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Pianeta di caccia [Grass - it]

Электронная книга - «Pianeta di caccia [Grass - it]». Краткое содержание книги:

Marjorie Westriding Yrarier è stata inviata sul pianeta Grass per rispondere a un misterioso interrogativo: un contagio si sta spargendo fra le stelle, un’epidemia mortale che minaccia di distruggere la razza umana. Nessun pianeta ne è rimasto immune, tranne Grass. Perché?
Poco si conosce di Grass, se non che si tratta di un luogo idilliaco, dove la natura è assolutamente intatta e l’ambiente conserva un perfetto equilibrio. Interamente coperto dalle più strane varietà di vegetazione che si possano immaginare, il pianeta è un’autentica anomalia cosmica. Un gruppo di famiglie giunte secoli prima per colonizzarlo hanno edificato rapidamente una nuova società, ignorando la presenza aliena e creando un’aristocrazia che ruota attorno all’evento della Caccia. Con il passare delle generazioni, la vita su Grass e i vari usi e costumi sono sempre più sprofondati nel mistero e la Caccia, evento già ben noto sulla Terra, si è ora trasformato in uno strano rito, tremendo e inquietante. Già, perché qual è la vera natura e la vera funzione delle creature che partecipano alla Caccia, che cosa si nasconde dietro questo ciclico rituale e soprattutto... qual è la preda? Come ben presto intuisce Lady Westriding, su questo strano pianeta lontano milioni di chilometri vi sono più misteri di quanti se ne possano immaginare.

Nominato per i premi Hugo e Locus in 1990.
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Su Grass, Marjorie nutriva ancora la medesima ira, e ancora se ne pentiva, e ancora la confessava, e ancora non sapeva come comportarsi con Stella, che lì, su quel pianeta sconosciuto, era sempre tetra e scontrosa, ribelle e gelida, come a casa, sulla Terra.

— Perché, padre? — aveva domandato Marjorie. — Perché Stella è così? Perché Rigo è così?

— Sai bene perché lo sono tutti. — aveva risposto padre Sandoval, in tono gentile come sempre, iniziando una delle sue dotte e inflessibili prediche.

— Il peccato — aveva interrotto Marjorie. — Il peccato originale. So cosa insegna la chiesa: un peccato commesso da persone vissute migliaia di anni fa ricade su di me, tramite le mie cellule, il mio DNA, fondendosi in qualche modo ad esse, al mio cuore, ai miei polmoni, al mio cervello, e contagiando anche mia figlia.

Il prete aveva rizzato la testa: — Marjorie! Non ti ho mai insegnato che il peccato originale si trasmette mediante le cellule!

— E come potrebbe trasmettersi, altrimenti? Di cosa si tratta, in realtà? L’anima è unita al corpo, vero, padre? E il peccato deriva dal sesso, vero? Non sono soltanto le nostre anime ad andare a letto insieme, vero?

Secondo la dottrina della Santità, la risposta sarebbe stata sì: le anime andavano a letto insieme, e i matrimoni duravano in eterno, soprattutto in cielo. Tuttavia gli antichi cattolici non credevano a tutto ciò. Grazie a Dio, aveva pensato Marjorie. Quando sarò morta, almeno questo avrà fine. Ed era scoppiata a piangere, sentendo che in qualche modo era tutta colpa sua.

Allora padre Sandoval si era limitato a batterle gentilmente una spalla, incapace di confortarla, incapace o riluttante ad attenuare il suo senso di colpa. Nulla aveva potuto mitigare tale senso di colpa: neppure il lavoro che aveva svolto a Santa Maddalena, che avrebbe dovuto costituire una sorta di espiazione.

Chiudendo silenziosamente la porta alle proprie spalle, Marjorie lasciò la camera di Stella. Forse, quando fosse diventata adulta, o quando avesse raggiunto la mezza età, la figlia avrebbe potuto esserle amica. Si sarebbe sposata, la distanza e il tempo l’avrebbero separata dai genitori, avrebbe avuto figli. Forse, con il tempo, madre e figlia avrebbero potuto diventare amiche.

Per effetto di queste riflessioni, Marjorie impallidì e boccheggiò, colta da un dolore simile alla nausea. Forse il tempo non sarebbe bastato affinché ciò avvenisse, e l’incomprensione e l’infelicità si esaurissero. Forse Stella non aveva un futuro: non esisteva alcuna prova che Grass fosse immune dalla peste, bensì la supposizione, la speranza soltanto. E i ragazzi non potevano condividere neppure queste ultime, perché sarebbe stato troppo pericoloso informarli del vero scopo della missione. Questo era il parere della Santità, e Marjorie era perfettamente d’accordo, giacché era consapevole che Tony avrebbe potuto perdere il controllo di se stesso, e Stella avrebbe potuto ribellarsi. Entrambi avrebbero potuto parlare in modo tutt’altro che diplomatico a qualche aristocratico, proprio quando il fato dell’umanità dipendeva dalle loro parole. Ammesso che le notizie ricevute dalla Santità fossero veridiche. Purché fosse vero che la peste non esisteva su Grass.

In seguito, Marjorie rimase seduta immobile, raggelata, in attesa del nuovo giorno, pregando macchinalmente per calmarsi poco a poco.

Appena la luce rivelò distintamente la distesa di erbe, si recò alla stalla: aveva bisogno di toccare i cavalli, di fiutarli, di essere rassicurata dalla loro realtà familiare e dalla semplicità del loro affetto e della loro lealtà. Gli animali non respingevano il suo amore, anzi, ripagavano mille volte le minime attenzioni. Andando da uno stallaggio all’altro, Marjorie accarezzò e vezzeggiò i cavalli, offrì loro focaccine dolci che aveva conservato appositamente. Osservò per un poco Don Chisciotte, che scalpitava, nervoso, implorante, infine lo abbracciò, mormorando: — Il mio Don Chisciotte. Sei proprio un buon cavallo. Un cavallo meraviglioso. — E posò il volto sul muso d’ebano, sentendo il fiato caldo sull’orecchio. Così, per pochi istanti, dimenticò l’ostilità di Stella, e l’infedeltà di Rigo, e gli Hippae, e i veltri, e i mostri che la perseguitavano, ossia quelli chiamati volpi e quello chiamato peste.

— Vieni, usciamo nel prato.

Non era, quella, una mattina da addestramento, bensì una mattina riservata a lei stessa e a Don Chisciotte, per la comunione più intima di cui ella avesse mai avuto esperienza. Perciò Marjorie non sellò lo stallone: voleva essere a contatto col suo manto, per poterlo rassicurare con ogni muscolo e attingerne forza.

Allungata sul collo del cavallo, Marjorie scese per il sentiero sinuoso che, percorrendo un fossato e valicando un crinale, conduceva al prato nel catino.

Nell’avvicinarsi al crinale, lo stallone fu scosso da un tremito, ma in silenzio, senza neppure un nitrito di protesta, come se qualcosa, dal profondo del cuore colmo di amicizia per le persone, gli rivelasse che la sua unica possibilità di continuare a vivere consisteva nel non produrre alcun suono. Soltanto il respiro defluiva da esso, come se la vita lo abbandonasse. Poiché sentiva sempre il suo minimo movimento, Marjorie se ne accorse. Smontò agilmente, già sapendo quel che avrebbe visto dal crinale prima ancora di recarvisi. Si sentì la bile calda in gola e cominciò a tremare come se un freddo improvviso la stesse raggelando. Eppure doveva vedere: doveva sapere.

A un tocco di Marjorie sulle spalla, lo stallone si sdraiò com’era stato addestrato a fare, nonché volentieri, come se le zampe lo reggessero a stento. Per confortarlo, o per confortare se stessa, Marjorie lo accarezzò una volta; poi, carponi sulle membra tremanti, strisciò fino al crinale, a lato del sentiero, per poter osservare la prateria sottostante senza essere veduta.

Erano tre, proprio come quando Marjorie li aveva visti l’altra volta, dopo essersi recata al catino con Tony e Rigo. Erano tre Hippae: con noncuranza, quasi distrattamente, del tutto a loro agio, con grande esperienza, eseguirono i medesimi esercizi che Marjorie aveva compiuto con Octavo: passo, trotto, piccolo galoppo, e volteggio, attraverso il prato in lunghe diagonali. Poi si schierarono voltando le spalle a Marjorie, con i colli scintillanti, irti di corna minacciose come sciabole snudate. Infine si volsero a guardar su, verso il nascondiglio della donna, cogli occhi rossocupi e scintillanti nella luce dell’alba, in assoluto silenzio.

Per un istante, Marjorie pensò: Quegli Hippae si divertono a scimmiottarci. Si sono divertiti ad osservare gli esercizi che eseguivamo con i nostri piccoli animali di un altro pianeta. Tuttavia fu un pensiero fuggevole, a cui ella non poté restare aggrappata.

Gli Hippae sapevano che lei era lì ad osservarli: forse avevano volutamente compiuto i loro esercizi proprio subito dopo il suo arrivo, e non per divertimento. Non vi era alcun divertimento nei loro occhi rossi.

Anziché restare ad affrontarli, Marjorie fuggì come se temesse per la propria vita; ritornò dallo stallone che giaceva come ucciso; lo fece rialzare sulle zampe tremanti; montò; e, tutta allungata sul suo collo, scappò a Collina d’Opale, fra le persone, con un altro orrore aggiunto a quelli di cui aveva già avuto esperienza.

Negli occhi rossi degli Hippae aveva visto scherno, ma anche qualcosa di più profondo, e durevole, e inesorabile, ossia malignità.

Come spesso faceva, James Jellico tornò a casa per pranzare, sapendo che sua moglie, Jandra, avrebbe appreso con interesse quello che era accaduto durante la mattinata. Priva di gambe, Jandra poteva camminare agevolmente con gli eleganti arti artificiali che il marito le aveva procurato, corrompendo qualche funzionario all’astroporto e talvolta chiudendo un occhio quando era in servizio; tuttavia soffriva nell’usarli, e rifiutava ì trapianti anestetici perché, come lei stessa diceva spesso, non voleva che le fosse «manomessa la testa». Dunque preferiva usare la sedia a rotelle che aveva da quando era bambina, e non soltanto in casa, ma anche fuori, fra i pollai. Un terzo dei proventi della famiglia Jellico derivava infatti dall’allevamento delle oche e delle anatre terrestri, nonché degli uccelli szizz di Semling, e delle grasse, deliziose creature senz’ali originarie del pianeta Shafne, che Jandra chiamava «tozzini».

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