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Pianeta di caccia [Grass - it]

Электронная книга - «Pianeta di caccia [Grass - it]». Краткое содержание книги:

Marjorie Westriding Yrarier è stata inviata sul pianeta Grass per rispondere a un misterioso interrogativo: un contagio si sta spargendo fra le stelle, un’epidemia mortale che minaccia di distruggere la razza umana. Nessun pianeta ne è rimasto immune, tranne Grass. Perché?
Poco si conosce di Grass, se non che si tratta di un luogo idilliaco, dove la natura è assolutamente intatta e l’ambiente conserva un perfetto equilibrio. Interamente coperto dalle più strane varietà di vegetazione che si possano immaginare, il pianeta è un’autentica anomalia cosmica. Un gruppo di famiglie giunte secoli prima per colonizzarlo hanno edificato rapidamente una nuova società, ignorando la presenza aliena e creando un’aristocrazia che ruota attorno all’evento della Caccia. Con il passare delle generazioni, la vita su Grass e i vari usi e costumi sono sempre più sprofondati nel mistero e la Caccia, evento già ben noto sulla Terra, si è ora trasformato in uno strano rito, tremendo e inquietante. Già, perché qual è la vera natura e la vera funzione delle creature che partecipano alla Caccia, che cosa si nasconde dietro questo ciclico rituale e soprattutto... qual è la preda? Come ben presto intuisce Lady Westriding, su questo strano pianeta lontano milioni di chilometri vi sono più misteri di quanti se ne possano immaginare.

Nominato per i premi Hugo e Locus in 1990.
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A tale proposito, gli Yrarier avevano varie opinioni: durante il volo silenzioso sulle praterie, ognuno rifletté sulla propria, riacquistando poco a poco una calma precaria.

Tornati a Klive prima dei cacciatori, i visitatori furono accolti con scarsa cordialità da Rowena, la quale li condusse in una sala prospiciente la prima superficie, dove li presentò al rumoroso gruppo di donne incinte, bambini e vecchi, che erano radunati intorno ai tavoli a mangiare, bere, o giocare. Dopo aver esortato gli Yrarier a rifocillarsi liberamente al buffet imbandito, Rowena se ne andò. Invece, Eric bon Haunser rimase con loro. Poco dopo, il suono del corno provenne dal cancello occidentale e i cavalieri rientrarono: quasi tutti andarono subito a lavarsi e cambiarsi d’abito, ma alcuni entrarono nella sala, evidentemente affamati.

Eric mormorò: — Non hanno bevuto nulla per dodici ore prima della Caccia, tranne la bevanda offerta prima dell’arrivo dei veltri. Una volta iniziata la Caccia, infatti, non si può più evacuare.

— È un grave incomodo — commentò Marjorie, meditativa, immersa nel ricordo delle aguzze corna implacabili sui colli delle cavalcature. — Ne vale davvero la pena?

Eric scosse la testa: — Non sono un filosofo, lady Westriding. Se lo chiedeste a mio fratello, lui risponderebbe senz’altro di sì. Se lo chiedete a me, io posso rispondervi sì o no. In ogni caso, lui cavalca e io no.

— Io cavalco, ma rispondo no.

Marjorie si volse a colui che aveva parlato: un uomo alto, ampio di spalle, non molto più giovane di lei, abbigliato con calzoni sporchi e giacca rossa, il cappello da caccia sottobraccio, un bicchiere pieno in mano; e notò che le labbra gli tremavano, ma quasi impercettibilmente, talché era improbabile che altri se ne fossero accorti.

— Vi chiedo scusa, ma ho molta sete. — Ciò detto, il giovane bevve, trasmettendo il proprio tremito al bicchiere. Per qualche ignota ragione, era così emozionato che la sua pronuncia era confusa.

— Lo immagino — rispose Marjorie. — Ci siamo conosciuti stamane, vero? Avete un aspetto molto diverso nel vostro completo da caccia.

— Sono Sylvan bon Damfels — si presentò il giovane, con un lieve inchino. — Sì, ci siamo conosciuti stamane. Sono il figlio minore di Stavenger e Rowena bon Damfels.

Dall’altro lato della sala, dove si trovava col padre, Stella vide Sylvan parlare con Marjorie, e subito, mutando espressione, si avvicinò, con lo sguardo fisso al giovane. Seguirono altri inchini e mormoni di presentazione. Eric bon Haunser si allontanò, lasciando Marjorie e i figli con Sylvan.

— Un attimo fa — riprese Marjorie — avete dichiarato che non vale la pena cacciare, sebbene voi stesso partecipiate alla Caccia. Ho capito bene, vero?

— Esatto. — Sylvan arrossì, scoccando rapide occhiate tutt’attorno per accertarsi che nessuno ascoltasse, i muscoli del collo così tesi come se dovesse sforzarsi allo spasimo per parlare. — Lo dico a voi, lady, e a voi, signorina, e a voi, giovane signore, confidando che non riferirete le mie parole a nessun membro della mia famiglia, né a nessun altro bon. — E ansimò, per riprendere fiato.

— Ma certo. — Sebbene avesse riacquistato la calma, Anthony era ancora pallidissimo da quando aveva visto la volpe, o le volpi, come molti Grassiani chiamavano la belva, intendendo una o una dozzina. — Se lo desiderate, avete la nostra promessa.

— Ve lo dico, perché forse vi sarà chiesto di cavalcare, o meglio, sarete invitati alla Caccia. Ero convinto che fosse impossibile, prima di conoscere vostro marito, lady Westriding, ma adesso credo proprio che sia possibile, benché improbabile. Se succederà, vi raccomando di non accettare. — Sylvan li guardò negli occhi uno dopo l’altro, come per scrutare nelle profondità dell’anima di ciascuno, poi s’inchinò di nuovo e si allontanò, massaggiandosi la gola come se gli dolesse.

— Accidenti! — Stella scosse la testa, sdegnata.

— Già — rispose Marjorie. — Credo che sarebbe saggio, oltre che cortese, non ripetere quello che ha detto, Stella.

— Che affronto!

— Non credo che intendesse essere un affronto.

— Quelle loro cavalcature potranno spaventare te e lui, ma certo non spaventano me! Sarei perfettamente in grado di cavalcare una di quelle creature: non ho dubbi.

Squassata da un tremito fin nell’anima, Marjorie riuscì a stento a mantenere calma la voce: — So bene che potresti, Stella. Anch’io potrei. Suppongo che ognuno di noi potrebbe, dopo sufficiente addestramento. Il problema è: dovremmo farlo? Dovrebbe farlo, anche uno soltanto di noi? Abbiamo un amico, in questa sala, credo. Ebbene, questo amico ci ha appena raccomandato di non farlo.

6

Le rovine arbai su Grass sono in gran parte simili a tutte le altre rovine arbai: enigmatiche, abbandonate in un’epoca che da un punto di vista archeologico è recente, e permeate da un mistero che si può percepire, ma non comprendere. Altrove, le città degli Arbai sono popolate dal vento, dalla polvere, e dalle ossa sparse dei loro costruttori. In queste città, sono stati rinvenuti così pochi resti arbai, che gli uomini si sono chiesti perché un popolo tanto poco numeroso abbia costruito città così estese. La curva e l’arco sono le forme dominanti nel disegno delle strade e delle case. Nessun veicolo è mai stato rinvenuto in nessuna città: intenti a compiere le loro misteriose attività, quali che esse fossero, gli Arbai camminavano o correvano.

Ogni città è dotata di una biblioteca, nonché di una misteriosa opera, collocata nella piazza principale, che viene considerata una scultura civile o religiosa. All’esterno di ogni città si trovano alcuni macchinari enigmatici, che da alcuni studiosi sono considerati forni crematori, da altri sono giudicati impianti per lo smaltimento dei rifiuti, e da altri ancora sono creduti invece impianti per il teletrasporto, giacché non sono mai state trovate cosmonavi arbai. Secondo una diversa ipotesi, i misteriosi macchinari erano in grado di svolgere tutte e tre queste funzioni. Se si trattasse di forni crematori, significherebbe che le salme degli abitanti delle città sono state arse, e ciò spiegherebbe perché le spoglie rinvenute sono così poche e così sparse. D’altronde, se si tratta di impianti per il teletrasporto, le popolazioni potrebbero essersene servite per trasferirsi altrove. Ma benché le dispute erudite si siano protratte per intere generazioni, gli archeologi e gli scienziati non concordano su nessuna di queste interpretazioni.

Nelle città arbai meglio conservate, sono stati ritrovati soltanto pochi scheletri completi, sempre singoli o a coppie, all’interno di stanze chiuse, come se gli Arbai rimasti dopo la partenza degli altri fossero troppo pochi per celebrare le esequie.

Su Grass, invece, la situazione è affatto diversa: le salme giacciono a centinaia nelle case, nelle strade, nella biblioteca e nella piazza. Dovunque scavino, i Frati Verdi trovano spoglie mummificate.

Per molti anni, le ricerche sono state compiute da govani tanto vigorosi, quanto poco interessati al remoto passato e alle razze aliene. Alcuni, tuttavia, sono rimasti affascinati dagli antichi resti, com’era inevitabile che avvenisse; perciò hanno volontariamente dedicato all’archeologia la loro vita, la loro intelligenza, e il loro sapere. Talvolta due o tre di questi fanatici frati archeologi si sono trovati a collaborare, ma attualmente soltanto uno sta studiando la civiltà degli Arbai.

Canuto, calvo e rugoso, frate Mainoa vive esiliato su Grass da quando era un miserabile giovane accolito della Santità, ed è invecchiato senza salire nella gerarchia, senza acquistare quegli onori che vengono riconosciuti ad alcuni membri del suo ordine. Al pari dei suoi predecessori, è un archeologo dilettante, innamorato della propria opera, che ha imparato a celare la propria passione sincera ai superiori. Fra le rovine vetuste, le strade, le case, la piazza, la biblioteca, non ha trovato nulla di utile, nulla che potrà mai comprendere davvero, però ha trovato la dimora del suo cuore. Da solo, ha riportato alla luce quasi metà delle salme arbai, dando un nome a tutte: con esse trascorre gran parte della sua esistenza, e fra esse ha trovato i suoi amici, anche se non si tratta dei suoi unici amici.

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