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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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Singolar tenzone tra Ettore e Achille. Ettore era di gran lunga il più forte dei due, freddo e intelligente anche in battaglia. Achille era senza dubbio più agile, anche se più piccolo, e sostenuto da quel tipo di rabbia che conduce gli uomini a gesta impossibili. Solo uno sarebbe uscito vivo dallo scontro, lo sapevo.

Anche prima che la nostra galea attraccasse, riuscii a sentire i gemiti e i lamenti funebri dell’accampamento dei Mirmidoni. Sapevo che era una questione di forma, che il principe Achille aveva ordinato alle donne di piangere. Ma c’erano voci profonde di uomini tra le grida delle donne. E un tamburo che batteva una nenia lenta e triste. Un enorme falò bruciava da quella parte dell’accampamento, mandando verso il cielo un fumo nero e fuligginoso.

— Achille piange il suo amico — disse Polete. Ma potevo vedere che quell’esibizione di dolore lo innervosiva un po’.

Eppure, nonostante i riti di lutto dei Mirmidoni, il resto dell’accampamento era eccitato per l’imminente incontro tra Achille ed Ettore. C’era quasi un’atmosfera di festa, tra gli uomini. Stavano piazzando scommesse, dando probabilità. Ridevano e ci scherzavano sopra, come se non avesse niente a che fare con il sangue e la morte. Mi accorsi che stavano cercando di esorcizzare l’incertezza e il terrore che tutti provavano. Le lamentazioni dal campo dei Mirmidoni continuarono implacabili. Ma lentamente mi venne in mente che tutti si rendevano conto che quella battaglia tra i due campioni avrebbe deciso la guerra, in un modo o nell’altro. Pensavano che, indipendentemente da chi sarebbe caduto, la guerra sarebbe finita e loro avrebbero potuto finalmente tornare a casa.

Ulisse ispezionò il contingente hatti appena sbarcò dalla sua galea. Lukka li schierò in una doppia fila, con me alla testa, mentre il rullo del tamburo funebre e i gemiti dei lamentatori stavano sospesi sopra di noi come la gelida mano della morte.

Il re di Itaca tentò d’ignorarne il suono. Mi sorrise. — Bene, Orion, hai portato con te il tuo esercito personale.

— Mio signore Ulisse — risposi — come me, questi uomini sono ansiosi di servirti. Sono soldati esperti, e possono esserti di grande aiuto.

Lui annuì, guardando i nuovi arrivati con attenzione. — Accetterò i loro servigi, Orion. Ma non prima di aver parlato con Agamennone. Non sarebbe bene far ingelosire, o impaurire, il Sommo Re.

— Come desideri — dissi. Conosceva la politica e la personalità dei suoi compagni Achei molto meglio di me. Ulisse non era chiamato l’astuto per niente.

Mentre ci dirigevano verso la nave che ospitava il suo alloggio, gli spiegai che non c’era nessun esercito Hatti in marcia in soccorso di Troia, riportandogli quello che Arza e Lukka mi avevano detto a proposito della morte del Sommo Re e della guerra civile che stava dilaniando l’impero.

Accarezzandosi la barba pensierosamente, Ulisse mormorò: — Pensavo che il Sommo Re stesse perdendo il suo potere quando ha permesso ad Agamennone di sistemare il suo contrasto con Priamo. In passato, gli Hatti hanno sempre protetto Troia e sono intervenuti contro chiunque abbia minacciato la regione.

Feci in modo che i nuovi soldati fossero nutriti e ottenessero tende e una sistemazione per la notte imminente. Sedevano in circolo intorno al loro fuoco, senza mescolarsi con gli Achei. Da parte loro, questi guardavano gli Hatti con non poco timore. Guardavano con invidia le loro uniformi di maglia metallica e pelle lavorata. Tra gli Achei, non ce n’erano due abbigliati nello stesso modo o con lo stesso equipaggiamento. Vedere circa quaranta uomini vestiti in modo identico era una novità per loro.

Con mia sorpresa, però, non sembravano impressionati e neanche interessati alle spade di ferro che gli Hatti portavano. Io stesso avevo la spada di Arza, e avevo visto con i miei occhi quanto una lama di ferro fosse più resistente di una di bronzo.

Mentre il sole tramontava, colorando il mare di un profondo rosso vino, Lukka mi si avvicinò. Io sedevo separato dagli uomini, e cenavo con Polete al fianco. Lukka si fermò dalla parte opposta del nostro piccolo fuoco, giocherellando nervosamente con le cinghie dell’armatura, il viso contratto in un cupo cipiglio. Pensai che venisse a lagnarsi per le lamentazioni dei Mirmidoni; non mi sentivo di biasimarlo, anche se non potevo farci nulla.

Non c’era niente su cui potesse sedersi, così mi alzai e gli fece segno di avvicinarsi.

— Mio signore Orion — cominciò — posso parlarti francamente?

— Certo. Parla pure chiaro, Lukka. Non voglio che ci siano pensieri nascosti che possano causare malintesi tra noi.

Lasciò uscire un sospiro represso di sollievo. — Grazie, signore.

— Cos’è, allora?

— Bene signore… che razza di assedio è questo? — Era quasi indignato. — L’esercito se ne sta qui seduto nell’accampamento, a mangiare e a bere, mentre la gente della città entra ed esce a raccogliere cibo e legna da ardere. Non vedo macchine per abbattere le porte o per salire sulle mura. Questo non è affatto un assedio come si deve!

Gli sorrisi. Le lamentazioni funebri per Patroclo non avevano niente a che fare con quello che lo infastidiva. Era un soldato di professione, e le stravaganze da amatore lo infastidivano.

— Lukka — dissi — questi Achei non sono molto sofisticati nell’arte della guerra. Domani vedrai due uomini che combattono l’uno contro l’altro dai carri, e questo potrebbe addirittura decidere l’esito della guerra.

Lui scosse la testa. — Non è possibile. I Troiani non lasceranno entrare volontariamente questi barbari nelle loro mura. Non mi interessa quanti campioni cadranno.

— Forse hai ragione — fui d’accordo.

— Ora guarda. — Indicò la città sul promontorio a picco, immersa nel rosso dorato del sole che tramontava. — Vedi quella sezione di muro, la parte che è più bassa del resto?

Era il lato occidentale della città, quello in cui, come il gentiluomo di corte si era lasciato sfuggire, le difese erano più deboli.

— I miei soldati possono costruire torri da assedio e portarle fino a lì, in modo che i guerrieri achei possano saltare dalle piattaforme superiori direttamente all’interno dei bastioni.

— I Troiani non cercherebbero di distruggere le torri mentre ci avviciniamo alle loro mura?

— Con che cosa? — sogghignò. — Lance? Frecce? Anche se lanciano frecce infuocate, copriremo le macchine con pelli di cavallo bagnate.

— Ma potranno concentrare tutti i loro uomini in quel singolo punto e respingervi.

Si grattò la folta barba nera. — Forse sì. Di solito cerchiamo di attaccare in due o tre punti allo stesso tempo. O di creare qualche diversivo che tenga le forze nemiche occupate da qualche altra parte.

— Questa è una buona idea — dissi. — Ne parlerò con Ulisse. Sono sorpreso che nessun Acheo ci abbia mai pensato da solo.

Lukka fece un’espressione acida. — Questi non sono veri soldati, mio signore. I re e i principotti si atteggiano a grandi guerrieri, e forse lo sono. Ma la mia sola unità potrebbe sconfiggere questi qui anche se fossero cinque volte di più.

Parlammo ancora per un po’, e poi mi lasciò per controllare che i suoi uomini fossero sistemati in modo appropriato.

Polete, che era rimasto seduto in silenzio durante la nostra conversazione, si mise in piedi. — Quell’uomo è troppo avido di vittoria — disse, in un sussurro che era quasi di rabbia. Vuole vincere da solo, senza lasciare nulla da decidere agli dèi.

— Gli uomini combattono le guerre per vincere, no?

— Gli uomini combattono per la gloria, e il bottino, e per avere storie da raccontare ai loro nipoti. Un uomo dovrebbe andare in battaglia per dimostrare il suo coraggio, per affrontare un campione e mettere alla prova il suo destino. Lui invece vuole usare trucchi e macchine per vincere — e sputò sulla sabbia per sottolineare il suo pensiero.

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