Il sogno di Lincoln [Lincoln's Dream - it]
- Автор: Уиллис Конни
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Carla Meazza
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il sogno di Lincoln [Lincoln's Dream - it]». Краткое содержание книги:
Che accadrebbe se una donna dei nostri tempi scoprisse di poter viaggiare nel tempo grazie ai suoi poteri mentali, in particolare a una specie di ponte psichico stabilito con il generale Robert Lee, il grande sconfitto della guerra civile? Da questa premessa parte un romanzo appassionante, una cruda e realistica ricostruzione della guerra civile americana e del suo mondo, ma anche un’avventura ricca di imprevisti: per esempio; che ruolo ha nella vicenda il cavallo di Lee, Traveller? E perché un uomo dei nostri glomi sembra inspiegabilmente identificarsi con lui? Lo scoprirete con Connie Willis.
— Forse è meglio rimandare a domani mattina — dissi. Mi alzai e spinsi la poltrona verde contro la porta. — Questa non basterà a fermarti se ti alzerai di nuovo, ma mi darà tempo per sentire. — Bilanciai il volume del Freeman su un bracciolo. Sarebbe caduto subito se lei avesse tentato di spostare la poltrona.
— Jeff — disse lei, stringendo ancor di più il collo della vestaglia. — Mi dispiace per… tutto questo.
Sentii l’impulso di gridarle “’Io non sono Richard! Non approfitterei mai di te mentre stai dormendo, per l’amor del cielo!” ma non ero sicuro che fosse la verità.
— Non c’è niente per cui ti debba dispiacere. Stavi sognando — le risposi e andai in camera mia, chiudendo la porta.
Avevo il colletto bagnato dalle lacrime di Annie. Tolsi la camicia e ne indossai un’altra; poi mi avvicinai alla finestra e rimasi là a guardar fuori, aspettando la luce e pensando a Richard. “Non ci stavo provando, è solo successo” aveva detto quando l’avevo accusato di essersi approfittato di Annie. “Stavo tentando di aiutarla.”
— Questo non giustifica nulla — esclamai ad alta voce, e non sapevo se stavo rivolgendomi a Richard o a me stesso.
Quando ci fu luce abbastanza per leggere raccolsi il volume uno. Avevo lasciato il volume quattro, quello con l’indice, sul bracciolo della poltrona a far da allarme antisonnambulismo; comunque non avrei saputo che cosa cercare, tranne forse i riferimenti ad Arlington. Se il sogno era veramente ambientato laggiù, allora doveva trattarsi di un sogno antecedente la guerra, e la mia elaborata teoria cadeva in frantumi; avrei dovuto ricominciare da capo, quindi tanto valeva farlo subito, iniziando con il volume uno.
Lessi fino alle otto e mezzo, poi uscii dalla stanza direttamente sul corridoio, andai alla caffetteria e feci colazione. La camerierina dai capelli rossi era in servizio. — Lei non si chiama per caso Katie, vero? — le chiesi quando venne a riempirmi la tazza per la seconda volta.
— No — mi rispose con aria di disapprovazione, pensando evidentemente che stessi tentando di flirtare con lei in assenza di Annie. — Mi chiamo Margaret. Siete riusciti voi due ad andare poi al campo di battaglia?
— No — risposi. Forse sarebbe stato meglio, pensai. Forse in quel caso Annie avrebbe sognato ancora di Fredericksburg e io avrei saputo cosa raccontarle al suo risveglio.
“Eravamo in piedi sotto al porticato di Arlington” aveva detto Annie. “La cameriera stava partendo e io non volevo che andasse via.” Chi avrebbe potuto ospitare Lee, che poi non volesse lasciar partire? Non sapevo molto della sua vita, al di fuori della guerra. Tutte le ricerche che avevo fatto per Broun erano su specifiche battaglie, e non sapevo nemmeno bene da chi fosse composta la sua famiglia, tranne che dal figlio Rob, che lui aveva rimandato in battaglia ad Antietam, e dalla cugina Markie Williams, che era tornata attraversando il fronte nemico per prendere le cose dei Lee e aveva trovato il gatto.
A chi avrebbe potuto gettare le braccia al collo Lee, per piangere sulla sua spalla? La risposta era nessuno. Gli uomini che erano stati in guerra con lui lo descrivevano tutti come “severo e gentile”, dicendo che “non mostrava alcun segno di emozione”. Uno dei suoi biografi l’aveva soprannominato “l’uomo di marmo”, e tutti dicevano che era devoto soltanto al proprio dovere. Non faceva mai parola di ciò che lo angustiava, non aveva mai pianto, nemmeno per Stonewall Jackson. Quando la guerra fu terminata, non ne parlò mai più.
Aveva pagato caro quell’autocontrollo. Era morto per un attacco cardiaco, la malattia di chi è troppo chiuso, e aveva avuto incubi durante tutta la guerra, fino al suo termine. Aveva chiamato Hill al proprio letto di morte e allora, un istante prima della fine, gli aveva detto: — Levate le tende. — Non aveva mai pianto né mai si era aggrappato alla famiglia, nemmeno in punto di morte.
E se questo non fosse stato uno dei sogni di Lee? E se ora che le barriere dell’inconscio collettivo erano state superate Annie avesse iniziato a sognare i sogni degli altri?
Annie arrivò un po’ prima delle dieci, e anche lei aveva l’aria di non aver affatto dormito. Indossava una camicia dal collo alto, completamente abbottonato.
— Non ho idea di che cosa significhi il tuo sogno — le dissi. Feci un segno e chiusi il libro che stavo leggendo. — Sei sicura che fosse ad Arlington?
— Sì. Ero in piedi sotto al portico. C’era il gatto, e l’albero di mele. Aveva le foglie gialle, doveva essere autunno. Sono sicura che fosse Arlington… voglio dire, è sempre la mia casa, la casa in cui sono cresciuta, ma rappresenta altre case. — Scosse la testa come se non trovasse la parola giusta. — Mi dà l’impressione che sia altre case. Penso che Lee debba usare le immagini che ci sono nella mia mente per costruire i sogni, e le usa al posto di altre cose. È lo stesso con le persone. Penso che scelga la persona che è più simile a quella che lui conosceva…
La cameriera dai capelli rossi arrivò di corsa e prese l’ordinazione di Annie, scusandosi per non averla vista subito e riempiendoci entrambe le tazze fino all’orlo.
— Come la cameriera? — dissi dopo che se ne fu andata.
— Sì. Era la cameriera, ma in realtà non era lei.
— L’hai chiamata Katie. Sai anche il suo cognome o la sua parentela con Lee? Era un’amica, una parente?
— No, era una parente di… — Prese il cucchiaino e girò il caffè. — Ricordo solo qualcosa di questo sogno. Non mi è mai successo prima.
— Che cosa?
— La cameriera… Katie e io eravamo sotto al portico a salutarci, e io non volevo che andasse via. Stavamo piangendo entrambe, e allo stesso tempo stavamo ridendo perché nessuna delle due aveva un fazzoletto, e poi improvvisamente io mi trovavo fuori vicino al melo e guardavo la casa. Sai come succede nei sogni, qualche volta sei una persona e poi dopo un’altra, ma senza cessare di essere la prima. Ecco com’era. Stavo passeggiando vicino al melo e contemporaneamente ero sotto al portico a salutare Katie. Indossavo la mia camicia bianca, e lei aveva la sua divisa da cameriera, e tutte e due piangevamo, e allora andai sotto al portico e dissi loro “Niente lacrime ad Arlington!” e sorrisi e diedi a Katie il mio grosso fazzoletto perché potesse soffiarsi il naso.
— Sai chi era la ragazza sotto al portico? — chiesi. — La ragazza che era te?
— No. Ma quando arrivai al portico dal frutteto io ero Lee.
Bene, se non altro il vaso di Pandora dei sogni di tutto il mondo non si era ancora aperto e lei stava ancora sognando i sogni di Lee, anche se io non riuscivo a capire quale. — E allora questa ragazza, chiunque fosse, gettò le braccia al collo di Lee e si mise a piangere?
— No. — Posò la tazza di caffè e fissò gli occhi nel liquido. — Lui… io… Lee venne sotto al portico — ripeté lentamente — e disse “Niente lacrime” e improvvisamente io capii la ragione dei sogni. — Alzò gli occhi su di me. — Ero me stessa nel sogno, in quel momento, non Lee o la ragazza con la camicia bianca. Ero me stessa. E sapevo che cosa li provocava. Sapevo perché stavo sognando quei sogni. — Si portò la mano alla bocca, i suoi occhi si riempirono di lacrime. — Pover’uomo — disse piano. — Pover’uomo.
Allora era proprio Annie quella che mi aveva abbracciato, sebbene non fossi io quello a cui lei si stringeva. — Lo sai ancora? — dissi, desiderando allungare le mani per prendere le sue, confortarla, ma non osando nemmeno toccarla. — Ricordi che cos’era a provocare i sogni?
Si asciugò gli occhi con il fazzoletto di carta. — No. Mi sono svegliata e mi sono accorta di essere aggrappata a te. Avevo vergogna perché stavo camminando nel sonno con la camicia da notte mezza aperta. Avevo paura di aver tentato di baciarti o qualcosa del genere.
Non hai tentato di baciarmi, Annie, pensai. Io non c’ero nemmeno. — Non hai tentato di baciarmi — dissi.