La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
Si batté il pugno sul petto facendo segno di aver capito.
Sulla pianura battuta dal vento davanti all’accampamento sfilò praticamente tutto l’esercito acheo, rango per rango. Vicino alle mura di Troia stavano sfilando allo stesso modo carri e soldati a piedi, sollevando mulinelli di polvere che si alzavano nel cielo senza nubi. Vidi alcune bandiere sventolare sui bastioni della città, e immaginai addirittura di vedere di sfuggita i luminosi capelli dorati di Elena sulla torre più alta.
Ulisse mi aveva ordinato di tenermi sul lato sinistro del suo carro. — Proteggi il mio auriga se entriamo nella mischia — aveva detto, e mi aveva fatto dare uno degli scudi a figura intera che mi riparava dal mento alle caviglie. Pesava parecchio sul mio braccio sinistro, ma quel peso era quasi un conforto. Con cinque fasce di pelle fissate su una cornice di legno con borchie di bronzo, lo scudo avrebbe fermato quasi qualunque cosa tranne una lancia scagliata a distanza ravvicinata da un carro in corsa.
Polete era sulle fortificazioni insieme agli schiavi e ai thetes, sforzando i suoi vecchi occhi per vedere il combattimento. Mi avrebbe interrogato per ore quella notte, lo sapevo, spremendo dalla mia memoria ogni dettaglio di quello che avrei visto. Se entrambi fossimo sopravvissuti fino a notte, pensai poi.
Mentre stringevo gli occhi contro il sole splendente, dallo schieramento dei Troiani si alzò un boato. Vidi il carro di Ettore, tirato da quattro magnifici cavalli bianchi, uscire in una nuvola di polvere dalle porte Scee e dirigersi verso i ranghi dei soldati. Il principe stava in piedi alto e fiero, con il grande scudo al fianco e quattro enormi lance nel loro contenitore, la punta rivolta al cielo.
Per molti minuti non accadde nient’altro. I fanti achei cominciarono a mormorare. Io guardai Ulisse che sorrise appena con indulgenza. Achille si stava comportando come chi si considera una celebrità, tanto per cambiare, facendosi aspettare. Pensai che sarebbe stata una buona mossa psicologica con qualunque avversario, ma non con Ettore. “Quest’uomo userà il tempo per studiare ogni sasso e ogni protuberanza del campo” mi dissi. “Non è il tipo che si fa innervosire dall’attesa.”
Infine un boato d’esultanza si levò dagli Achei. Voltandomi, vidi quattro cavalli sbuffanti e neri come la notte, strigliati in modo così perfetto che sembravano brillare, che battevano gli zoccoli sulla rampa che tagliava la nostra trincea. Il carro di Achille aveva intarsi d’ebano e d’avorio, e la sua armatura (la seconda per bellezza, dato che la prima era stata tolta al cadavere di Patroclo), luccicava d’oro brunito.
Con l’elmo piumato, c’era poco da vedere del viso di Achille. Ma quando il suo carro mi passò davanti vidi che la sua bocca era una sottile linea torva e gli occhi bruciavano come fornaci.
Non si fermò per le solite formalità pre-combattimento. Nemmeno rallentò. Il suo auriga fece schioccare la frusta sulle orecchie dei cavalli ed essi si precipitarono in avanti a tutta velocità, mentre Achille prendeva una lancia con la mano destra e gridava tanto forte che se ne sentì l’eco sulle mura di Troia: — Patroclo! Pa… tro… clo!
Il suo carro puntò direttamente sull’avversario. L’auriga troiano, sbigottito, incitò i cavalli, ed Ettore impugnò una delle sue lance.
I carri avanzarono l’uno verso l’altro ed entrambi i guerrieri scagliarono le lance simultaneamente. Quella di Achille colpì lo scudo di Ettore facendolo barcollare. Cadde quasi giù dal carro, ma riprese l’equilibrio e afferrò un’altra lancia. L’asta di Ettore passò tra Achille e il suo auriga, scheggiando la base di legno del carro.
Mi sentii gelare. Achille non aveva neanche alzato lo scudo mentre la lancia di Ettore si dirigeva verso di lui. Non aveva neppure indietreggiato, quando gli era passata abbastanza vicino da sfiorare la sua giovane barba. O non gli interessava quello che poteva succedergli o era matto abbastanza da credere di essere invulnerabile.
I carri si sorpassarono e di nuovo i due campioni gettarono le lance. Quella di Ettore rimbalzò sulla spalla di bronzo dell’armatura di Achille, e nuovamente il principe non fece nessun tentativo di proteggersi. La sua lancia colpì l’auriga di Ettore al viso. Con un grido orribile, l’uomo cadde all’indietro, con entrambe le mani brancicanti intorno all’asta che aveva fatto del suo viso una massa sanguinolenta.
Gli Achei gridarono e fecero qualche passo avanti. Ettore, sapendo di non poter controllare i cavalli e combattere nello stesso tempo, saltò agilmente dal carro, due lance strette nella mano sinistra. I cavalli continuarono a correre, con le redini allentate, dirigendosi di nuovo verso le mura della città.
Achille era decisamente in vantaggio. Il suo carro cominciò a girare intorno al troiano, in difficoltà, ancora e ancora, cercando un punto debole, un pur minimo abbassamento della sua guardia. Ma Ettore teneva fermamente lo scudo davanti a sé, leggermente chinato e ben saldo sulle gambe per non presentare ad Achille nient’altro che un elmo di bronzo piumato. Lo scudo e gli schinieri gli proteggevano il corpo.
Achille scagliò un’altra lancia, che però mancò leggermente il bersaglio. Ettore rimase al suo posto, o così sembrò. Notai che ogni volta che ruotava per tenersi di fronte al carro di Achille, arretrava di un passo o due verso i suoi ranghi.
Achille doveva averlo notato, alla fine, e saltò giù dal carro. Un grande, impetuoso fremito di attesa percorse entrambi gli eserciti. I due campioni stavano per affrontarsi a piedi, a portata di lancia.
Ettore avanzò fiducioso verso il nemico. Gli disse qualcosa, e l’altro sputò fuori una risposta. Erano troppo lontani perché potessi sentire le loro parole.
Poi Achille fece qualcosa che strappò agli Achei un grande sospiro lamentoso. Gettò lo scudo per terra facendolo risuonare sul terreno nudo e affrontò Ettore con nient’altro che l’armatura e la lancia.
“Pazzo!” pensai. “Deve credere davvero di essere invulnerabile.” Achille afferrò la lancia con entrambe le mani e affrontò Ettore senza lo scudo.
Lasciando cadere la più corta delle sue due aste, Ettore puntò dritto su di lui. Aveva il vantaggio della corporatura, della forza e dell’esperienza; e lo sapeva. Achille, più scattante ma più piccolo, sembrava assolutamente pazzo. Non cercò di parare il colpo di lancia di Ettore o di allontanarsi di corsa dalla sua traiettoria. Si spostò invece da una parte e dall’altra, evitando appena per qualche centimetro la lancia di Ettore e tenendo la sua puntata proprio agli occhi del troiano.
È una verità di tutti i combattimenti a corpo a corpo che non si può attaccare e difendersi nello stesso tempo. L’abilità sta nel saper passare dall’attacco alla difesa e viceversa in un batter d’occhio. Ettore lo sapeva, e il suo scopo evidente era tenere costantemente sulla difensiva l’avversario privo di scudo. Ma lui rifiutava di difendersi, tranne che schivando i colpi di Ettore. Cominciai a intravedere un metodo nella sua follia: i grandi vantaggi di Achille erano la velocità e l’audacia. Il pesante scudo l’avrebbe rallentato.
Sembrava perdere terreno, e l’altro avanzava costantemente, ma mi accorsi presto che Achille si stava spostando in modo da restare sempre tra Ettore e i ranghi troiani, facendolo così avvicinare sempre di più dalla nostra parte. Osservai il volto del giovane mentre sudava e ansimava sotto il sole alto. Stava sorridendo. Come un bambino che si diverte a strappare le ali alle mosche, come un guerriero che aspetta fiducioso il momento di trapassare con la lancia il torace del nemico, come un pazzo esaltato dal suo omicidio. Avevo già visto quel sorriso. Sulle labbra del Radioso.
Ettore si accorse della manovra. Cambiò tattica e cercò di costringere Achille ad usare la lancia, contando, con la sua forza superiore, di fargliela poi abbassare per trovarsi infine davanti un nemico indifeso.