Il sogno di Lincoln [Lincoln's Dream - it]
- Автор: Уиллис Конни
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Carla Meazza
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il sogno di Lincoln [Lincoln's Dream - it]». Краткое содержание книги:
Che accadrebbe se una donna dei nostri tempi scoprisse di poter viaggiare nel tempo grazie ai suoi poteri mentali, in particolare a una specie di ponte psichico stabilito con il generale Robert Lee, il grande sconfitto della guerra civile? Da questa premessa parte un romanzo appassionante, una cruda e realistica ricostruzione della guerra civile americana e del suo mondo, ma anche un’avventura ricca di imprevisti: per esempio; che ruolo ha nella vicenda il cavallo di Lee, Traveller? E perché un uomo dei nostri glomi sembra inspiegabilmente identificarsi con lui? Lo scoprirete con Connie Willis.
— E quando ho cercato di ricordare il sogno, non ci sono riuscita… — La sua voce si spense allo stesso modo della sera prima. Dopo qualche attimo scosse la testa. — Jeff, penso che dovremmo tornare ad Arlington.
Quella frase mi colse del tutto impreparato. — Non possiamo tornare — dissi, balbettando per la sorpresa, — C’è Richard.
— Lo so, ma quando andammo là la prima volta mi servì.
Ti servì a sognare gli orrori di Antietam e Fredericksburg e Chancellorsville, pensai. Avevo visto l’espressione di terrore sul suo viso mentre era in piedi in mezzo alla neve e guardava i corpi sul prato più in basso. Non volevo sottoporla di nuovo a una prova del genere, nemmeno per risolvere il mistero dei sogni.
— Dobbiamo rimanere qui ancora solo un paio di giorni. Devo rivedere il veterinario e finire la ricerca in biblioteca per Broun. — Erano scuse improbabili. Avrei potuto tranquillamente richiamare il veterinario per telefono da D.C,, mentre la sola ricerca che avevo fatto da quando eravamo arrivati era stata su Lee, non su Lincoln. Ma Annie non mi stava ascoltando. Era china in avanti, come se cercasse di raggiungere con il corpo, di toccare, il significato dei suoi sogni.
— I sogni hanno qualcosa a che fare con Arlington — disse con la voce neutra che usava per raccontare i sogni. — E con il soldato dai capelli gialli. E con il gatto. Nessuno sa cosa sia successo loro. — Alzò gli occhi su di me. — Lee aveva una figlia?
— Ne aveva più di una, credo — dissi, sollevato dal cambio di argomento. — Comunque sì, una di sicuro. Agnese, penso che si chiamasse. — Mi alzai. — Finisci di far colazione. Vado a prendere il taccuino così poi andremo in biblioteca per cercare notizie su Agnese.
Tornai in stanza e presi i due volumi del Freeman che c’erano sul mio letto. Annie aveva lasciato la poltrona vicino alla porta, e il volume quattro giaceva sopra di essa. Rimisi a posto l’arredo, per evitare di farci maledire dalla cameriera, e presi anche quel volume.
Annie era presso la cassa a chiacchierare con la cameriera dalla testa rossa. Sperai che quest’ultima non stesse magnificando di nuovo il campo di battaglia.
— Oggi pomeriggio il tempo dovrebbe cambiare — diceva la cameriera, — Dicono che arriverà un grande freddo.
Bene, pensai. Con un po’ di fortuna potremmo essere bloccati qui dalla neve.
Andammo verso la biblioteca. La bibliotecaria gettò uno sguardo sospettoso ai libri che portavo sottobraccio, come se pensasse che li avevo portati fuori il giorno prima senza dichiararlo. Annie mi chiese una matita e un pezzo di carta e disse che sarebbe andata giù alla sezione consultazione.
— Io invece sarò alle biografie, al tavolo di ieri — le dissi.
Cercai nell’indice “Lee, figlie di”. Aveva avuto altre tre figlie oltre ad Agnese: Mary, Ann e Mildred. Dal momento che non potevo sapere quale di loro fosse la ragazza del sogno, usai l’unico altro indizio in mio possesso. Un’ora dopo essermi tuffato fra i richiami dell’indice ad Arlington, trovai ciò che stavo cercando.
Nell’autunno del 1858 Katherine Stiles, un’amica proveniente dalla Georgia, era giunta in visita ad Arlington. Mentre si apprestava a ripartire, Lee trovò lei e la figlia Annie che piangevano insieme. “Niente lacrime ad Arlington!” aveva detto loro. “Niente lacrime!” a sua figlia Annie.
Cercai in indice “Lee, Annie Carter (Robert E. Lee figlia di)” e iniziai a scorrere le pagine. Il due marzo 1862 Lee le aveva scritto: “Mia diletta Annie, penso a tutti voi, a ognuno e a tutti, nelle ore insonni della notte, e il vostro ricordo, l’immagine vostra rendono più breve la lunga notte, da cui i miei pensieri ansiosi cancellano il sonno. E allora penso al vostro sonno tranquillo, tuo e di Agnese, che non viene turbato dalla preoccupazione per le trincee e per le postazioni in riva al fiume”.
Eccola, il legame che avevo cercato invano. Avevo pensato a ogni tipo di articolate spiegazioni su ciò che causava i sogni di Annie: le medicine di Richard e gli squilibri chimici e la “tempesta di sogni” del dottor Stone. Non mi era mai venuto in mente che Annie sognasse semplicemente perché Lee l’aveva chiamata durante il sonno.
La bibliotecaria dall’aria severa era china su di me. — Vedo che oggi ha portato con sé i suoi volumi personali — disse con un tono sorprendentemente gentile, dal marcato accento virginiano. — Temo che il nostro materiale sulla Guerra Civile sia alquanto limitato. La maggior parte degli studiosi compie le proprie ricerche alla Biblioteca del Parco Nazionale.
— Il Parco Nazionale? — dissi.
— Sì. È presso il campo di battaglia di Fredericksburg, Quando vi ho visti qui ieri mi sono chiesta se ne conoscevate l’esistenza, ma non volevo disturbarvi. Tutti i testi più importanti e i materiali di ricerca si trovano là. Sa come arrivarci?
Sì. Si doveva marciare attraverso una pianura aperta verso una cresta difesa. — Sì. Grazie mille. — Raccolsi i miei volumi. — Saprebbe dirmi gli orari d’apertura?
— Dalle nove alle cinque — rispose lei con quell’inimitabile intonazione del Sud. — Mentre il campo di battaglia è aperto fino al tramonto, penso.
Andai a prendere Annie, che era fra le enciclopedie, circondata dalle L. — Ho trovato ciò che volevo. Andiamo — le dissi.
La bibliotecaria era al suo posto, con la consueta aria severa. Uscii in fretta quasi spingendo Annie, senza nemmeno dirle grazie per paura che nominasse di nuovo il campo di battaglia. Suggerii di andare verso il centro e di trovare qualcosa da mangiare. — Venendo qui ho visto un drugstore con una macchinetta della soda, incredibile ma vero — le dissi.
— Non ho molta fame — fece Annie.
— Bene, allora qualcosa da bere. Una limonata o qualcos’altro.
Il drugstore aveva davvero la macchinetta della soda, sebbene per il resto avesse anche un aspetto abbastanza decrepito. I cartelli che pubblicizzavano gelati, panini con formaggio alla piastra, boccali di birra avrebbero potuto essere lì fin dalla guerra civile, e dietro alla cassa non c’era nessuno. Sul retro un farmacista dalla incipiente calvizie stava scrivendo ricette e non alzò lo sguardo, nemmeno quando ci sedemmo su due degli sgabelli di plastica.
— Vado a chiamarlo — dissi e mi alzai, dirigendomi verso il retro, ma in quel momento suonò il telefono e lui rispose. Allora aspettai che alzasse gli occhi mentre mi dedicavo agli scaffali con le medicine. Più di metà erano pieni di pillole contro l’insonnia: Sominex, Nytol, Sleep-Eze. Richard si sarebbe sentito a casa sua.
Il farmacista mise la mano sul ricevitore e sussurrò: — Arrivo subito.
Annuii e tornai da Annie, che stava osservando l’esposizione di cartoline di fianco alla cassa. Pregai il cielo che non ce ne fosse nessuna di Arlington.
— Ha detto che viene subito. — Mi chinai sulla sua spalla per vedere la cartolina che teneva in mano. Era una veduta della tomba di Lee a Lexington. La statua di marmo rappresentava Lee addormentato nella sua branda da campo, con l’uniforme e gli stivali, con una coperta militare. Un braccio era disteso al suo fianco, l’altro piegato sul petto. — Penso di sapere che cosa sta provocando i sogni — dissi. — Le ragazze sotto al porticato erano Katherine Stiles e Annie Lee.
Lei rimise a posto la cartolina con infinita cura. — Annie Lee?
— La figlia di Lee. Avevi ragione a dire che si trattava di una delle sue figlie. Annie non voleva che la sua amica partisse. Entrambe le ragazze stavano piangendo, e Lee disse loro “Niente lacrime ad Arlington”.
Annie sedette di nuovo. — Niente lacrime — disse, e posò le mani sui due volumi del Freeman.
— Non capisci che significa? I sogni non sono indirizzati a te. Lee stava pensando a sua figlia, e attraverso un fenomeno strano, forse un’apertura nel tempo, il messaggio è arrivato a te per errore. Non so dire come. Forse tu hai sentito chiamare il tuo nome, giù nell’inconscio collettivo, o qualcosa del genere.