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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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Achille fece una finta ed Ettore seguì il movimento per una frazione di secondo. Fu abbastanza. Spiccando un balzo degno di un saltatore che lo sollevò completamente da terra, Achille si gettò addosso a Ettore stringendo la lancia con tutta la forza di entrambe le mani. La punta colpì la corazza di bronzo del suo avversario; potei sentirla stridere mentre scivolava in alto lungo l’armatura cercando una fessura in cui penetrare, e poi colpire Ettore sotto il mento.

L’impatto fece indietreggiare il Troiano, che però non cadde. Per un istante i due campioni rimasero allacciati, Achille che spingeva la lancia verso l’alto, stringendo le mani intorno all’asta sino ad avere le nocche bianche, gli occhi fiammeggianti di odio e di sete di sangue, le labbra stirate in un ringhio ferino. Le braccia di Ettore, impacciate dalla lunga lancia, e dal grande scudo, si piegavano in avanti, come ad abbracciare il suo uccisore. La punta dell’arma di Achille entrò più profondamente nella sua gola, su attraverso la mascella, e si conficcò alla base del cervello.

Ettore si afflosciò, quasi appeso alla lancia mortale. L’Acheo diede uno strattone e il corpo senza vita del principe Troiano scivolò sul terreno polveroso.

— Per Patroclo — gridò Achille, brandendo in alto la lancia insanguinata.

Un boato di trionfo si alzò dai nostri ranghi, mentre i Troiani sembravano pietrificati da un orrore mozzafiato.

Achille lasciò cadere la lancia ed estrasse la spada dal fodero. Si accanì attorno al collo di Ettore incidendo una, due, tre volte: voleva staccare la testa come trofeo.

I Troiani urlarono e sì gettarono in massa contro di lui. Senza bisogno di alcun ordine caricammo anche noi. In un batter di ciglia, un combattimento singolo ormai concluso si trasformò in una violenta battaglia generale.

Mi affrettai dietro al carro di Ulisse, pensando che proprio gli uomini che avevano sperato che il duello tra i due campioni avrebbe messo fino alla guerra, si stavano spontaneamente lanciando in una sconsiderata e inutile battaglia, senza pensare, senza preoccuparsi della vita, come lemming suicidi che rispondono meccanicamente a qualche spinta misteriosa.

— Vi piace combattere — ricordai che mi aveva detto una volta il Radioso, molto tempo prima. — Di questo istinto ad uccidere ho dotato le mie creature.

E poi non ci fu più tempo per pensare. Avevo la spada in mano e i nemici mi stavano attaccando, con la sete di sangue e morte in fondo agli occhi. Come Achille, mi liberai dello scudo ingombrante. Non ne avevo bisogno: i miei sensi passarono all’ipervelocità e il mondo intorno a me divenne un sogno al rallentatore.

La spada di ferro funzionava bene. Scheggiava o rompeva le lame di bronzo. Il suo bordo affilato penetrava nelle armature. Raggiunsi il carro di Ulisse. Lui e molti altri guerrieri, con i loro carri, avevano formato una copertura attorno al corpo di Ettore, mentre Achille e i suoi Mirmidoni spogliavano il cadavere sino alla pelle. Io vidi la testa mozzata del coraggioso principe ondeggiare in cima a una lancia, e mi voltai disgustato. Poi qualcuno lo legò per le caviglie al retro di un carro e cercò di farsi strada nella confusione crescente trascinando il corpo straziato verso l’accampamento Acheo.

Invece di scoraggiarsi a quelle barbarie, i Troiani ne risultarono galvanizzati. Lottarono con la rabbia fomentata da quella stessa dissacrazione e si batterono ferocemente per recuperare il corpo di Ettore prima che sparisse dietro le nostre fortificazioni.

Mentre la battaglia si faceva più furiosa, mi resi conto che i Troiani non stavano proteggendo né le linee di ritirata, e nemmeno le porte da cui avevano lasciato la città.

Mi avvicinai di corsa al carro di Ulisse e, superando lo sbraitare delle imprecazioni e il clamore della battaglia, gridai: — La porta! Hanno lasciato la porta sguarnita!

Gli occhi di Ulisse luccicarono. Guardò in alto verso le mura della città e poi di nuovo me. Annuì una volta.

— Alla porta! — urlò con una voce che rimbombò per la pianura. — Alla porta, prima che riescano a chiuderla!

Con questo grido Ulisse si allontanò dalla confusione intorno al cadavere di Ettore, seguito da altri due carri. Io corsi avanti, aprendomi la strada a suon di fendenti finché non ci fu più niente tra me e le mura di Troia se non il terreno nudo vuoto.

— Alla porta! — sentii gridare dietro di me, e un carro passò sferragliando, con i cavalli chiusi nelle loro corazze, le froge sbuffanti, gli occhi bianchi che roteavano.

Il cadavere di Ettore venne immediatamente dimenticato. Il nuovo obiettivo era il raggiungimento delle porte Scee. Ulisse guidava gli Achei che stavano mettendocela tutta per arrivarci prima che i Troiani riuscissero a chiuderle. L’esercito troiano cercava di precederli, in modo da riparare nelle protettive mura prima di esserne tagliato fuori.

Achille, di nuovo sul suo carro, si stava aprendo una strada di sangue fra i Troiani menando fendenti con la spada, finché sia i poveracci a piedi quanto i nobili sui carri non gli fecero ala, sia pure malvolentieri. Allora strappò la frusta dalle mani del suo auriga e incitò i cavalli a un galoppo frenetico verso la porta della città.

Io vidi Ulisse scagliare la lancia contro il petto di un uomo a guardia della porta. Subito sbucarono altri Troiani, vecchi dalla barba grigia e giovani armati di leggeri giavellotti da lancio e di spade. Dai bastioni che fiancheggiavano la porta su entrambi i lati, altri soldati stavano lanciando pietre e frecce infuocate. Ulisse fu costretto a ritirarsi.

Ma non Achille. Andò dritto verso la porta, dimentico del bombardamento dall’alto. La retroguardia nemica si disperse al suo arrivo, riparandosi dietro le massicce porte di legno. Dall’interno, qualcuno cominciò a chiuderle. Vedendo che lo spazio si faceva troppo piccolo perché il suo carro potesse passarci Achille saltò a terra, con la lunga lancia ancora grondante di sangue, e caricò la porta. Si trovò davanti un muro di lame, ma lo divise impetuosamente, vibrando colpi e fendenti senza quartiere.

Ulisse e un altro guerriero, che poi seppi essere Diomede, corsero ad aiutarlo sui loro carri, i grandi scudi legati sulle spalle che li proteggevano dalle pietre e dalle frecce che piovevano dall’alto. Vidi il grosso delle truppe troiane non molto dietro di noi, una mischia aggrovigliata che lottava con gli Achei, cercando di aprirsi la strada verso la città.

Mi infilai tra Ulisse e Achille, parando i colpi di lancia che difendevano il passaggio ormai stretto tra le porte. Afferrai una lancia con la mano sinistra, e la strappai dalle mani del ragazzo spaventato che la teneva, la gettai a terra e allungai il braccio per prenderne un’altra.

Mentre continuavo a farmi strada in questo modo, nel profondo di me mi domandai per quale ragione avrei dovuto uccidere i Troiani. “Sono uomini, esseri umani, creazioni del Radioso proprio come me. Quello che fanno, lo fanno perché il Radioso li manovra, li manipola, proprio come manovra e manipola me.” Ma mi dissi anche: “Tutti gli uomini muoiono, e alcuni muoiono molte volte. Lo scopo della vita è la morte, e finché le creature servono il Radioso, anche inconsapevolmente, anche inconsciamente, allora sono miei nemici. E io li ucciderò, proprio come loro ucciderebbero me”.

E lo feci. Tirai a me la lancia che avevo afferrato trascinandomi dietro l’uomo dalla barba grigia che l’impugnava finché non fu a portata della mia spada. Lui vide il colpo arrivare e lasciò l’asta, gridando e portandosi le mani sulla testa come se questo avesse potuto proteggerlo. La mia lama gli trapassò il costato e gli si conficcò nel cranio.

Un ragazzino mi si gettò addosso con la lancia, mentre liberavo la spada. Lo schivai, ed estratta la spada dalla testa del vecchio puntai contro il nuovo aggressore. Ma il colpo non servì a molto, solo a spaventarlo. Indietreggiò, ma poi avanzò di nuovo. Non gli diedi una seconda possibilità.

La battaglia alla porta mi sembrò durare ore, anche se il senso comune mi dice che si trattò solo di qualche minuto. Il resto dei Troiani arrivò combattendo ancora furiosamente con il grosso delle truppe degli Achei. Carri e fanti colpirono, tagliarono, imprecarono e gridarono e urlarono come impazziti in quello stretto passaggio tra le mura. Polvere e sangue e frecce e pietre riempivano l’aria di morte. I Troiani stavano combattendo per le loro vite, cercando disperatamente di entrare, proprio come gli Achei avevano tentato di sfuggire alla lancia di Ettore pochi giorni prima.

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