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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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«NOOOOOO!» Asmodean strisciò verso di lei. «Non puoi farmi questo! Ti prego, Mierin! Ti prego!»

«Mi chiamo Lanfear!» La rabbia le deformò il bel viso fino alla bruttezza e l’uomo venne sollevato in aria a braccia aperte, gli abiti schiacciati contro il corpo e la pelle del viso distorta, come burro spalmato su una roccia. Rand non poteva permetterle di ucciderlo, ma era troppo stanco per toccare la Vera Fonte senza aiuto, riusciva appena a percepirla, un vago bagliore fuori della visuale.

Per un istante aumentò la presa sull’uomo di pietra con in mano la sfera di cristallo. Se avesse provato a raggiungere l’enorme sa’angreal a Cairhien in quel momento, quel Potere avrebbe potuto distruggerlo. Invece si protese verso la statuina dietro la fusciacca, con l’angreal sarebbe stato un flusso debole, un rivolo sottile come un capello in confronto all’altro, ma era troppo stanco per fare di più. Lo scagliò contro i due Reietti nella speranza quantomeno di distrarre Lanfear.

Una barra di fuoco bianco alta tre metri passò fra i due in un’immagine indistinta circondata da fulmini azzurri che si inarcavano, scavando un solco attraverso la piazza, una fenditura levigata che luccicava di terra e rocce fuse, fino a colpire la parete di un palazzo striato di verde ed esplodere, il boato sopraffatto dal rombo del marmo che crollava. Da un lato della fenditura fusa Asmodean cadde al suolo in un mucchio tremante, con il sangue che gli colava dal naso e da un orecchio. Dall’altro Lanfear arretrò come se fosse stata colpita e si voltò verso Rand, il quale ondeggiava per lo sforzo e perse nuovamente il contatto con saidin.

Per un momento la rabbia ingolfò il viso della Reietta con la stessa intensità dello sguardo che aveva rivolto ad Asmodean. In quel lasso di tempo Rand rimase al limite della morte, poi la furia svanì sorprendentemente di colpo, seppellita dietro un sorriso seducente. «No, non devo ucciderlo. Non dopo tutti questi sforzi.» Avvicinandosi a Rand, si protese per carezzargli il collo dove il morso che gli aveva dato in sogno stava guarendo; Rand non lo aveva detto a Moiraine. «Hai ancora il mio marchio. Vuoi che lo renda permanente?»

«Hai fatto del male a qualcuno ad Alcair Dal o nei campi?»

Lanfear non smise mai di sorridere ma la carezza cambiò. Le dita erano pronte a squarciargli la gola. «Come chi? Credevo che ti fossi reso conto di non amare quella contadina, o forse ti riferisci alla bella Aiel?» Una vipera. Una vipera mortale lo amava — che la Luce mi aiuti! — e non sapeva come fermarla se decideva di mordere, che si trattasse di lui o di qualcun altro.

«Voglio che non venga fatto del male a nessuno. Ho ancora bisogno di loro. Posso usarli.» Dire una cosa simile era doloroso, doloroso per la quantità di verità che conteneva. Ma se serviva per tenere le zanne di Lanfear lontano da Egwene, Moiraine, Aviendha e chiunque altro fosse vicino a lui, allora valeva la pena soffrire un po’. Reclinando indietro la bellissima testa, la donna rise. «Ricordo quando eri troppo debole per usare chiunque. Subdolo in battaglia, duro come la pietra e arrogante come le montagne, ma sincero e debole come una ragazzina! No, non ho fatto del male a nessuna delle tue preziose Aes Sedai o dei tuoi preziosi Aiel. Non uccido senza motivo, Lews Therin. Non faccio nemmeno del male senza motivo.» Rand stava intenzionalmente evitando di guardare Asmodean che, pallido e respirando a fatica, si era messo in ginocchio mentre con una mano si detergeva il sangue dalla bocca e dal mento.

Voltandosi lentamente Lanfear osservò la grande piazza. «Hai distrutto questa città come avrebbe potuto fare un esercito.» Ma non erano i luoghi in rovina che la donna guardava, anche se faceva finta. Era la piazza squarciata cosparsa di frammenti di ter’angreal e chi sa cos’altro. Quando tornò su Rand aveva le labbra serrate e negli occhi una scintilla di rabbia repressa. «Fai buon uso dei suoi insegnamenti, Lews Therin. Gli altri sono ancora là fuori, Sammael con la sua invidia nei tuoi confronti, Demandred con il suo odio, Rahvin con la sua sete di potere. Saranno molto impazienti di distruggerti, ancor più se — quando — scopriranno che hai quello.»

Lo sguardo di Lanfear lampeggiò sulla statuetta di trenta centimetri che Rand aveva in mano e per un istante ebbe l’impressione che Lanfear stesse considerando l’idea di prenderla. Non per evitare che gli altri gli stessero addosso, ma perché con quella lui poteva essere troppo potente per lei. In quel momento Rand non era certo che sarebbe riuscito a fermarla se avesse usato qualcosa di diverso dalle mani. Un momento prima la donna stava decidendo se lasciargli o meno il ter’angreal, il successivo stava valutando la sua stanchezza. Per quanto parlasse di amarlo voleva trovarsi lontano da lui per quando sarebbe stato in grado di usare quell’oggetto. La donna rivolse un’ulteriore occhiata alla piazza umettandosi le labbra, quindi una porta si aprì di colpo accanto a lei, non una porta che immetteva nell’oscurità ma in quella che sembrava la camera di un palazzo, tutta decorata di marmi intagliati e drappi di seta.

«Chi eri tu?» chiese mentre la donna si incamminava. Lanfear si fermò guardandolo da sopra una spalla con un sorriso quasi civettuolo. «Credi che potrei sopportare di essere la grassa e brutta Keille?» Fece scorrere le mani sulle forme snelle del corpo per enfatizzare la risposta. «Isendre. La magra, bella Isendre. Credevo che se avessi sospettato, sarebbe stato di lei. Sono abbastanza orgogliosa da poter sopportare un po’ di grasso, quando devo.» Il sorriso divenne un ghigno. «Isendre credeva di avere a che fare con dei semplici Amici delle Tenebre. Non sarei sorpresa se in questo momento stesse cercando di spiegare angosciata a qualche donna aiel furiosa perché una gran quantità dei suoi monili d’oro si trova in fondo alla sua cassa. In realtà ne ha davvero rubati una parte.»

«Credevo avessi detto di non aver fatto del male a nessuno!»

«Adesso mostri il tuo cuore debole. Quando voglio, anch’io posso mostrare il cuore tenero di una donna. Non potrai evitare che venga frustata. Credo — se lo merita per quegli sguardi che mi ha rivolto — che se torni velocemente potresti evitare che la mandino via a piedi con una sola borraccia d’acqua per uscire da questa terra arida. Questi Aiel sembrano essere abbastanza severi con i ladri.» Rise divertita scuotendo la testa meravigliata. «Così diversi da quel che erano. Potevi schiaffeggiare un Da’shain e tutto quello che avrebbe fatto sarebbe stato chiederne il motivo. Un altro schiaffo, e avrebbe chiesto se ti aveva offeso. Non avrebbe cambiato se avessi continuato a schiaffeggiarlo per tutto il giorno.» Guardando Asmodean con disprezzo, aggiunse: «Impara bene e rapidamente, Lews Therin. Voglio che governiamo insieme, non voglio guardare Sammael che ti uccide o Graendal che ti aggiunge alla sua collezione di bei giovanotti. Impara bene e velocemente.» Quindi entrò nella stanza di marmo bianco e seta e la porta sembrò girarsi di lato, stringersi e poi svanire.

Rand respirò profondamente per la prima volta da quando la donna era apparsa. Mierin. Un nome ricordato dalle colonne di vetro. La donna che aveva trovato la prigione del Tenebroso durante l’Epoca Leggendaria, quella che l’aveva bucata. Allora sapeva di cosa si trattava? Come era sfuggita a quel destino di fiamme che aveva visto? Si era votata al Tenebroso fin da allora?

Asmodean si stava alzando a fatica, instabile e sull’orlo di cadere ancora. Ora non sanguinava più, a parte un rivolo che colava da un orecchio fin sul lato del collo e una macchia sulla bocca e sul mento. La giubba rossa e sporca era stracciata, i merletti bianchi strappati e rovinati. «Era il legame con il Sommo signore che mi permetteva di toccare saidin senza impazzire» osservò rauco. «Tutto quello che hai ottenuto è rendermi vulnerabile come te. Potresti anche lasciarmi andare. Non sono un buon insegnante. Mi ha scelto solo perché...» Strinse le labbra cercando di rimangiarsi quanto aveva detto.

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