Il mangiatore d'anime [The Soul Eater - it]
- Автор: Резник Майкл (Майк) Даймонд
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Научная фантастика
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Finalmente la creatura cominciò ad avvicinarsi, esitando e molto lentamente, per fermarsi quando fu a ottantamila chilometri.
— E adesso? — chiese Vostuvian, dimostrando una certa curiosità per la prima volta da che aveva imparato a pilotare la nave.
— Adesso aspettiamo — disse Lane. — Pare che conosca la portata dell’arma, e probabilmente prende tempo per raccogliere il coraggio sufficiente ad avvicinarsi di più.
Passò un’intera giornata, e poi finalmente la creatura ricominciò ad avvicinarsi. Adesso era al limite della portata massima, poi a sessantacinquemila chilometri e poi a quarantacinquemila.
Improvvisamente Lane cominciò a tremare e capì di essere entrato in rapporto con la creatura. Fissò il mirino dell’arma sul bersaglio e attese.
— Spara! — sussurrò con voce reca Vostuvian, e Lane vide che tremava ancora più di lui.
— Non ancora. Devo essere sicuro.
— Adesso!
— Taci!
— È alla portata! Cosa aspetti?
La creatura era a venticinquemila chilometri, e continuava ad avvicinarsi.
Lane sentiva la paura e l’apprensione, l’eccitazione, il desiderio, la bramosia, e qualcosa che non aveva mai percepito prima.
Solitudine.
Vostuvian balbettava come un idiota e d’un tratto fece per azionare l’arma, ma Lane lo spinse via.
— Ammazzala! — strillò il Dorne.
Lane si alzò per frapporsi tra lui e l’arma.
— Tienti lontano altrimenti non ucciderò solo la creatura — disse, cercando di dominarsi.
La preda era ormai visibile sullo schermo: pulsava lentamente, cambiando colore e continuava inesorabilmente ad avvicinarsi.
Lane posò la mano sul grilletto, e in quello stesso istante, agli altri sentimenti se ne aggiunse uno nuovo: la fiducia.
Lane cercò di sparare, si sforzò facendo ricorso a tutta la sua forza di volontà, ma non ci riuscì.
La sua mano si spostò come per volontà propria fino a posarsi sul vibratore, e nella frazione di secondo in cui la sua mente rimase lucida calcolò quanto gli ci sarebbe voluto per staccare la mano dal vibratore e far funzionare l’arma. Quindici secondi? Venti? Non lo sapeva ma dubitava di riuscirci. E, maledicendo la propria debolezza, azionò il vibratore.
Vostuvian fu scagliato contro la paratia di fondo della cabina, ma Lane rimase ritto in piedi, rigido, con lo sguardo fisso. Si sentì travolgere, ondata su ondata, dalle sensazioni e dalle emozioni della creatura, che lo soffusero di una calda, saziata luminosità pulsante.
Poi, mentre la creatura accennava ad allontanarsi di nuovo, spostò la mano sull’arma. Erano distanti quarantamila chilometri, bastava che lui premesse un pulsante e l’avrebbe uccisa.
Ma voleva essere sicuro.
Tornò a calcolare la mira controllando i dati al computer, si assicurò che la creatura non deviasse e finalmente, quando quella era ormai a centoventimila chilometri, sparò.
E la mancò.
20
Passarono parecchi minuti prima che Lane si rendesse pienamente conto di quello che aveva fatto, e molte ore prima che Vostuvian tornasse completamente in sé.
— Ha cambiato direzione — disse Lane al Dorne quando s’accorse che era in grado di capirlo. — Si dirige verso il nucleo.
— Lo sapevo — mormorò l’altro, — che non l’avresti uccisa.
— Ho sparato, ma era fuori portata.
— Fuori portata? — ripeté Vostuvian con voce appena percettibile. — Lane, era a meno di ventimila chilometri!
— Tu mi hai distratto — lo rimbeccò Lane. — Mi stavo concentrando quando ti sei buttato sull’arma. Fino a quel momento ero perfettamente padrone di me stesso.
— Non lo eri — affermò Vostuvian sempre imperturbabile.
— Sì, invece! — urlò Lane. — Stavo per ucciderla. Avrei sparato in quel momento se tu non avessi rovinato tutto.
— Non è vero, Lane. Non hai ancora capito che tu non la puoi distruggere?
— Io invece sono convinto che non riuscirò a farlo con te a bordo — ribatté Lane. — Adesso taci e lasciami in pace.
Rilevò i dati sugli strumenti: la creatura li precedeva di circa duecentomila chilometri, e filava di nuova alla velocità della luce. Dopo un’ora, Lane cedette i comandi al Dorne e andò in cambusa a mangiare un boccone.
Guardò a lungo le sue riserve di viveri concentrati, e alla fine decise che non aveva alcuna voglia di mangiare, così sedette alla tavola della mensa, immobile, con gli occhi fissi sulla paratia di fronte.
Quanto di quello che aveva detto al Dorne era vero e quanto frutto di un suo desiderio? Non voleva analizzare a fondo la questione, ma sapeva di doverlo fare per sapere come si sarebbe comportato la prossima volta che la creatura sarebbe stata alla sua portata. Quale arma avrebbe usato?
Così pensando, trasferì la sua ira dal Dorne alla creatura. Era stata lei a offuscargli la mente e i sensi, non Vostuvian. Era stata lei a costringerlo a sparare con il vibratore e non con l’arma a entropia, a indurlo ad aspettare troppo a lungo prima di servirsene, a trasformarlo in una cosa oscena con desideri inimmaginabili. Vostuvian non compariva nei suoi incubi, nei suoi sogni a occhi aperti, nelle sue fantasie: la creatura sì.
L’aveva avuta a portata di mano e l’aveva lasciata scappare. Aveva preso tutto quello che aveva da dargli, e lui l’aveva mancata solo per pochi secondi. Adesso sapeva cosa poteva e non poteva fargli, e quello che poteva e non fare lui. La prossima volta sarebbe stato pronto, non avrebbe esitato, avrebbe colto l’occasione di colpirla, se fosse stato il caso di doverlo fare.
La prossima volta…
Ma la prossima volta non si verificò così presto come lui aveva sperato. Il folle volo continuò per giorni che divennero settimane e mesi, che li portarono dal bordo della galassia al Greenwich galattico. Si erano lasciati alle spalle la Frontiera Esterna, e ben presto oltrepassarono l’area dominata dalla Democrazia e si trovarono alla Frontiera Interna. L’uomo non aveva costruito il suo impero iniziando dal nucleo, ma dalla Terra e da Deluros VIII, e da una mezza dozzina di altri grandi pianeti espandendosi in cerchi enormi, sempre più ampi.
Inoltre non si era stabilito né sul bordo né verso il centro geocentrico al di fuori di Punto Nord e di pochi altri mondi periferici della civiltà umana.
Continuavano a volare oltrepassando milioni di mondi inesplorati fino a raggiungere una zona non solo inesplorata, ma neppure segnata sulle mappe.
— Se non si decide a rallentare — disse per la millesima volta Lane, che cercava di allettare la creatura azionando a tratti il vibratore. — Se non rallenta gli sparo lo stesso con l’arma a entropia. Forse avremo fortuna…
Il Dorne non ebbe il tempo di rispondere perché, con loro enorme sorpresa, in quello stesso istante la nave ricevette un segnale radio, il primo dopo molti anni.
— Ripetiamo: Mayday — disse una voce umana fioca ma riconoscibile nonostante le forti scariche di energia statica. — Ripetiamo: Mayday. Urgono soccorsi.
Lane accese la trasmittente.
— Qui Deathmaker al comando di Nicobar Lane, quarantacinque mesi da Belore.
— Dio ti ringrazio! — disse la voce.
— Qui Jonas Stonemason comandante della Rachel. Abbiamo esaurito l’energia e abbiamo acqua e aria appena sufficienti per due giorni.
— Cosa diavolo ci fate da queste parti? — chiese Lane.
— È una nave di coloni — spiegò Stonemason. — Stavamo andando alla ricerca di un pianeta agricolo sulla Frontiera Interna quando ci è venuta completamente a mancare l’energia. Viaggiavamo a circa metà velocità dalla luce quando è successo e l’inerzia ci ha portato fin qui. Siamo riusciti a riparare la radio quattro giorni fa. Ci aiuterete?