La pietra della Luna [Moon - it]
- Автор: Герберт Джеймс
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Armenia Editore
- ISBN: 88-344-0263-4
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La pietra della Luna [Moon - it]». Краткое содержание книги:
Poi, all’improvviso, tutto ricomincia.
Orribili visioni gli invadono la mente. Una cosa, una creatura incredibilmente forte ha invaso la sua coscienza e lo rende testimone, attraverso i suoi oechi, di assassinii brutali, di mutilazioni orrende.
Senza dubbio John ha un grande potere psichico, ma anche la cosa lo ha. E la cosa lo ha fiutato, è sulle sue tracce sempre più famelica...
Si ricordò che per fortuna il traffico e il caos che lo circondavano erano solo una parentesi stagionale, una breve interruzione alla pace e alla calma dell’isola, e anche ora bastava guardare al largo, i gabbiani in picchiata sul mare leggermente increspato, per sentirsi pervadere da una calma serenità.
Si rilassò, felice di vedere che anche le ragazze stavano bene in sua compagnia; queste gite divertivano loro tanto quanto lui. Incominciò a fare delle domande relative alla sala dei computer della Rothschild per appurare quanto avessero capito e assorbito, ma presto la conversazione andò oltre i limiti scolastici: egli trovò i commenti delle ragazze interessanti e qualche volta anche divertenti, e si ricordò che spesso queste gite favorivano una maggiore conoscenza tra docente e alunni. Childes decise di pianificare una sortita simile anche con i ragazzi del Kingsley; non sarebbe stata forse una mattina così piacevole, Childes già anticipava di dover applicare una maggiore disciplina per poter tenere a freno la maggiore aggressività dei maschi.
Kelly, Isobel e Jeanette tornarono cariche di coni gelato tra l’entusiasmo delle compagne. Childes fece un sorriso a Jeanette che, infilatasi una mano in tasca, ne trasse il resto.
«Grazie» le disse.
«Grazie a lei, signore» rispose, una parte di timidezza scomparsa.
«Hai capito qualcosa di ciò che hai visto stamattina?» le chiese.
«Oh sì, credo di sì… beh… qualcosa per lo meno.»
«Non è difficile come sembra, una volta che ci fai l’abitudine tutto va al suo posto, una volta che hai capito bene le cose basilari. Vedrai!» aggiunse consolante. Poi rivolto alle altre esclamò: «Ehi, chi l’ha preso il mio?»
«Oohh. Mi scusi» disse Kelly ridendo. «Non lo mangiavo mica sa.»
Il gelato si andava già sciogliendo, scivolando in rivoli bianchi lungo la mano che lo reggeva.
Lui prese il gelato e lei si portò subito la mano alla bocca per leccarsi via la crema sciolta.
In quel mentre gli arrivò alle narici l’odore di bruciato. Un odore singolare. Come di carne che cuoce, no peggio, molto peggio. Come di carne bruciata.
Guardò Kelly: la mano che teneva alla bocca era annerita, pelle bruciacchiata appesa all’osso nudo. Una mano deforme, un artiglio carbonizzato.
Sentiva le risate delle ragazze attorno a sé, ma parevano giungere da lontano. Sentì qualcosa di appiccicoso sulla coscia, abbassò lo sguardo e vide una goccia di crema bianca scivolargli lungo i pantaloni.
Quando guardò di nuovo Kelly, stava mangiando il gelato con tutte le altre e si leccava la mano sana, integra.
La strada era ampia e tranquilla, scarso il traffico.
Le case erano tutte indipendenti, con garage privati e piccoli giardini sul davanti, tutti molto ben tenuti. I giardini sul retro dovevano essere grandi: il tipo di zona, benestante senza essere ricca, lo indicava chiaramente. La macchina si muoveva lentamente, l’autista alla ricerca di un numero, una casa particolare. L’auto si arrestò dolcemente davanti a quella casa e il suo occupante la osservò attentamente.
Sapeva che lui non ci sarebbe stato: la bambina con la vocina buffa come lo erano spesso le voci infantili, aveva detto al telefono che papà era andato a vivere su un’isola, certo che ricordava il nome dell’isola, aveva sette anni e mezzo, no?
Attese in macchina, guardando inosservato, era un sabato mattina presto, un’ora in cui gli abitanti delle case riposavano dopo le fatiche quotidiane della settimana. Ora che aveva trovato la casa l’autista sarebbe ritornato con il buio, la notte lo avrebbe protetto.
Ma d’un tratto si fece più attento: una bambina aveva girato l’angolo della casa correndo dietro a un gatto nero. Un fremito percorse tutto il suo laido corpo.
Il gatto saltò sopra un muretto che delimitava il giardino e si arrestò quando fissò la forma oscura raggomitolata nella macchina parcheggiata. Il pelo dell’animale si arruffò, la coda si irrigidì e gli occhi gialli fiammeggiarono. Poi sparì, costretto alla fuga dalla paura.
Al suo posto apparve il visetto di una bimba, che sbirciava oltre il muretto.
La figura nella macchina guardò ancora un attimo, poi aprì la portiera dell’auto.
Fran si stiracchiò, spalancando la bocca in un gigantesco sbadiglio, assaporando il languore del risveglio, mugolando di piacere. Si girò su un fianco e i capelli chiari le caddero sul cuscino.
Un fine settimana da sola, finalmente. Niente impegni, niente clienti a cui badare, niente incontri, niente telefonate. E nemmeno giornalisti starnazzanti e produttori televisivi che chiedevano interviste a clienti che comunque rifiutavano all’ultimo momento per un capriccio qualsiasi. Neanche quel continuo dover tenere a bada soci in affari e clienti, anzi, soprattutto clienti. Credevano tutti che qualsiasi divorziata anche solo belloccia fosse a disposizione di tutti. Un’occasione per poter passare un po’ di tempo con Gabby, povera piccola abbandonata, la più brava bambina del mondo. Dio dammi t forza di alzarmi a prepararle una colazione come si deve, pensò. Ancora dieci minuti a letto, però.
Gabby era già entrata prima per il bacino del risveglio e per un fugace abbraccio sotto le coperte. Dopo aver promesso alla sua mammina una buona tazza di tè, era poi scomparsa; si erano solo sentiti gli strilli per chiamare a sé l’adorata micia.
Fran era contenta che Douglas non si fosse fermato per la notte. Non che fosse implicito, ci teneva alla famiglia lui. Douglas Ashby era un ottimo socio in affari, e un amante splendido e fantasioso; sfortunatamente per lei era anche un bravo marito (con una sola infedeltà, lei) e non stava mai via di casa più del necessario. Mah, forse era meglio così, gliene era bastato uno di uomo importante nella vita. Sapeva che a Gabby il padre mancava molto, e negli ultimi due anni c’erano state delle volte in cui aveva rimpianto di essere stata così intollerante nei suoi confronti, ma il troppo è troppo. Avevano dovuto affrontare entrambi la verità, che non erano fatti l’uno per l’altra.
Però sarebbe stato bello avere un uomo accanto nel letto adesso. Strano come una nottata di splendido amore le facesse l’effetto di svegliarsi ancora vogliosa. Il lamento soffocato questa volta era segnato da un accenno di frustrazione. Il tè Gabby, il tè. Salva tua madre dalla vergogna.
Fran si alzò a sedere sul letto ammucchiando i cuscini dietro la schiena. Contemplò la propria immagine nello specchio di fronte al letto dall’altro lato della stanza. Niente male, si disse. Seni sodi e poca ciccia da pizzicare. I capelli lunghi e folti senza ombra di tintura. Lo specchio, troppo lontano, pietosamente non rifletteva quelle rughette fastidiose attorno agli occhi e al collo. Alzò il lenzuolo per guardarsi la pancia. Beh, qualche esercizio ci vuole prima che ciò che per ora si può definire un po’ rilassato diventi ‘flaccido’. Le cosce erano OK invece: snelle e ben tornite come sempre. Peccato che un corpicino così venisse poco adoperato. Fran lasciò cadere il lenzuolo.
Sollevò la testa a guardare il soffitto; bisogna che faccia qualcosa con la piccola oggi, pensò. Potremmo andare a fare shopping, poi a pranzo fuori in qualche posto. Sì, le piacerebbe. Forse anche al cinema stasera, si potrebbe invitare anche Annabel. Anche questo le piacerà. Devo passare più tempo con Gabby, accidenti al lavoro! La figlia stava diventando precocemente matura, forse un po’ troppo responsabile per una bambina della sua età. Gli anni dell’innocenza sono troppo preziosi per bruciarli così. Era sorprendente, considerando quanto poco si vedessero, quanto incominciava a somigliare al padre. Erano entrambi miopi, ma la somiglianzà andava al di là dei tratti somatici. Fran udì il rumore di una macchina fuori che partiva allontanandosi lungo la strada.