Il mangiatore d'anime [The Soul Eater - it]
- Автор: Резник Майкл (Майк) Даймонд
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il mangiatore d'anime [The Soul Eater - it]». Краткое содержание книги:
La navetta atterrò in quello che sembrava una combinazione di aeroporto, spazioporto e terminal per monorotaia, e i passeggeri furono informati che potevano recarsi a bordo di diversi mezzi in qualsiasi parte del pianeta; ma se qualcuno doveva recarsi presso un ministero o un ente governativo prima doveva rivolgersi alle competenti autorità portuali per vedere se poteva trattare lì la questione, o se invece avrebbe dovuto recarsi su un pianetino.
Lane consultò un elenco computerizzato e chiese l’indirizzo di Ector Allsworth. Fu informato che Allsworth non abitava più sul pianeta, che tuttavia vi ci si trovava da una settimana, però il suo indirizzo era sconosciuto.
Lane provò a rintracciarlo al Vainmill, ma incappò in una tale rete di centralini, segreterie, moduli da compilare, che rinunciò all’idea di mettersi in contatto con lui al Sindacato.
Infine gli venne l’idea di inserire nel computer il nome di Ilse Vescott, e immediatamente comparve sullo schermo la scritta RISERVATO, in rosso. A questo punto decise che non valeva la pena di insistere.
Si recò poi all’archivio di microfilm locale, e nella sezione sociale e finanziario scoprì che una giornalista aveva menzionato Ilse Vescott tre volte in un mese. Rintracciò la donna e, corrompendola con metà dei suoi ultimi quattromila dollari Maria Teresa, ottenne l’indirizzo che cercava. Per fortuna non era molto lontano, ma per il viaggio di circa duecento chilometri spese quasi tutto quello che gli restava.
Dall’aerostazione si recò a piedi alla casa di Ilse Vescott. La casa isolata in mezzo ad almeno un chilometro quadrato di terreno, si affacciava su un prato tenuto alla perfezione d’erba mutante celeste e piccoli giardini altrettanto ben curati; più che una casa era un vero palazzo, che si sarebbe adattato meglio a un albergo che non a un’abitazione privata. Lane calcolò a occhio che doveva avere almeno trecento stanze, ciascuna delle dimensioni di una casa normale. Era alto quindici piani, con una facciata liscia e lucida e l’aspetto di una fortezza inespugnabile.
Si sentiva a disagio nel presentarsi con la sua tenuta di caccia — unico tipo di vestiario che usava da anni — tuttavia non lo diede minimamente a vedere. Salì sul viale mobile e in pochi minuti fu trasportato all’ingresso principale del palazzo.
Il sontuoso portone si aprì senza far rumore e Lane entrò in un atrio di ossidiana su cui davano molte porte, tutte chiuse.
— Sono L’occhio Spia di Sicurezza automatico — disse una voce metallica. — Nome e motivo della visita, per favore.
— Nicobar Lane, uccisore.
— Avete un appuntamento? Non ho registrazioni relative a questo nome.
— Occhio spia, dì a Ilse Vescott che voglio vederla e che in casa sua è entrato un uccisore.
— Non avete risposto alla mia domanda — disse la voce. — Avete un appuntamento?
— Certo. Lasciami entrare.
— Non mi risultano appuntamenti a nome Lane.
In quella echeggiò nell’atrio un’acuta risata femminile.
— Impagabile! — disse una voce diversa, continuando a ridere. — Entrate, signor Lane. Quinta porta a destra.
Lane andò alla porta indicata, l’aprì ed entrò in una stanza il cui arredo doveva esser costato il doppio della Deathmaker. Il pavimento era coperto da un soffice tappeto bianco fatto di pellicce e teste di migliaia di piccoli animali polari. Pareti e soffitto erano coperti di specchi che ripetevano all’infinito il riflesso della stanza. Sedie e tavoli in stile barocco erano profusi ovunque, ma invece che di legno erano d’oro, d’argento o di platino incastonati di gemme che Lane non aveva mai visto. In fondo alla stanza c’era un Finto Tuffatore imbalsamato, anch’esso adorno di gioielli, e il cui enorme muso sporgente, aperto, era stato trasformato in un sedile coperto di cuscini.
E dentro, o sopra, quell’insolito seggio, c’era Ilse Vescott. A prima vista Lane la giudicò una delle donne più belle che avesse mai visto, ma avvicinandosi cambiò opinione. Ilse Vescott indossava un abito a un pezzo all’ultima moda che metteva in mostra buona parte del suo corpo, e lui notò che c’era qualcosa di strano. La pelle era troppo liscia, troppo perfetta. Neanche un trattamento alla plastica poteva dare risultati così perfetti.
Poi la gardò in faccia. Anche quella era troppo perfetta, sebbene gli occhi fossero molto infossati, e quando fu a pochi metri da lei, capì la ragione. Corpo e faccia erano di fibre sintetiche fuse e modellate da un abilissimo medico-scultore che era riuscito a infondere nel soggetto l’essenza della bellezza e della sensualità. Solo gli occhi — vecchi, duri e distanziati — appartenevano alla vera Ilse Vescott, e perfino il mago che l’aveva dotata di una faccia e di un corpo di Venere moderna era stato incapace di nasconderli o cambiarli.
Lane distolse lo sguardo e indicando con un gesto l’atrio da cui era entrato, chiese: — Quanto vi è costato?
— Cosa? Il sistema di sicurezza? — chiese lei schiudendo in un sorriso le morbide labbra artificiali. — Poco più di duecentomila crediti. Perché?
— Perché per quella somma chi l’ha istallato doveva inserire nei suoi banchi di memorie la parola “killer”. Ho una bestiola che mi è costata venti crediti e che vi potrebbe proteggere molto meglio.
— Ammiro la vostra audacia, signor Lane — disse lei alzandosi e porgendogli la mano, una mano vibrante e gelida. — Chi siete venuto a uccidere?
— Nessuno — rispose Lane. — Io ammazzo animali non persone.
— Che tipo originale! — Toccò una gemma di uno dei braccialetti, e dal pavimento salì un mobile bar coperto della stessa pelliccia del tappeto. — Posso offrirvi da bere, prima che mi diciate cosa siete venuto a fare qui?
Lane annuì e lei versò il contenuto di una sottile bottiglia in due bicchieri di cristallo. Lane assaggiò un sorso, scoprì che era buono e mandò giù il resto d’un fiato. Ilse Vescott invece sorseggiò lentamente la sua bibita.
— Ottimo — disse Lane.
— Dovrei sapere chi siete, signor Lane? — chiese poi lei.
— Forse no. Finora ho trattato con Ector Allsworth.
— Ah, allora dovete lavorare per il Sindacato Vainmill.
— Io lavoro solo per me stesso.
— Sottile distinzione — commentò Ilse Vescott. — E perché siete venuto da me?
— Perché non riesco a trovare Allswort. So che è su questo pianeta, e non avendolo trovato altrove ho pensato che potesse essere qui.
— Infatti c’è. Ma è una tal noia! — disse lei arricciando il nasino artificiale. — Inoltre è solo un mio dipendente. Fa parte delle mie proprietà come il Vainmill, questa casa e tutto quello che vedete qui intorno.
— Una gran quantità di roba per una persona sola.
— Io non sono una persona comune — disse lei, mentre i suoi occhi lo fissavano con divertito distacco. — E mi piace possedere molto. A voi no?
— Io non possiedo niente. Io uccido.
— E cosa vi interessa uccidere, signor Lane?
— La Bestia dei Sogni.
— Che nome favoloso! Rievoca leggende esotiche. Com’è?
— Diverso da qualsiasi altra cosa nell’universo — rispose Lane.
— È bello?
— Molto. È come… come una stella viva. Pulsa di energia e brilla di vita. Vive nello spazio, dove è nato e dove morirà.
— Cosa respira?
— Non respira.
— E allora come farete a sapere quando sarà morto?
— Lo saprò — asserì Lane. — Lo saprò, statene certa.
— Ho sempre creduto che i cacciatori professionisti fossero freddi e spassionati — osservò lise, — e invece sembra che voi consideriate quella bestia un vostro mortale nemico.