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Il mangiatore d'anime [The Soul Eater - it]

Электронная книга - «Il mangiatore d'anime [The Soul Eater - it]». Краткое содержание книги:

Tra le leggende che si raccontano nei bazar e nelle taverne degli astroporti ce n’è una che riguarda un mostro interstellare detto “il Mangiatore d’Anime” ma chiamato anche in altri modi, come “la Bestia dei Sogni” o “lo Spolveratore dello Spazio” . Gli ingenui non ci credono affatto a questa leggenda, e la gente più seria ci crede solo fino a un certo punto. Ma chi ci tenesse a saperne di più, vada al Tchaka’s Bar di Northpoint, un pianeta verso il centro della Galassia, e chieda di un vecchio ubriacone che chiamano l’Antico Marinaio. Lui una volta l’ha intravisto, il Mangiatore d’Anime.
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— Perché ne dubiti?

— So che in passato la Bestia è stata lontana per più di tre anni dalla nube.

— Può darsi. Ma sia o meno intelligente, di sicuro è abitudinaria. Non credo che se ne allontani a meno che non lo faccia per sfuggirmi o per inseguirmi e in ambedue i casi potrò colpirla. E questo mi porta a un’altra domanda: quanti colpi posso sparare senza consumare tutta l’energia della Deathmaker?

— Tre, forse quattro. Pensi di fallire il colpo?

— Non ho mai mancato un bersaglio.

— E allora ti basterà sparare un colpo solo.

— Prima di iniziare una caccia voglio conoscere tutti i pro e i contro — precisò Lane. — Hai qualcosa da obiettare?

— No — bisbigliò il Dorne. — Presumevo soltanto, uccisore di animali, che…

— Un’altra cosa — lo interruppe l’altro. — Mi chiamo Lane, non uccisore di animali. Rivolgendoti a me chiamami per nome.

— Come vuoi, Lane.

— Un’altra domanda: quando sparerò, che effetto avrà sui sistemi della mia nave?

— Sistemerò i circuiti in modo che il sistema di sopravvivenza non ne risenta. Quanto agli altri, cesseranno di funzionare per tutto il tempo che la mia arma funzionerà, e forse per qualche minuto ancora.

— Per quanto tempo posso farla funzionare senza far saltare gli altri circuiti?

— Al massimo per dieci secondi per uccidere la Bestia dei Sogni, per cui se fossi in te prenderei la mira con la massima cura.

— Terrò presente.

— Tre anni forse non basteranno per uccidere la Bestia dei Sogni — disse Vostuvian dopo un lungo silenzio.

— Allora ne impiegherò quattro, dieci, cinquanta.

— Impiegherai meno tempo se verrò anch’io.

— No.

— Sei poco pratico, Lane.

— Vostuvian, ti sopporto a stento adesso, figuriamoci poi per un lungo periodo nell’ambiente limitato di bordo!

— Cerchi compagnia o vuoi dar la caccia alla Bestia dei Sogni?

— Le due cose non si escludono a vicenda — disse Lane. — Come compagnia ho il Mufti, e come preda la creatura.

— Però la caccia riuscirebbe meglio se mi portassi con te.

— Ci riuscirò benissimo da solo. Perché insisti?

— Per esser certo che ti servirai dell’arma a entropia e non del vibratore.

Lane si alzò di scatto e un attimo dopo i vassoi vuoti volavano attraverso la stanza mancando per un pelo la testa di Vostuvian. Lane gli si avventò contro e lo prese per il collo: — Se lo dici un’altra volta — ringhiò a denti stretti — la razza dei Dorne si estinguerà molto prima del previsto. Capito?

Vostuvian rimase immobile, a occhi chiusi, senza parlare né respirare. Per un momento Lane credette di averlo ucciso, ma quando allentò la presa e arretrò, il Dorne riaprì gli occhi come se niente fosse successo.

— Se fossi in te risparmierei la mia ira per la Bestia dei Sogni — disse in un roco sussurro.

— Ne ho una riserva abbondante — disse freddamente Lane.

— Me ne rendo conto — rispose il Dorne strofinandosi il collo. — Te ne sei mai chiesto il motivo?

— Mai. E adesso hai qualcos’altro da dire prima che io torni a bordo?

— Solo una domanda. Come ti ho già detto in un’altra occasione, la Bestia dei Sogni non si avvicinerà alla tua nave quando vi sarà installata l’arma a entropia. Cosa farai se non riuscirai a trovarla?

— Ci penserò al momento opportuno. Altro?

— No.

— Bene. Ti aspetto alla nave all’alba e non metterti a discutere mentre lavorerai.

Uscì, e mentre si avviava si chiese quando o come mai fosse diventato così collerico.

15

I tre anni stavano per scadere. Lane si trovava nello spazio da trentadue mesi e non aveva mai incontrato quella che lui continuava a chiamare la creatura. Calcolò che gli restava carburante per cinque mesi al massimo, e ancora meno di viveri e acqua.

Finora il viaggio era stato noioso e deludente. Non si fidava a prendere sonniferi o a sdraiarsi nella macchina d’ibernazione per timore che la creatura gli potesse sfuggire. Non poteva scendere su qualche pianeta per timore di consumare troppo carburante. Non era nemmeno sicuro che l’arma del Dorne funzionasse; la sua potenza era così limitata che la si poteva provare solo in combattimento.

Ma naturalmente quello che lo irritava di più era il mancato incontro con la creatura. Prima che lui istallasse l’arma a entropia l’aveva seguito per tutta la galassia, e adesso che lui era pronto non si faceva trovare.

E non solo il tempo era agli sgoccioli, ma anche il denaro. Non ne aveva più abbastanza da poter pagare il carburante e i viveri di cui presto avrebbe avuto bisogno.

Controllò ancora le mappe, esaminandole alla ricerca di altre possibili rotte da percorrere. Poteva continuare la ricerca all’interno della nube cosmica per altri tre mesi, ma poi l’unica fonte di denaro o di lavoro alla portata della Deathmaker sarebbe stato Willim Campbell Blessfull XXIII, ma la causa che aveva promosso contro di lui era ancora in discussione. D’altra parte se avesse cambiato direzione adesso sarebbe potuto arrivare nel sistema Deluros con una riserva di carburante per qualche altro giorno, e se anche da quasi otto anni non aveva lavorato per il Sindacato Vainmill, almeno non erano in cattivi rapporti.

Presa la decisione, Lane uscì dalla nube e puntò verso Deluros VII, il mondo capitale della razza umana, l’epicentro politico, culturale, finanziario e militare dell’umanità. L’uomo si era staccato ormai da molto tempo dalla Terra, e se anche guardava al suo pianeta d’origine con religiosa devozione, aveva trasferito il suo governo armi e bagagli nel sistema Deluros, che era più centralizzato e in cui esisteva uno di quei rari pianeti che possedevano le stesse caratteristiche della Terra ma aveva una superficie dieci volte maggiore.

Ma pur essendo così grande aveva finito anch’esso a rivelarsi inadeguato alle necessità umane e Deluros VI, un altro mondo con atmosfera dotata di ossigeno, era stato spezzato in quarantotto pianetini in ciascuno dei quali aveva sede un ministero o un ente governativo. I militari ne avevano subito occupati quattro, e asserivano che non erano sufficienti.

Ma i pianetini erano solo una succursale del sistema Deluros. Il potere era tutto concentrato in Deluros VIII, quel mondo luminoso, bianco, verde e dorato, dal clima mite. Quando Lane vi ci si avvicinò, gli fu ordinato di assumere un’orbita e poi entrare in uno delle centinaia di hangar e stazioni di rifornimento che ruotavano intorno al pianeta. Lane seguì le istruzioni, lasciò la Deathmaker in un hangar, poi scese sul pianeta a bordo di una navetta.

Aveva visto fotografie e filmati di Deluros VIII aveva parlato con gente che vi aveva vissuto e l’aveva visitato, ma nessuna descrizione di seconda o terza mano poteva avergli dato un’idea se non approssimativa di qull’enorme mondo. Lane si era spesso chiesto come mai i suoi abitanti non l’avessero diviso in stati indipendenti, ma non era mai riuscito a trovare una spiegazione.

Tutta la superficie del pianeta era coperta da un’unica, gigantesca megalopoli. C’erano parchi e tenute agricole, laghi e anche un paio di deserti, ma la città si insinuava ovunque, enorme scintillante e nuova, in quanto per la maggior parte risaliva a meno di mille anni, ed era di continuo soggetta a rinnovamenti, riparazioni, migliorie. Allungava i suoi enormi tentacoli di metallo, plastica e cemento in tutte le direzioni, fin sulle calotte polari e nel fondo degli oceani. Gli edifici che avrebbero potuto essere freddi e impersonali per le funzioni a cui erano adibiti, erano invece dei capolavori di arte architettonica. Mentre Lodin XI gli era risultato completamente incomprensibile, questo mondo, anche visto da un’altezza di quaranta chilometri, gli riuscì subito affine e comprensibile. Enormi strade collegavano le zone meno abitate del pianeta-città, monorotaie circondavano le parti più popolose, enormi complessi industriali coprivano aree circondate da campi e boschi e servite da una fitta rete di strade.

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