del sole sulla schiena; questo almeno poteva apprezzarlo. Gli indigeni andavano avanti e indietro, svolgendo le loro mansioni con esuberanza incontrollata; preferivano compiere dieci tragitti di corsa, portando una bracciata di roba, piuttosto che uno solo, faticoso, con un carico scomodo. Ridevano, lasciavano cadere i fardelli per giocare, al minimo pretesto. Emilio era sinceramente stupito che continuassero a lavorare, proprio mentre stava arrivando la primavera. Nella prima notte serena erano riusciti a tenere tutti svegli, al campo, con il loro vocio, additando allegramente il firmamento e parlando con le stelle; alla prima alba senza nubi avevano levato le braccia verso il sole che spuntava all’orizzonte, salutando festosamente i primi raggi… ma quel giorno anche gli umani erano d’umore più lieto, al primo chiaro segnale della fine dell’inverno. Ormai il clima era nettamente più mite. Le femmine erano diventate invitanti, i maschi storditi; si sentiva cantare fra i cespugli e gli alberi delle colline, trilli e ciangottii, fischi sommessi e appassionati.

Non era ancora la vertigine che sarebbe subentrata quando gli alberi fossero stati in fiore. Allora gli hisa avrebbero perduto ogni interesse per il lavoro e sarebbero partiti per i loro vagabondaggi, prima le femmine, sole, e poi i maschi che le avrebbero seguite ostinatamente in luoghi dove gli umani non si avventuravano. Molte femmine della terza stagione sarebbero diventate sempre più rotonde, durante l’estate — almeno, quanto poteva permetterlo l’esile costituzione degli hisa — per partorire d’inverno, rintanate nelle gallerie sui fianchi delle colline, quegli esserini tutti gambe e braccia e ricoperti di pelame rossiccio, che la primavera seguente se ne sarebbero andati in giro da soli.

Emilio passò oltre gli hisa che giocavano, salì il sentiero di pietre irregolari che portava al Centro Operativo, la cupola più alta della collina. Sentì uno scricchiolio sui sassi, dietro di sé; si voltò e vide Satin che lo seguiva zoppicando, con le braccia distese per tenersi in equilibrio, i piedi nudi sulle pietre aguzze e la faccia da folletto contratta per lo sforzo di camminare su di un sentiero costruito per gli stivali degli umani. Emilio sorrise, nel vederla imitare i suoi passi. Satin si fermò e sogghignò, insolitamente splendida, ornata di pelli morbide e di perline e d’uno straccio rosso di stoffa sintetica.

— Navetta arriva, Konstantin-uomo.

Era così. In quella giornata limpida era in programma un atterraggio. Emilio, contro il buon senso, e a dispetto degli assiomi secondo cui le coppie diventavano instabili in primavera, le aveva promesso che lei e il suo compagno avrebbero potuto lavorare per un certo periodo nella stazione. Se c’era un hisa che aveva veramente barcollato sotto carichi troppo pesanti, era Satin. Aveva cercato disperatamente di fargli una buona impressione… Vedi, Konstantin-uomo, io lavoro buono.

— Pronta per partire — commentò, guardandola. Lei mostrò i numerosi sacchetti, pieni di chissà cosa, che portava addosso, e li batté con le mani ridendo beata.

— Io fatto bagagli. — E poi si rattristò e allargò le braccia. — Io finito per volere bene te, Konstantin-uomo, tu e tua amica.

Moglie. Gli hisa non avevano mai capito cosa fossero marito e moglie. — Vieni dentro — l’invitò, commosso da quel gesto. Gli occhi di Satin brillarono di gioia. Gli indigeni venivano scoraggiati persino dall’avvicinarsi alla cupola del Centro Operativo. Era molto raro che uno di loro venisse invitato a entrare. Emilio scese i gradini di legno, pulì gli stivali sulla stuoia, aprì la porta e rimase a guardare, mentre Satin si assestava il respiratore che portava al collo, prima di aprirle il portello interno.

Alcuni degli umani che stavano lavorando alzarono la testa, guardando — certuni aggrottarono la fronte — e ripresero il lavoro. Molti tecnici avevano gli uffici nella cupola, separati da bassi divisori di vimini; l’area che lui divideva con Miliko era più indietro, dove l’unica parete solida della grande cupola offriva loro uno spazio abitativo privato, una sezione di tre metri per tre, con una stuoia sul pavimento, che fungeva da ufficio e da camera da letto. Aprì quella porta, e Satin lo seguì, guardandosi intorno come se non riuscisse ad assorbire neppure la metà di quello che vedeva. Non è abituata ai tetti, pensò Emilio, immaginando quale cambiamento enorme doveva essere per un indigeno venir trasferito nella stazione. Niente vento, niente sole, soltanto acciaio, povera Satin.

— Bene — esclamò Miliko, alzando gli occhi dalle carte topografiche sparpagliate sul letto.

— Ti voglio bene — disse Satin; avanzò con assoluta sicurezza, e abbracciò Miliko, guancia contro guancia, nonostante l’impaccio del respiratore.

— Sei in partenza — disse Miliko.

— Vado a tua casa — disse Satin. — Vado casa Bennett. — Esitò, intrecciò le mani dietro la schiena, con diffidenza, si dondolò un poco, guardando prima l’uno poi l’altro. — Volevo bene Bennett-uomo. Vedo lui casa. Riempio occhi lui casa. Scaldo, scaldo noi occhi.

Qualche volta i discorsi degli indigeni non avevano molto senso; qualche volta, i significati filtravano con sorprendente chiarezza. Emilio la guardò con una specie di rimorso; avevano a che fare con gli hisa da tanto tempo, eppure nessuno di loro riusciva a pronunciare più di qualche parola della loro lingua. Bennett lo aveva fatto meglio di tutti.

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