Crociata spaziale [The High Crusade - it]
- Автор: Андерсон Пол Уильям
- Год: 1962
- Язык: итальянский
- Год: Ponzoni Editore
- Переводчик: Pina Manzini
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Crociata spaziale [The High Crusade - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per premio Hugo in 1961.
Non potevo davvero confutare le sue argomentazioni, dal momento che questa era la nostra unica speranza di ritornare un giorno sulla Terra, a meno di metterci a cercarla con un volo a casaccio.
Le migliori astronavi erano quelle che si erano rifugiate nelle caverne sotterranee di Darova; le stavamo allestendo, quando il sole venne oscurato da un vascello ancora più grande e, mentre incombeva su di noi come un’enorme nube temporalesca, quella nave sconosciuta seminò il panico tra la nostra gente. In quel momento arrivò Sir Owain di Montbelle con un ingegnere wersgoriano a rimorchio, mi ordinò di seguirlo per fare da interprete, e ci trascinò davanti a un telecomunicatore. Poi, mentre se ne stava in disparte, fuori dal raggio d’azione dello schermo, con la spada sguainata in pugno, Sir Owain costrinse il prigioniero a parlare col Capitano della nave.
Questo era un vascello commerciale che faceva scalo regolare su questo pianeta. La vista di Ganturath e Stularax trasformate in crateri vetrificati avevano inorridito l’equipaggio. Ci sarebbe stato facile distruggere quell’astronave, ma Sir Owain si servì della sua marionetta wersgoriana per informare il Capitano che c’era stata un’incursione dallo spazio, respinta alla fine dalla guarnigione di Dorova, e che doveva atterrare immediatamente. Il Capitano obbedì e, quando i portali esterni della nave si aprirono, Sir Owain guidò a bordo un manipolo di armati che la catturò senza difficoltà.
Per questa sua impresa, il giovane Cavaliere fu osannato notte e giorno. La sua figura aitante e pittoresca risaltava in mezzo a tutti ed era sempre pronta a pronunciare una battuta scherzosa o a rivolgere una galanteria. Sir Roger, che lavorava senza tregua, divenne ancora più truce. Gli uomini ora lo temevano e forse anche un po’ lo odiavano, perché non li risparmiava minimamente nelle fatiche. Sir Owain offriva di fronte a lui un costrasto assoluto, come un Oberon contro un orso. Metà delle donne ormai dovevano essere innamorate di lui, anche se il Cavaliere aveva sempre pronta una canzone solo per Lady Catherine.
Il bottino preso alla gigantesca nave era ingente e soprattutto c’erano molte tonnellate di cereali. Provammo a darli al nostro bestiame sull’isola, che si stava smagrendo con quella detestabile erba azzurrina, e vedemmo che lo accettavano come se fosse la miglior avena inglese.
Quando Sir Roger lo venne a sapere, esclamò:
«Da qualunque parte provengano, quello è il primo pianeta che dovremo conquistare.»
Mi feci il Segno della Croce e scappai via.
Ma non c’era davvero tempo da perdere. Non era un segreto che Huruga aveva inviato astronavi a Wersgorixan immediatamente dopo la seconda battaglia di Ganturath; è vero che ci avrebbe messo un po’ di tempo per raggiungere quel lontano pianeta e che l’Imperatore avrebbe avuto bisogno di altro tempo per raccogliere una flotta nei suoi dominii sparsi dappertutto, e che poi altro tempo sarebbe occorso alla flotta per venire da noi: ma i giorni volavano ormai troppo in fretta.
A capo della guarigione di Dorava, composta da donne, bambini vecchi e servi, Sir Roger mise la moglie. Mi dicono che l’abitudine che hanno i nostri cronisti di inventare i discorsi delle grandi persone di cui scrivono le biografie, sia cosa che non fa onore ad uno studioso, ma io quei due non li conoscevo solo superficialmente dal loro aspetto altezzoso, ma anche (sia pure a tratti, perché si tradiva solo timidamente) dalla loro anima. Me li raffiguro ancora con assoluta chiarezza, mentre si trovavano in una stanza isolata di quel castello alieno.
Lady Catherine ha appeso al muro le sue tappezzerie ed ha steso dei tappeti sul pavimento, lasciando le pareti abbuiate e dando la preferenza ai candelabri, affinché quel luogo sembri più familiare. Indossa abiti da cerimonia, mentre il marito saluta i bambini. La piccola Matilda piange apertamente, Robert trattiene le lacrime, più o meno, finché non si è ritirato e non ha chiuso dietro di sé la porta, perché anche lui è un Tourneville.
Sir Roger si raddrizza lentamente. Per mancanza di tempo ha smesso di sbarbarsi, e la barba si arriccia come trucioli di ferro sul suo viso coperto di cicatrici. I suoi occhi grigi appaiono spenti, e c’è un muscolo della sua guancia che continua a vibrare. Dal momento che qui l’acqua calda scorre liberamente dai tubi, si è fatto il bagno; ma indossa il suo vecchio giustacuore di rozza pelle e le brache rammendate. Il budriere della sua grande spada scricchiola mentre lui avanza verso la moglie.
«È ora», dice un po’ goffo. «Devo andare.»
«Sì.»
La schiena di lei è liscia e dritta.
«Io credo…» Il Barone si schiarisce la gola. «Io credo che voi abbiate imparato tutto quanto possa servirvi.» E, visto che lei non risponde, aggiunge: «Ricordate che è assolutamente importante far sì che coloro che studiano la lingua wersgoriana continuino ad applicarsi con costanza. Altrimenti saremo come dei sordomuti tra i nostri nemici. Ma non fidatevi mai dei prigionieri. Ognuno di loro deve avere sempre al fianco due nostri armigeri.»
«Sarà fatto.»
Lei annuisce. È senza cuffia e la luce delle candele scivola sulle sue trecce eburnee.
«Vi segnalo che i maiali non hanno necessità dei nuovi cereali che diamo agli altri animali.»
«Questo è davvero importante! E assicuratevi anche di tenere sempre ben rifornita questa fortezza. Coloro tra i nostri che si sono nutriti coi cibi locali sono ancora in buona salute, per cui potere compiere requisizioni nei granai wersgoriani.»
Il silenzio incombe su di loro, pesante.
«Bene», dice il Barone. «Devo partire».
«Che Dio sia con voi, mio Signore.»
Sir Roger rimane immobile per un momento e studia attentamente il tono della voce di lei.
«Catherine…»
«Sì, mio Signore?»
«Vi ho fatto torto,» si costringe a dire, «e quel che è peggio, vi ho trascurato».
Le mani di lei si tendono avanti come animate da volontà propria e le palme ruvide di lui vi si chiudono sopra.
«Chiunque può errare di tanto in tanto», sussurra lei.
Sir Roger osa fissare il suo sguardo in quegli occhi azzurri:
«Mi volete dare un pegno?», chiede.
«Con l’augurio che ritorniate sano e salvo…»
Lui le fa scivolare le mani attorno alla vita, l’attira vicina e grida giosioso:
«E raggiunga la mia vittoria finale! Datemi un vostro pegno e io vi deporrò ai piedi questo impero!»
Lady Catherine si divincola. Ha una smorfia d’orrore sulle labbra.
«Quando, quando comincerete a cercare la nostra Terra?»
«Che onore c’è tornare di soppiatto a casa, lasciando alle nostre spalle infinite stelle nemiche?»
Si sente l’orgoglio nelle sue parole.
«Che Iddio mi aiuti!», sussurra lei e fugge via.
Lui rimane immobile finché lo scalpiccio dei piedi di lei non è svanito in fondo al freddo corridoio, poi si volta e torna dai suoi uomini.
Avremmo potuto ammassarci tutti a bordo di una sola delle grandi navi, ma pensammo fosse meglio sparpagliarci a bordo di una ventina di esse. Queste erano state ridipinte, con le vernici wersgoriane, da un ragazzo che aveva certa abilità nell’araldica, e adesso risplendevano tutte di porpora e oro, con le insegne dei de Tourneville ed i leopardi inglesi impressi sull’Ammiraglia.
Tharixan rimase lontano dietro di noi, e ci avventurammo in quel folle viaggio dentro e fuori di uno spazio che non era più quello semplicemente euclideo a tre dimensioni, grazie a quella che i Wersgorix definivano «guida iperluce». Le stelle tornano a fiammeggiare su ogni lato e ci divertimmo a battezzare le nuove costellazioni… il Cavaliere, l’Aratore, la Balestra, ed altre ancora, comprese alcune che non sarebbe bene mettere per iscritto.