La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
Nonostante i nostri sforzi, i Troiani ressero la porta impedendoci di entrare. Ci volevano uomini determinati per respingere un esercito, ma la retroguardia troiana aveva la determinazione che nasce dalla disperazione. Sapevano che se fossimo riusciti a forzare la porta, la loro città sarebbe stata finita; le loro vite, le loro famiglie, le loro case sarebbero state spazzate via. Così ci trattennero, uomini e ragazzi che prendevano il posto di quelli che noi uccidevamo, mentre i guerrieri scampati alla battaglia sgusciavano all’interno delle mura, continuando a combattere anche in ritirata.
Infine, arrivò il colpo che mise fine a quel massacro. Tutto sembrava muoversi ancora al rallentatore, per me. Le frecce fendevano l’aria così pigramente che pensai di poterle acchiappare a mani nude. Avrei potuto dire dove i guerrieri avrebbero diretto il loro colpo successivo solo guardando i loro occhi e i muscoli che si tendevano e guizzavano sotto la pelle.
Sempre combattendo mentre mi voltavo per occuparmi di alcuni soldati che cercavano di varcare la porta per mettersi in salvo, vidi Achille, con gli occhi assetati di sangue, la bocca aperta in un sorriso selvaggio, che colpiva qualsiasi troiano gli arrivasse a tiro di spada. E contemporaneamente vidi, sui bastioni, un uomo attraente dai lunghi capelli biondi che si sporgeva fuori con un arco in mano, e scoccava una freccia, ornata di grigie penne di falco, in direzione della sua schiena indifesa.
Come in un sogno, o in un incubo, gridai un avvertimento, che si perse nel clamore della battaglia. Mi feci strada tra una mezza dozzina di uomini che lottavano furiosamente e tentai di raggiungere Achille mentre la freccia correva infallibilmente verso il suo bersaglio. Cercai di deviarla con la mano dalla sua traiettoria, e ci riuscii.
Quasi.
La freccia colpì Achille sulla parte posteriore della gamba sinistra, appena sopra il tallone. Il principe dei Mirmidoni crollò a terra con un lacerante grido di dolore.
16
Per un istante il mondo sembrò fermarsi.
Achille, il campione che sembrava invulnerabile, giaceva nella polvere, a contorcersi nell’agonia, con un freccia che gli sporgeva dalla caviglia sinistra.
Io mi accasciai vicino a lui e staccai la testa del primo Troiano che gli si avvicinò con un solo colpo di spada. Ulisse e Diomede mi raggiunsero subito, e improvvisamente la battaglia cambiò indirizzo. Non stavamo più cercando di forzare le porte Scee; stavamo lottando per mantenere in vita Achille e riportarlo al nostro accampamento.
Ci ritirammo lentamente, e in verità i Troiani sembrarono ben felici di lasciarci andare. Si precipitarono dentro le mura e chiusero le porte massicce. Io presi Achille tra le braccia, mentre Ulisse e gli altri facevano quadrato intorno a noi, e ci dirigemmo di nuovo verso l’accampamento.
Con tutta la sua ferocia e la sua forza, Achille era leggero come un bambino. I suoi Mirmidoni ci circondarono, fissando il loro principe ferito con occhi spalancati e sbalorditi. Il brutto viso di Achille era madido di sudore, le labbra serrate in una bianca linea di dolore mentre lo portavo oltre l’enorme quercia piegata dal vento appena al di là della porta.
— Mi è stata offerta una scelta — mormorò a denti stretti — tra una vita lunga e serena e una folgore di gloria. Io ho scelto la gloria.
— Non è una ferita seria — dissi.
— Saranno gli dèi a decidere quanto sia seria — rispose lui, con una voce così debole che riuscii a malapena a sentirlo.
A metà della pianura inondata di sangue ci vennero incontro sei uomini che portavano una barella di strisce di cuoio, e io vi deposi Achille più dolcemente che potei. Lui fece una smorfia, ma non gridò né si lamentò.
Ulisse posò una mano pesante sulla mia spalla. — Gli hai salvato la vita.
— Hai visto?
— Sì. La freccia era diretta al cuore.
— Quanto pensi che sia grave la ferita?
— Non troppo — rispose Ulisse. — Ma sarà fuori combattimento per molti giorni.
Percorremmo la pianura bruciata fianco a fianco. Il vento si stava di nuovo alzando dal mare, soffiandoci in faccia la polvere, obbligandoci a chinarci mentre camminavamo verso l’accampamento. Mi facevano male tutti i muscoli del corpo. Ero letteralmente incrostato di sangue, sul braccio con cui tenevo la spada, sulle gambe, sulla tunica.
— Hai combattuto molto bene — disse Ulisse. — Per un attimo ho pensato che saremmo riusciti a forzare la porta e a entrare nella città, finalmente.
Scossi la testa stancamente. — Non possiamo forzare una porta difesa. Ed è troppo facile per i Troiani tenerla appena socchiusa.
Ulisse annuì. — Pensi che i tuoi Hatti riusciranno davvero a costruire una macchina che ci permetterà di scalare le mura?
— Sostengono di averlo già fatto, a Ugarit e da qualche altra parte.
— Ugarit — ripeté Ulisse. Sembrava colpito. — Parlerò con Agamennone, e il Consiglio. Finché Achille non tornerà fra noi, non abbiamo speranza di prendere d’assalto una delle loro porte.
— E poca anche con Achille — dissi.
Mi guardò con severità, ma non disse niente.
Polete stava letteralmente saltando sulle sue gambe nodose quando tornai all’accampamento.
— Che giornata! — continuava a ripetere. — Che giornata!
Come al solito, mi strappò di bocca ogni più piccolo dettaglio della battaglia. Aveva guardato dalla cima della fortificazione, naturalmente, ma la folle mischia alla porta era troppo lontana e troppo confusa perché potesse capirci qualcosa.
— E cos’ha detto Ulisse a quel punto? — chiedeva. — Ho visto Diomede e Menelao dirigersi fianco a fianco verso la porta; chi dei due è arrivato prima?
Mi aveva organizzato un banchetto a base di una densa zuppa d’orzo, agnello, cipolle arrostite, pane non lievitato ancora caldo dal forno di terracotta e una borraccia di vino puro.
E mi costrinse a parlare senza mancare un intervallo tra un boccone e l’altro.
Io mangiai, e feci il mio rapporto al cantastorie mentre il sole calava nel mare e le cime delle montagne diventavano d’oro, poi porpora, e svanivano infine nel buio. La prima stella si accese in un cielo viola senza nubi, talmente bella che mi fece comprendere perché ogni cultura le desse il nome della propria dea dell’amore.
Le domande di Polete non finivano mai, così a un certo punto lo mandai a vedere cosa riusciva a scoprire circa le condizioni di Achille. Un po’ era per liberarmi del suo tormento, un po’ per calmare uno strano disagio che si agitava dentro di me. “Achille è perduto”, mi avvertiva una voce dentro la testa. “Non sopravviverà a Ettore di molte ore.”
Cercai di allontanarla catalogandola come sciocchezza, prodotto della fatica della battaglia, pura e semplice caduta di nervi. Eppure spedii Polete a scoprire quanto fosse grave, in realtà, la ferita del principe.
— E trova Lukka e mandamelo — gridai alla sua schiena che si allontanava.
L’ufficiale hatti sembrava cupamente divertito quando arrivò al mio fuoco e salutò battendosi il pugno contro il petto.
— Hai visto la battaglia? — chiesi.
— Una parte.
— Cosa ne pensi?
Non fece nessun tentativo per nascondere il suo disprezzo. — Sembra un gruppo di ragazzi troppo cresciuti che si azzuffano nella piazza principale.