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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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La testa di Egeanin spuntò da sopra al vestito. «Decente? Non sono una serva. E neanche una ballerina shea!» Lo sguardo imbronciato prese un’espressione perplessa. «Però è abbastanza attraente. Non avevo pensato a lui in questo modo prima d’ora.»

Chiedendosi cosa fosse una ballerina shea, Elayne l’aiutò ad abbottonare l’abito. «Rendra avrà qualcosa da dirti se permetterai a Juilin di amoreggiare con te.»

La donna dai capelli scuri la guardò stupita da sopra le spalle. «Il cacciatore di ladri? Parlavo di Bayle Domon. Un uomo ben fatto, ma un contrabbandiere» sospirò dispiaciuta. «Un disonesto.»

Elayne pensò che i gusti non si potevano discutere — Nynaeve amava certamente Lan e quello era fin troppo duro di lineamenti e intimidatorio — ma Bayle Domon? L’uomo era largo la metà di quanto era alto, e grosso come un Ogier!

«Adesso parli come Rendra, Elayne» scattò. La donna stava affannandosi per indossare l’abito, con entrambe le mani dietro la schiena. «Se avete finito di cianciare di uomini, forse non vi dispiacerebbe evitare di parlare anche della nuova sarta che certamente avete trovato? Dobbiamo fare dei piani. Se aspettiamo fino a quando tornano gli uomini, cercheranno di prendere il comando e non sono dell’umore di sprecare tempo per metterli al posto loro. Hai finito con lei? Farebbe comodo anche a me un po’ di aiuto.»

Abbottonando velocemente l’ultimo piccolo bottone di Egeanin, Elayne si diresse freddamente da Nynaeve. Lei non parlava di uomini e vestiti, non quanto Rendra. Tenendo le treccine sollevate, Nynaeve le rivolse un’occhiataccia quando abbottonò rozzamente l’abito. La tripla fila di bottoni sulla schiena era necessaria, non solo un ornamento. Nynaeve avrebbe lasciato che Rendra la convincesse a comperare l’ultimo corpetto alla moda. E poi diceva che le altre sprecavano tempo a pensare ai vestiti. Lei certamente pensava ad altre cose. «Ho pensato a come potremmo muoverci nel palazzo senza essere notate, Nynaeve. Potremmo essere quasi invisibili.»

Mentre parlava lo sguardo cupo di Nynaeve svanì. Anche Nynaeve aveva pensato a un modo per entrare nel palazzo. Quando Egeanin propose alcune soluzioni Nynaeve serrò le labbra, ma erano ragionevoli e anche lei non poteva rifiutarle ciecamente. Una volta pronte per scendere nella camera dei fiori cadenti il piano era pronto, e non avevano intenzione di lasciare che gli uomini ne cambiassero neppure una minima parte. Moghedien, l’Ajah Nera, chiunque conducesse gli affari nel Palazzo del Panarca, avrebbe perso il loro gioiello prima ancora di capire cosa stesse accadendo.

53

Il prezzo di una partenza

Nella sala comune della locanda della Fonte del Vino erano accese solamente tre candele e due lampade, visto che sego e olio scarseggiavano. La lance e le altre armi erano sparite dal muro, il barile in cui erano riposte le vecchie spade era vuoto. Le lampade erano sistemate su due tavoli vicini davanti all’alto camino di pietra, dove Marin al’Vere, Daise Congar e altre donne della Cerchia delle Donne analizzavano la lista dello scarso cibo rimasto a Emond’s Field. Perrin cercava di non ascoltare.

A un altro tavolo sedeva Faile che con la pietra arrotava uno dei suoi pugnali. Davanti a lei era deposto un arco e alla vita aveva una faretra appesa alla cintura. Si era rivelata una discreta arciera, ma Perrin sperava non scoprisse mai che le era stato dato l’arco dei ragazzini; non sarebbe riuscita a tirare con un arco da uomo dei Fiumi Gemelli, anche se si rifiutava di ammetterlo.

Spostando l’ascia in modo che non gli affondasse nel fianco, cercò di ricondurre la mente a quanto aveva discusso con gli uomini seduti al tavolo con lui. Non che tutti mantenessero l’attenzione dove avrebbe dovuto essere.

«Loro hanno le lampade» osservò Cenn «e ci servirebbe anche il sego.» Il vecchio uomo nodoso guardò furioso la coppia di candele nei candelabri di ottone.

«Rassegnati, Cenn» disse Tam stanco, estraendo pipa e tabacco da dietro il cinturone della spada. «Per una volta, rassegnati.»

«Se dovessimo leggere o scrivere» intervenne Abell, la voce meno paziente delle parole «avremmo lampade.» Attorno alle tempie era bendato.

Come per rammentare all’impagliatore che lui era il sindaco, Bran sistemò il medaglione d’argento che gli pendeva davanti al petto, mostrando un paio di placche. «Mantieni l’attenzione sui problemi a portata di mano, Cenn. Non tollererò che sprechi il tempo di Perrin.»

«Penso solo che dovremmo avere qualche lampada» protestò Cenn. «Perrin me lo direbbe se stessi sprecando il suo tempo.»

Perrin sospirò, la notte cercava di fargli calare le palpebre. Desiderava che fosse il turno di qualcun altro a rappresentare il Consiglio del Villaggio, Haral Luhan, Jon Tane o Samel Crawe, o chiunque altro non fosse Cenn con i suoi dettagli. Ma a volte desiderava anche che uno di questi uomini si rivolgesse a lui dicendogli: «Questi sono affari del sindaco e del Consiglio, giovanotto. Ritorna alla forgia. Ti faremo sapere cosa fare.» Invece si preoccupavano di sprecare il suo tempo, erano rispettosi nei suoi confronti. Tempo. Quanti attacchi c’erano stati nei sette giorni trascorsi dal primo? Non ne era più sicuro.

La benda sulla testa di Abell irritava Perrin. Le Aes Sedai guarivano solamente le ferite più serie, se un uomo poteva farcela senza, lo lasciavano stare. Non che ci fossero molti feriti gravi, ma come aveva sarcasticamente osservato Verin, anche un’Aes Sedai aveva un limite alla propria forza. Evidentemente il loro trucchetto con le pietre delle catapulte le stancava tanto quanto la guarigione. Per una volta non voleva che gli venissero rammentati i limiti della forza delle Aes Sedai. Ancora non c’erano feriti gravi.

«Come resistono le frecce?» chiese. Era quello a cui in teoria dovevano pensare.

«Abbastanza bene» rispose Tam, accendendo la pipa da una delle candele. «Riusciamo ancora a raccogliere la maggior parte di quelle che abbiamo scagliato, almeno durante la luce del giorno. La notte portano via molti dei loro morti — foraggio per le loro pentole, immagino — e quelle le perdiamo.» Gli altri uomini stavano estraendo le loro pipe da sacchetti e tasche, Cenn si lamentava perché aveva dimenticato il sacchetto a casa. Lamentandosi Bran gli passò il suo, il cranio calvo lucido per la luce delle candele.

Perrin si grattò la fronte. Cosa voleva chiedere dopo? La palizzata. Adesso la maggior parte dei combattimenti si svolgeva vicino alla palizzata, specialmente di notte. Quante volte ormai i Trolloc erano quasi riusciti a fare irruzione? Tre? Quattro? «Qualcuno di voi ha una lancia o dei bastoni da combattimento? Cosa ci è rimasto per fabbricarne altre?» La risposta fu un silenzio imbarazzato, e Perrin abbassò la mano. Gli altri uomini lo fissavano.

«Lo hai chiesto ieri» puntualizzò Abell gentilmente. «E Haral ti ha risposto che in tutto il villaggio non sono rimasti una falce o un forcone che non siano stati trasformati in un’arma. Abbiamo più armi che mani per usarle.»

«Sì, vero, mi era sfuggito di mente.» All’orecchio gli giunse uno stralcio di conversazione della Cerchia delle Donne.

«... Non dobbiamo lasciare che gli uomini sappiano» stava spiegando Marin a bassa voce, come se stesse ripetendo qualcosa che aveva già detto.

«Chiaro che no» sbuffò Daise, ma non molto più forte. «Se quegli sciocchi scoprono che le donne sono a mezza razione, insisteranno per voler mangiare lo stesso e non possiamo...»

Perrin chiuse gli occhi e cercò di chiudere anche le orecchie. Ma certo. Erano gli uomini a combattere. Gli uomini dovevano mantenere la forza. Semplice. Almeno nessuna delle donne aveva ancora dovuto combattere. Tranne le due Aiel e Faile, ma questa era abbastanza furba da restare indietro quando si trattava di usare le lance attraverso la palizzata. Quello era il motivo per cui le aveva trovato un arco. La ragazza aveva il cuore di un leopardo e più coraggio di due uomini messi insieme.

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