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Il sogno di Lincoln [Lincoln's Dream - it]

Электронная книга - «Il sogno di Lincoln [Lincoln's Dream - it]». Краткое содержание книги:

Vincitore del John W. Campbell Memorial Award, ambito premio statunitense riservato agli autori più promettenti, Il sogno di Lincoln (1987) è il primo romanzo importante di Conie Willis, un’autrice che si è poi segnalata con opere di tutto rispetto.
Che accadrebbe se una donna dei nostri tempi scoprisse di poter viaggiare nel tempo grazie ai suoi poteri mentali, in particolare a una specie di ponte psichico stabilito con il generale Robert Lee, il grande sconfitto della guerra civile? Da questa premessa parte un romanzo appassionante, una cruda e realistica ricostruzione della guerra civile americana e del suo mondo, ma anche un’avventura ricca di imprevisti: per esempio; che ruolo ha nella vicenda il cavallo di Lee, Traveller? E perché un uomo dei nostri glomi sembra inspiegabilmente identificarsi con lui? Lo scoprirete con Connie Willis.
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Fino a ora ero stato certo che tutte quelle chiamate, quelle teorie, avessero uno scopo preciso, fossero parte di un estremo tentativo di convincermi a riportare indietro Annie; adesso però cominciavo a dubitarne. Le teorie non collimavano fra di loro. A volte addirittura erano in aperta contraddizione, e lui saltava dall’una all’altra con la stessa insistenza di un uomo che stia raccontando il proprio sogno. Continuava a usare la voce del Buon Psichiatra, ma, ascoltandolo meglio, mi sembrava che non stesse cercando di convincere me quanto piuttosto se stesso.

“Oggi sono stato da uno psichiatra junghiano” disse Broun dopo che Richard ebbe finito. Pronunciava ‘Jung’ come se rimasse con ‘bang’.” La sua teoria è che il nostro inconscio si presenta come un magazzino con dentro tutto ciò che è successo nel passato. L’inconscio collettivo di Jung. ma non solo le memorie della razza umana: proprio tutto.”

Sembrava eccitato, agitato. Forse davvero i sogni di Lincoln stavano diventando un’ossessione. “Date, luoghi, persone. Sta tutto laggiù, e di solito la gente ne sogna solo frammenti, che a volte però bastano a rimettere in moto la memoria. Ed ecco dove si inserisce l’acromegalia di Lincoln. Questo psichiatra sostiene che uno squilibrio ormonale può aprire uno spiraglio sull’inconscio collettivo. Lo so, lo so, sembra un discorso da chiromanti, ma credo che ci sia qualcosa di vero.”

Cancellai i messaggi, pensando a quelle parole. Se uno squilibrio ormonale poteva schiudere l’inconscio collettivo, forse anche uno squilibrio chimico poteva farlo, e allora le medicine prese da Annie assumevano un ruolo. Questo avrebbe spiegato come mai i sogni erano improvvisamente diventati più chiari quando Annie aveva preso l’Elavil. Forse il fenobarbital aveva iniziato ad allentare una qualche specie di guardia a livello dell’inconscio, e poi l’Elavil aveva completato il processo, così che i sogni di Lee arrivavano chiari e precisi.

Se di questo davvero si trattava, allora i sogni si sarebbero gradualmente affievoliti ora che Annie non prendeva più nulla; la miglior cosa da fare sarebbe stata quindi di aspettare, finché l’equilibrio chimico nel suo cervello si fosse ristabilito e i sogni fossero scomparsi del tutto.

Spensi le luci e tornai nella stanza di Annie per aspettare con lei; mi addormentai in pochi minuti. Quando mi risvegliai erano le tre e mezzo, sul quadrante luminoso del mio orologio, e Annie stava ancora dormendo tranquilla, nonostante avesse gettato via le coperte. Pensai, con la confusa logica di chi non è ben sveglio, che dovevo aver dormito durante il suo sogno. Ma il suo respiro non era quello pesante, irregolare che lei aveva sempre dopo. Il mio pensiero successivo, ancor più confuso, fu che ero riuscito a fermare i sogni semplicemente dicendole da dove venivano. E tornai a dormire.

Dovevo aver sentito la porta sbattere, perché, quando mi svegliai, vi ero già quasi arrivato, senza nemmeno guardare il letto dove sapevo che lei non c’era più. L’aprii e uscii in corridoio, e in quel momento sentii chiudersi la porta esterna. Quella che si apriva sull’uscita di emergenza.

Feci di corsa il corridoio e premetti la sbarra di metallo. Questa si abbassò, ma la porta rimase chiusa. Annie la stava spingendo dall’esterno. O forse giaceva svenuta contro di essa. — Annie! — gridai attraverso la porta, poi mi fermai. Non bisogna spaventare i sonnambuli. Se si trovano in un luogo pericoloso, una roccia o cose del genere, potrebbero cadere. Mi lanciai verso l’ingresso principale, giù per le scale e attraverso il vestibolo deserto. Il portone era chiuso, ma per fortuna dall’interno. Riuscii ad aprirlo e corsi attorno all’edificio.

Annie era sull’ultimo gradino in alto, nella sua camicia bianca, come un fantasma nella luce grigia dell’alba. Il gatto era vicino a lei e la guardava.

— Annie — cercai di controllare la voce — stai di nuovo sognando.

Stava guardando verso il Rappahannock. Lungo la fila di alberi la nebbia era come una coperta grigia. — Addio, Katie — disse lei con voce commossa. — Prometti che ritornerai.

— Stai lì — dissi — sto arrivando. — Iniziai a salire, una mano lungo la ringhiera e l’altra tesa verso di lei, pronta ad afferrarla in caso di caduta. — Che cosa stai sognando, Annie?

Lei alzò il braccio, dall’ampia manica candida, in un gesto di saluto. — Vorrei che non dovessi andare — disse, poi nascose il viso fra le mani e incominciò a piangere. Il gatto la stava osservando senza curiosità.

Arrivai sul pianerottolo e le misi piano un braccio attorno alle spalle. — Annie, riesci a svegliarti? Stai facendo un brutto sogno.

Lei scostò la mano dal viso e si girò verso di me, con espressione accesa. — Niente lacrime ad Arlington! — disse vivacemente. — Niente lacrime — e mi gettò le braccia al collo iniziando a singhiozzare.

— Annie, non piangere! — La circondai con le braccia. Aveva il corpo scosso dai singhiozzi. — Tesoro, no, non piangere!

Si aggrappò stretta a me, tremando nella camicia leggera. Le accarezzai le spalle, allungando l’altro braccio dietro di me per trovare la porta. Avevo paura che non si potesse aprire dall’esterno; come avrei fatto allora a discendere quei gradini stretti e a fare tutta la strada di ritorno? Grazie al cielo la sbarra di ferro si abbassò sotto la mia mano. — Torniamo dentro, Annie — dissi. — Fa freddo qui fuori, tesoro. Torniamo in stanza.

Lei mi strinse ancora di più e premette il viso sul mio collo. — Non voglio che tu vada via — disse, poi alzò il viso rigato di lacrime verso di me, il suo visetto pieno di amore e di pena. I suoi occhi erano spalancati, ma non era me che guardavano. Chiunque lei stesse abbracciando, implorando di non andare via, quello non ero io.

La camicia bianca si era sbottonata sul davanti e scostandosi lasciava vedere la lunga curva della sua gola. Attraverso la stoffa sottile potevo sentire il palpito dei singhiozzi irregolari. — Annie — dissi, e la pena che c’era nella mia voce la svegliò.

I suoi occhi si fissarono su di me, spaventati e sorpresi. — Dove sono? — disse, e guardò stupita le scale e più oltre il Rappahannock coperto di nebbia. — Ho fatto un altro sogno?

— Sì — risposi, sciogliendo delicatamente le sue mani dal mio collo. Feci un passo indietro e scesi di un gradino, finendo quasi sul gatto. — Riesci a ricordarlo?

— Ero ad Arlington — disse lei. Si guardò la camicia sbottonata. — Che cosa ho fatto…? mentre dormivo?

Abbassai la sbarra e la porta si aprì. — Hai fatto una piccola passeggiata nel sonno, ecco tutto. — La indirizzai verso la porta senza toccarla, restando un passo indietro. Il gatto si alzò e cercò di seguirla ma gli chiusi la porta in faccia, poi, dall’interno, feci scorrere il chiavistello e seguii Annie in camera.

Era in piedi a testa china e si stava allacciando la camicia. Chiusi la porta e misi la catena, quel che avrei dovuto fare per prima cosa da subito. Se l’avessi fatto, tutto questo non sarebbe successo.

— Hai detto che eri ad Arlington nel sogno — dissi. — Era lo stesso sogno che avevi già fatto?

— No. — Prese la vestaglia azzurra dai piedi del letto e la infilò. — Ero in piedi nel porticato con la cameriera della caffetteria, quella dai capelli rossi, e lei stava preparandosi a partire. — Annodò la cintura della vestaglia e si sedette, tenendola chiusa al collo con una mano. — Stavamo aspettando la carrozza. C’erano molte valigie ammonticchiate sotto al portico. Io non volevo che se ne andasse.

— Questo l’ho sentito — dissi, pensando alle sue braccia attorno a me, alla bellissima curva della sua gola. — Perché hai detto “Niente lacrime ad Arlington”?

— Non l’ho detto io. Lui… — Aggrottò le sopracciglia e guardò oltre di me. — Eravamo in piedi nel porticato e poi… — Si chinò in avanti come tentando di raggiungere qualcosa, sebbene la mano rimanesse stretta al collo della vestaglia.

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