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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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— Eppure tu stesso hai disprezzato i guerrieri achei e li hai chiamati folli assetati di sangue — gli ricordai.

— E lo ripeto! Ma almeno combattono con onore, come gli uomini dovrebbero combattere.

Io risi. — Nel luogo da cui vengo, vecchio, c’è un detto: “In guerra e in amore tutto è permesso”.

Per una volta, Polete non seppe cosa rispondere. Borbottò tra sé mentre lo lasciavo vicino al fuoco, per andare in cerca di Ulisse.

Nell’umido alloggio di tende del re di Itaca, parlai della possibilità di costruire le torri d’assedio.

— Possono essere messe su ruote e tirate sino alle mura? — domandò Ulisse, per il quale l’idea era nuova.

— Sì, mio signore.

— E questi Hatti sanno costruire simili macchine?

— Sì.

Nella luce tremolante dell’unica lampada di rame sul tavolo da lavoro, potei vedere gli occhi di Ulisse brillare a quella possibilità. Con aria assorta accarezzò il collo del cane ai suoi piedi mentre considerava i possibili risultati.

— Vieni — disse alla fine. — Questo è il momento di parlarne ad Agamennone!

Il Sommo Re sembrava mezzo addormentato quando fummo introdotti alla sua presenza. Si era assopito su una sedia da campo, con una coppa di vino incrostata di gemme nella mano destra. Apparentemente la sua spalla si era rimessa abbastanza da permettergli di piegare il gomito. Non c’era nessun altro nella baracca, tranne due schiave con gli occhi scuri, silenziose nelle camicie sottili che lasciavano nude le braccia e le gambe.

Ulisse sedette di fronte al Sommo Re. Io mi accovacciai sul pavimento al suo fianco. Ci fu offerto del vino. Era denso di miele speziato e di farina d’orzo.

— Una torre che si muove? — borbottò Agamennone dopo che Ulisse glielo ebbe spiegato due volte. — Impossibile! Come può una torre di pietra…

— Sarebbe fatta di legno, figlio di Atreo. E coperta di pelli per proteggerla.

Agamennone abbassò lo sguardo annebbiato su di me e lasciò affondare il mento nel suo largo torace. Le lampade gettavano lunghe ombre attraverso la stanza, dando al suo viso dalle pesanti sopracciglia un aspetto sinistro, quasi minaccioso.

— Devo restituire la prigioniera Briseide a quel cucciolo impertinente — borbottò. — E consegnarli una fortuna in bottino. Anche se il suo amante è stato ucciso da Ettore, quel piccolo serpente ha rifiutato di riunirsi alla battaglia finché “il bottino che gli spetta di diritto non gli sarà restituito.” Il disprezzo che mette sulla parola “diritto” potrebbe incidere il bronzo.

— Figlio di Atreo — cercò di calmarlo Ulisse — se il mio piano funziona, saccheggeremo Troia e prenderemo tanti tesori che persino l’arrogante Achille ne sarà pago.

Agamennone non disse niente. Mosse leggermente la coppa e una delle schiave si avvicinò a riempirle tutte. Quella di Ulisse era d’oro, come quella del Sommo Re. La mia era di legno.

— Altre tre settimane — mormorò Agamennone. Bevve il vino rumorosamente, facendone cadere un po’ sulla tunica già macchiata. — Ho bisogno di altre tre settimane.

— Signore?

Agamennone lasciò che la coppa gli scivolasse dalle dita e cadesse con un tonfo sul pavimento coperto di tappeti. Si sporse in avanti, un ghigno astuto sulla faccia carnosa.

— Fra altre tre settimane le mie navi porteranno il raccolto di grano dal Mar Nero attraverso l’Ellesponto, sino a Micene. E né Priamo né Ettore saranno in grado di fermarle.

Ulisse emise un piccolo silenzioso “oh”. Mi accorsi che Agamennone non era stupido. Se non poteva conquistare Troia, avrebbe almeno fatto passare dagli stretti le sue navi, cariche di grano, prima di togliere l’assedio. E se gli Achei dovevano salpare senza vincere la guerra, almeno lui avrebbe avuto scorte di grano per un anno nella sua Micene, e avrebbe potuto usarlo o venderlo ai suoi vicini quando l’avesse ritenuto opportuno.

Ulisse aveva fama di essere astuto, ma mi resi conto che il re di Itaca era più esattamente un uomo cauto, un uomo che considerava tutte le possibilità prima di fare la sua mossa. Era Agamennone lo scaltro: malizioso, egoista e avido.

Riprendendosi rapidamente dalla sua sorpresa, Ulisse disse: — Ma ora abbiamo la possibilità di distruggere Troia del tutto. Non solo prenderemo il bottino della città, e le sue donne, ma avremo libera navigazione attraverso l’Ellesponto per tutti gli anni del tuo regno!

Agamennone si appoggiò di nuovo alla sedia. — Un’idea valida, figlio di Laerte. Un’idea valida. Ci penserò e convocherò il consiglio per decidere. Dopo il duello di domani.

Con un cenno del capo, Ulisse disse: — Sì, dopo che avremo visto se Achille resterà tra noi o morirà sulla lancia di Ettore.

Agamennone fece un largo sorriso.

15

Dormii saltuariamente quella notte.

Avevo una tenda da solo, adesso, come si addice a un comandante. E mi aspettavo che il pesante vino al miele avrebbe agito come una droga sulla mia mente. Invece mi rigiravo sul pagliericcio, e ogni volta che riuscivo ad assopirmi la mia mente si riempiva dei visi dei Creatori. Discutevano e litigavano tra loro, scommettendo su chi avrebbe vinto l’imminente battaglia.

Poi vidi Atena, la mia beneamata, che stava sola in disparte, in silenzio, lontana dagli altri dèi litigiosi e indifferenti che giocavano con la vita degli uomini. Mi guardava seria, senza un sorriso, senza un suono. Ferma come una statua di carne congelata. Mi fissò negli occhi per attimi senza fine, come se stesse cercando di impartirmi telepaticamente un po’ di conoscenza.

— Tu sei morta — le dissi.

Invece della sua voce, sentii le parole roche, stridule di Polete: — Sin che tu la veneri e la servi, Atena non è morta.

Un nobile sentimento, pensai. Ma questo non mi permetteva di tenerla tra le braccia, di sentire il calore del suo amore.

“Invece — dissi a me stesso — prenderò il Radioso in queste mani e spremerò la vita fuori da lui. Proprio come una volta…”

Ricordai qualcosa. Qualcuno. Un uomo cupo e meditabondo, una forma enorme, con la pelle grigia, che avevo cacciato attraverso i secoli e i millenni. Ahriman! Mi ricordavo di lui, della sua voce aspra, torturata, sussurrante.

Lo sentivo adesso. — Pazzo — sibilò. — Cerchi la forza e trovi solo debolezza.

Pensai di svegliarmi. Pensai di tirarmi su appoggiandomi sul gomito e di passarmi una mano affaticata sugli occhi cisposi. Ma sentii, distintamente come se fosse stato vicino a me, la voce fredda e chiara del Radioso: — Smetti di combattermi, Orion. Se una dea può morire, pensa a quanto facilmente potrei mandare alla distruzione finale una delle mie stesse creature.

Balzai a sedere e vidi un bagliore d’oro filtrare attraverso l’apertura della mia tenda. Precipitandomi fuori, nudo tranne che per la spada che tenevo stretta, vidi che era il sole del mattino che annunciava il nuovo giorno.

L’alba era tersa, lucente e ventosa.

Anche se il combattimento tra Achille ed Ettore era quello che tutti aspettavano, l’esercito si stava ugualmente preparando a marciare sulla pianura. I soldati uscivano in parte perché uno scontro a due può degenerare in confusione generale abbastanza facilmente, ma soprattutto perché volevano vedere da vicino il combattimento.

Diedi istruzioni a Lukka di tenere i suoi lontano dalla lotta. — Questo non sarà il vostro tipo di battaglia — dissi. — Non c’è motivo di rischiare uomini.

— Potremmo cominciare a tagliare gli alberi che ci servono per le torri d’assedio — suggerì lui. — Ne ho visti di abbastanza adatti dall’altra parte del fiume.

— Aspetta che il duello sia finito — dissi. — State vicino all’ingresso delle fortificazioni e preparatevi a difenderlo dai Troiani se necessario.

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