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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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Infine, l’ultima brocca di terracotta e le ultime capre belanti furono spartite e il comandante fece segno a un paio di uomini scalzi vestiti di rozzi corsetti di raccogliere la sua parte di bottino e di caricarla sul suo carro. Schiavi, pensai. O magari thetes.

Il comandante scese stancamente dalla biga e chiamò Lukka a rapporto piegando il dito.

Osservandomi mentre ci avvicinavamo, disse: — Quest’uomo non è un contadino merdoso.

Lukka si batté il pugno sul petto e rispose: — Dichiara di essere un messaggero di qualche sommo re, signore.

Il comandante mi studiò. Io mi chiamo Arza. E tu?

— Orion — risposi.

— Sembri più un combattente che un messaggero.

Io toccai il bracciale sul mio polso sinistro. — Porto un messaggio del Sommo Re di Hatti al Sommo Re degli Achei, un messaggio di pace e di amicizia.

Arza diede uno sguardo a Lukka, poi spostò i suoi profondi occhi castani di nuovo su di me. — Il Sommo Re dell’Hatti, eh? Bene, il tuo messaggio non vale l’argilla su cui è scritto. Non c’è nessun Sommo Re dell’Hatti. Non più. Il vecchio Hattusilis è morto. La grande fortezza di Hattusas era in fiamme l’ultima volta che l’ho vista.

Polete ansimò. — Gli Hatti sono caduti?

— I grandi nobili di Hattusas combattono tra di loro — disse Arza. — Il figlio di Hattusilis sembra sia morto, stando alle voci.

— Allora cosa state facendo qui? — chiesi.

Lui sbuffò. — Sopravviviamo, messaggero. Meglio che possiamo. Vivendo in questa terra e combattendo le altre bande di soldati e di predoni che cercano di portarci via quello che abbiamo.

Io diedi uno sguardo al villaggio. Un fumo nero e sporco macchiava il cielo terso. I cadaveri che giacevano sul terreno attiravano nuvole di mosche.

— Siete voi stessi una banda di predoni — dissi.

Gli occhi di Arza si strinsero. — Parole dure da parte di un messaggero. — Sghignazzò all’ultima parola.

Ma la mia mente stava andando più in là. — Ti piacerebbe entrare al servizio del Sommo Re acheo? — chiesi.

Lui rise. — Non servirò nessun re barbaro né chiunque altro. La banda di Arza serve se stessa! Andiamo dove vogliamo andare e prendiamo quello che vogliamo prendere.

— Guerrieri potenti — risposi con disprezzo. — Bruciate villaggi e violentate donne inermi che non hanno soldati a proteggerle. Molto coraggioso da parte vostra.

Con la coda dell’occhio vidi Lukka impallidire e fare mezzo passo lontano da me. Sentii anche Polete farsi indietro.

Arza strinse la mano sull’impugnatura intarsiata d’avorio della sua spada. — Hai l’aspetto di un soldato — ringhiò. — Vuoi proteggere quello che è rimasto di questo villaggio? Contro di me?

Lukka disse: — Devo metterti in guardia, signore; quest’uomo è un combattente come non ne ho mai visti prima. Serve Atena e…

— La dea puttana? — rise Arza. — Quella che dichiara di essere vergine? Il mio dio è Taru, il dio della tempesta e del lampo, e lui vincerà sempre la tua graziosa verginella! Non resterà vergine a lungo se combatte contro Taru!

Stava cercando di provocarmi. Io scossi la testa e mi voltai per allontanarmi.

— Lukka — ordinò lui a voce alta. — Taglia la gola di questo codardo.

Prima che l’angosciato Lukka potesse rispondere, mi girai di nuovo di fronte ad Arza e dissi: — Fallo da solo, potente assalitore di donne.

Fece un largo sogghigno e sguainò la spada dal fodero piuttosto consumato. — Con piacere, messaggero — rispose.

Estrassi la spada anch’io, e Arza rise di nuovo. — Bronzo! Povero pazzo, taglierò quel giocattolo a metà, con il mio ferro!

Mentre avanzava verso di me puntandomi addosso la sua lama, io passai di nuovo all’ipervelocità. Tutto rallentò: riuscivo a vedere il suo petto che saliva e scendeva mentre respirava, e un rivolo di sudore che si formava sulla sua fronte e cominciava a scendergli sulla guancia. Lukka era fermo come una statua, incapace di decidere se doveva tentare di fermare il suo comandante o unirsi al suo attacco. Polete aveva gli occhi spalancati, la bocca leggermente aperta, le mani che cercavano di afferrare l’aria intorno.

Arza avanzò di qualche passo; poi indietreggiò di nuovo verso il suo carro, senza togliermi gli occhi di dosso, allungò una mano indietro e prese lo scudo. Io rimasi dov’ero e lasciai che se lo fissasse al braccio. Mi fece un sogghigno e, vedendo che non mi muovevo per attaccarlo, afferrò anche l’elmo di ferro e se lo mise. Era lucido sino a brillare, e i paraorecchi gli proteggevano i lati del volto. Vidi che la cicatrice scendeva esattamente lungo il bordo del lembo di ferro.

Era un soldato di professione e avrebbe approfittato di qualunque vantaggio gli avessi concesso. Da parte mia, non avevo nessun desiderio di ucciderlo, ma se l’unico modo per guadagnare il suo rispetto era avere la meglio su di lui in combattimento, ero più che pronto a farlo.

Avanzò verso di me con sicurezza, chinandosi leggermente, scrutandomi attraverso la stretta fessura tra il bordo dell’elmo e la cima dello scudo. C’era il simbolo di un lampo dipinto rozzamente sulla pelle tesa dello scudo. Aspettai, osservando. Lo scudo copriva la maggior parte del suo corpo quando stava chinato, rendendo difficile vedere da che parte intendesse muoversi. Nonostante questo, aspettai. Fece una finta, muovendo lo scudo in direzione del mio viso e dirigendo contemporaneamente un colpo di spada all’altezza della mia cintura.

Parai il suo affondo con la mia lama di bronzo, poi di rovescio incrinai la cornice di metallo del suo scudo. Ma il colpo ruppe la mia spada a metà.

Con un grido esultante Arza gettò via lo scudo rotto e si lanciò verso di me. Avrei potuto facilmente infilzarlo con il troncone appuntito della mia lama, invece gli andai incontro, lo afferrai al polso con la mano sinistra e lo colpii sulla testa con il pomello della spada rotta.

Cadde in ginocchio, rotolò, e scosse il capo. Vidi una bella ammaccatura sul suo elmo lucido.

Poi si rimise in piedi e mi si lanciò di nuovo addosso. Io lasciai cadere la spada, gli presi il braccio con entrambe le mani e gli feci lasciare l’arma.

Con un ringhio di rabbia estrasse furiosamente la daga e venne una terza volta verso di me.

Io indietreggiai, le mani aperte. — Non ho nessuna voglia di ucciderti — gli dissi.

Lui si chinò e raccolse la spada dal terreno polveroso. Ormai più di una dozzina dei suoi soldati si era riunita intorno a noi, a bocca spalancata.

— Ti ucciderò, messaggero, nonostante i tuoi trucchi — ringhiò.

Mi venne di nuovo incontro, con spada e daga, menando colpi e imprecando contro di me, con la bava alla bocca. Io mi spostai leggermente con un salto, chiedendomi quanto sarebbe potuto durare quel gioco.

— Stai fermo e combatti! — gridò lui.

— Senza un’arma?

Venne di nuovo alla carica e, invece di correre, mi abbassai e lo feci inciampare. Cadde pesantemente.

Ma si rimise in piedi, latrando. — Ti ucciderò!

— Non puoi — risposi.

— Lo farò. Voi, uomini, tenetelo fermo!

I soldati esitarono solo un attimo, abbastanza a lungo da farmi capire che se non avessi ucciso quell’animale impazzito, lui avrebbe ucciso me.

Prima che potessero mettermi le mani addosso, raccolsi il mozzicone della mia spada di bronzo e avanzai verso Arza. Lui mi rivolse un sorriso malvagio e fece un affondo, pronto a intervenire con la daga se avessi cercato di parare il colpo di spada. Invece io scartai con un passo di lato e diressi l’estremità appuntita della mia lama contro il suo petto, proprio sotto l’ascella.

Arza sembrò molto sorpreso. La sua bocca si spalancò, poi si riempì di sangue. Per un attimo avvertii tutto il peso del suo corpo sul braccio teso con cui tenevo la spada, poi lasciai andare l’arma e lui cadde nella polvere, con le mani che ancora stringevano le inutili lame.

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