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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Anche in questo posto trovò pochi accampamenti Trolloc, ma abbastanza da bloccare gli abitanti. Da qui era più facile fuggire che tentare di guadare il Fiume Bianco, con le sue rapide infinite. Corse ancora più a nord, a Taren Ferry sulle sponde del Tarendrelle che adesso si chiamava Fiume Taren. Alte case strette costruite su fondamenta di pietra per sfuggire alle piene annuali del fiume quando la neve si scioglieva sulle montagne della Nebbia. Almeno la metà di queste fondamenta sosteneva solo ceneri e travi carbonizzate, in quella immutabile luce pomeridiana. Qui non c’erano carri o segni di difesa. E nemmeno accampamenti Trolloc. Forse non c’era rimasto nessuno.

Vicino all’acqua c’era il molo di legno e una grossa corda appesa fra le due rive sull’acqua rapida. La corda scorreva in anelli di ferro su una chiatta attraccata vicino al molo. Era ancora qui e non sembrava danneggiata.

Con un salto oltrepassò il fiume, dove i solchi delle ruote segnavano la riva e c’erano oggetti sparsi in giro. Sedie e specchi, casse, anche alcuni tavoli e armadi lucidi con degli uccelli intagliati sulle ante, tutte cose che la gente in preda al panico aveva cercato di salvare e poi abbandonato per scappare più velocemente. Avrebbero sparso la voce su quanto era accaduto qui e stava accadendo ai Fiumi Gemelli. Forse alcuni ormai avevano raggiunto Baerlon, centosessanta chilometri a nord, e certamente le fattorie e i villaggi fra Baerlon e il fiume. Passare parola. In un altro mese poteva raggiungere Caemlyn e la regina Morgase con le sue guardie e il potere di inviare eserciti. Un mese se erano fortunati. E altrettanto per tornare indietro, se Morgase lo avesse creduto. Troppo tardi per Emond’s Field. Forse troppo tardi per tutti i Fiumi Gemelli.

Eppure non aveva senso che i Trolloc avessero lasciato fuggire tutti. O i Myrddraal. Non sembrava che i Trolloc pensassero molto. Credeva che distruggere il battello sarebbe stata la prima cosa che un Fade avrebbe fatto. Come potevano essere sicuri che a Baerlon non ci fossero abbastanza soldati che avrebbero potuto attaccarli?

Si chinò per raccogliere una bambola con la faccia di legno dipinto e una freccia volò dove un attimo prima si era trovato il suo torace.

Saltando dalla posizione accovacciata risalì la sponda, immagini sfocate che scorsero per cento passi nella foresta per andarsi a piazzare sotto a un’alta ericacea. Cespugli e alberi cagliti coperti di rampicanti nascondevano il suolo della foresta circostante.

L’Assassino. Perrin aveva incoccato una freccia e si chiese se l’avesse estratta dalla faretra o solamente pensato di piazzarla lì. L’Assassino.

Sul punto di balzare via di nuovo, si fermò. L’Assassino avrebbe saputo senza problemi dove si trovava. Perrin aveva seguito con una certa facilità la sagoma sfocata dell’uomo, le scie allungate erano facili da vedere se rimanevi immobile. Aveva già fatto il gioco dell’altro per due volte, rimettendoci quasi la pelle. Stavolta l’Assassino avrebbe giocato secondo le sue regole. Attese.

I corvi volarono in cima agli alberi, cercando e gridando. Perrin rimase perfettamente immobile per non rivelare la sua presenza. Non contrasse neanche un muscolo. Solo gli occhi si muovevano, studiando la foresta che lo circondava. Un soffio di brezza vagante gli portò un odore freddo, umano eppure no, e sorrise. Nessun rumore tranne i corvi. Questo Assassino si appostava bene. Ma non era abituato a essere cacciato. Cos’altro aveva dimenticato l’Assassino oltre agli odori? Certamente non si aspettava che Perrin sarebbe rimasto dove era atterrato. Gli animali fuggivano dal cacciatore, anche i lupi.

Un cenno di movimento, e per un istante un viso apparve sopra a un pino caduto a circa cinquanta passi. La luce obliqua lo illuminò chiaramente. Capelli scuri e occhi azzurri, un volto tutto spigoloso che ricordava molto quello di Lan. Tranne che in quel fugace momento l’Assassino si umettò le labbra due volte. La fronte era increspata e gli occhi sfrecciavano ovunque mentre lo cercava. Lan non avrebbe lasciato che la sua preoccupazione si manifestasse anche se si fosse trovato da solo davanti a mille Trolloc. Solo un istante e poi quel volto sparì di nuovo. I corvi scattarono e rotearono in cielo come se condividessero la preoccupazione dell’Assassino, temendo di scendere più in basso della cima degli alberi.

Perrin attese e guardò, immobile. Silenzio. Solo il freddo odore diceva che non era da solo con i corvi.

Il volto dell’Assassino apparve ancora, scrutando dal tronco spesso di una quercia alla sua sinistra. Trenta passi. Le querce uccidevano quasi tutto ciò che cresceva nelle vicinanze, solo alcuni funghi e dell’erba spuntavano dallo strato protettivo sopra le radici fra i rami. Lentamente l’uomo uscì allo scoperto. I suoi stivali non facevano rumore.

In un unico movimento Perrin tese l’arco e scagliò la freccia. I corvi diedero l’allarme e l’Assassino si voltò. La freccia lo colpì al torace, ma non al cuore. L’uomo gridò afferrando la freccia con entrambe le mani, vi fu una pioggia di piume nere mentre i corvi battevano frenetici le ali. L’Assassino svanì, lui e le grida, diventando un’immagine nebulosa, trasparente, per poi scomparire. Le grida dei corvi cessarono come se fossero state tagliate con un pugnale, la freccia che aveva trapassato l’uomo cadde al suolo. Anche i corvi erano spariti.

Con una seconda freccia mezza tesa Perrin mandò un sospiro, rilasciando la tensione sull’arco. Si moriva così in questo posto? Semplicemente svanendo, via per sempre?

«Almeno l’ho finito» mormorò. E si era lasciato distogliere nel processo. L’Assassino non era parte della sua presenza nel sogno dei lupi. Almeno adesso i lupi erano salvi. I lupi e forse qualcun altro.

Uscì dal sogno...

... e si svegliò fissando il soffitto, col sudore che gli incollava la camicia al corpo. Dalle finestre filtrava una debole luce lunare. Da qualche parte nel villaggio stavano suonando dei violini, un frenetico motivo dei Calderai. Non avrebbero combattuto, ma avevano trovato il modo di aiutare rallegrando gli spiriti. Lentamente Perrin si mise a sedere infilandosi gli stivali nella scarsa luce. Come fare quello che doveva? Sarebbe stato difficile. Doveva essere furbo. Solo che non era sicuro di esserlo mai stato in tutta la sua vita. Batté i piedi in terra per calzare gli stivali.

Delle grida improvvise all’esterno e il clangore di zoccoli lo portarono alla finestra più vicina e la aprì. I Compagni si agitavano. «Cosa sta succedendo?»

Trenta facce si rivolsero in alto e Ban al’Seen gridò: «Era lord Luc, Perrin. Ha quasi investito Wil e Tell. Credo che non li abbia nemmeno visti. Era accasciato sulla sella come se fosse ferito, incitando quello stallone per quanto servisse, lord Perrin.»

Perrin si tirò la barba. Luc certamente non era mai stato ferito. Luc... è l’Assassino? Impossibile. L’assassino dai capelli scuri assomigliava al fratello o al cugino di Lan, mentre se Luc con i suoi capelli rosso dorati, somigliava a qualcuno, forse sarebbe stato Rand. I due uomini non avrebbero potuto essere più diversi. Eppure... quell’odore freddo. Non avevano lo stesso odore, ma entrambi emanavano un aroma freddo, non molto umano. Le orecchie di Perrin colsero il rumore di carri che venivano spostati sulla vecchia strada, accompagnato da grida che incitavano a sbrigarsi. Anche se Ban e i Compagni avessero corso, non lo avrebbero raggiunto. Gli zoccoli si dirigevano velocemente verso sud.

«Ban,» gridò «se Luc si fa vivo deve essere messo sotto controllo e trattenuto.» Fece una lunga pausa poi aggiunse: «E non chiamatemi a quel modo!» Poi richiuse con forza la finestra.

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