Maestro del passato [Past Master - it]
- Автор: Лафферти Рафаэль Алоизиус
- Год: 1972
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Maestro del passato [Past Master - it]». Краткое содержание книги:
— Quale dei due sono io? — domandò Slider, sorridendo amaro.
— Oh, tu sei l’uomo nulla. L’altro è ancora meno di nulla. Come? Diventa rosso dalla rabbia? Com’è difficile accettare la semplice verità!
Scrivener stava veramente diventando paonazzo dalla rabbia.
— Cosa stai pescando di speciale, padre Oddopter? — chiese Thomas More, il risorto che portava su di sé un doppio segno.
— Vedrai — rispose il monaco.
E gli avvenimenti presero a snocciolarsi fitti fitti come corvi. Avevate dubitato del colore degli occhi di Evita, che sembravano ora verdi, ora grigi? Adesso erano verdi, verdi, del luminoso verde dell’attesa.
Il monaco si arrotolò una corda intorno al polso e maneggiò un arpione lungo un metro. Scrutò la superficie verde dell’acqua con occhi verdeneri circondati di rughe. Poi si tuffò sulla preda, completamente vestito, con un volo possente nell’acqua verdeggiante. Vi fu un’improvvisa turbolenza. Una lotta titanica si scatenò sott’acqua: una forza incredibile che si dibatteva per spezzare qualcosa di molto pesante.
La tonaca verde riaffiorò; con una sola spinta si issò sulla piattaforma di radici. Tirò la corda, e nel far questo le mani e i polsi gli si ingrossarono in modo così terrificante che sembrava impossibile appartenessero a lui. L’acqua era torbida e insanguinata; quando la cosa affiorò, il monaco la tirò fuori dall’acqua per metà.
Era qualcosa di grasso, a forma di disco, nero e tremolante, e un terzo della sua circonferenza era costellato di denti rabbiosi. Pesava almeno un quintale e mezzo, e avrebbe potuto spezzare in due il corpo di un uomo.
— Mi definivo un pescatore, sulla Vecchia Terra — esclamò Thomas, con ammirazione, — ma nella mia vita non ho mai catturato un pesce così grande. Accidenti, non basta vedere per credere!
— Thomas, Thomas — lo rimproverò il monaco, — questa è solo la mosca che si raccoglie col palmo, per usarla sull’amo. Questo non è il pesce, è l’esca.
Il monaco infilzò altri tre arpioni nella creatura, che ancora si dibatteva stridendo. Adesso c’era qualcosa d’altro, laggiù, nelle profondità dell’acqua: immense ali, che sembravano raccogliersi per balzare in alto. Le più grandi ali mai viste. Il monaco assicurò i cavi degli arpioni a numerosi grossi rami e radici. L’esca colossale, per tre quarti immersa, ancora si dibatteva.
Poi il monaco balzò a cavalcioni sulla sua esca e la squartò con un colpo preciso del coltello. Il sangue uscì a fiotti dal corpo, un torrente rosso cupo che schizzò in tutte le direzioni, esalando un odore inebriante d’acciaio marziale e di rami scortecciati: l’odore del campo di battaglia.
Attraverso un potente organo, ancora immerso, la creatura continuava a ruggire rabbiosamente, facendo tremare l’acqua e l’aria. Il monaco si mantenne in sella e colpi ancora il corpo semiaffondato, mettendo a repentaglio braccia e gambe, e la stessa vita.
— Diavolaccio, sali e muori! Guarda chi ti aspetta fuori! — Evita stava intonando questa specie di canzoncina infantile, ma nei suoi occhi verdi c’era il fuoco antico di un vulcano acceso da un miliardo di anni.
— Presto! — gridò Paul, — sta risalendo con la velocità del fulmine!
— Lo so, lo so — mormorò il monaco. — Santa Cathead, sale in fretta, ma l’ultimo istante è il migliore.
— Diavolaccio, alza la testa! Prendi Evita come esca! — continuava a intonare la bambina selvaggia, ma i suoi occhi erano vitrei, come in un attacco isterico.
Il monaco saltò via dalla sua esca moribonda proprio all’ultimo istante. L’immensa cosa schizzò in superficie e piombò sull’esca: una tonnellata di muscolatura massiccia inghiottì in un sol boccone la creatura incatenata, tentacoli lunghi trenta metri si agitarono alla cieca alla ricerca di altra preda, l’enorme occhio al centro saettò uno sguardo omicida, livido di rabbia. Era il Demonio! La maggior parte del suo corpo uscì dall’acqua a causa della spinta possente che l’aveva precipitato in superficie. Fu soltanto questione di un attimo, ma molte cose accaddero in quell’attimo fulmineo, non ultimo un vero fulmine scagliato dall’immensa creatura, una scarica simile a una corona abbagliante.
Era l’idra, e aveva abboccato all’esca.
— Ora! — rintoccò il monaco, con voce simile alle campane della torre di San Lo, che si trova sott’acqua.
— Ora! — gracidò Paul, rumoreggiando come una rana infuriata.
— Ora! — cantò Evita, con la voce di un gong incrostato di verde. Avevano gridato insieme, e l’istante era sempre lo stesso.
In tre, furono addosso all’idra, ancora prima che ripiombasse nell’acqua con fragore di tuono. Colpirono con pugnali a forma di serpente l’occhio dell’idra e il cervello dietro di esso, con fretta febbrile, prima che i tremendi tentacoli riuscissero ad avvinghiarli e a strapparli via. Una battaglia isterica, una sfida rimbombante di tuoni, alte grida di trionfo.
L’idra schizzava e rumoreggiava in un’agonia clamorosa che riecheggiava da un capo all’altro delle terre incolte, e le sue urla trapassavano gli uccelli più piccoli, uccidendoli. Sprofondò nell’acqua, con un immenso fragore, dall’altezza alla quale il suo balzo l’aveva portata, e i tre assalitori non mollarono la presa ma continuarono a colpirla con le tre lame, con furia crescente e folle.
L’idra urlò ancora sott’acqua, e risalì alla superficie.
I giganteschi tentacoli sferzavano lo spazio tutt’intorno, contorcendosi, ma non avevano più la forza iniziale. Il monaco, Paul ed Evita avevano trapassato il gigantesco occhio e raggiunto il cervello, proseguendo senza sosta la furiosa azione dei loro coltelli. Evita aveva immerso la testa e buona parte del corpo in quell’occhio gigantesco, e il suo canto usciva dalla cavità: — Diavolaccio scoppia e tuona! Questo colpo non perdona! — La voce ultraterrena d’una bimba folle.
L’idra demonio continuò a lamentarsi con urla che riecheggiavano nell’intera regione.
E poi morì.
— Ehi, ma quanto ho appena visto è una recitazione allegorica… — dichiarò Thomas, che ancora vibrava nel turbine delle emozioni di coloro che lo circondavano. Stava scegliendo accuratamente le parole, nel tentativo di minimizzare quello che aveva visto.
— Partecipa, Thomas, non ti ritrarre — gridò il monaco, spiccando un nuovo balzo verso la piattaforma di radici che era quasi un terreno solido. — Lasciati trascinare anche tu. Sei stato spesso a teatro, a Londra, ma non hai mai assistito a una recitazione ruggente e sublime come questa. Un uomo non riuscirebbe a farlo due volte nello stesso giorno. Un corpo robusto può resistere, ma le emozioni potrebbero uccidere.
— Non era vero — si ostinò Thomas. — Non poteva essere vero. è stata soltanto una grande illusione. Ma guardate il povero Pauclass="underline" è ridotto agli sgoccioli, ha gli occhi stralunati come un mezzo morto, riesce a malapena a risalire sulla riva, le gambe non lo tengono. Cosa vuol dire tutto ciò, padre Oddopter? Qual è la sua sostanza autentica?
— Ma è l’uccisione del Demonio, caro Thomas. Il Demonio dev’essere nuovamente ucciso ogni giorno. Se ciò non fosse, allora i nostri giorni sarebbero giunti alla fine. Cosa ne dici? È molto grosso, oggi, non trovi? Ma non sempre è un’idra, sai? A volte é un luporrendo, altre volte una pantera cinghiale in calore. Il Demonio assume molte forme, ma dobbiamo ucciderlo ogni giorno, per chiarirne i limiti.
— C’è ancora speranza per il nostro caro Thomas — ansimò Paul, ritornando dal profondo mondo delle ombre a un altro mondo un po’ meno profondo. — Non ti è affatto dispiaciuto lo spettacolo, Thomas. Anche tu ti sei lasciato trascinare dall’esaltazione, come noi, nonostante che tu cerchi di negarlo. La Dorata Astrobia non si è ancora completamente impadronita di te con le sue sterili lusinghe. T’infiacchisci e ti conformi, e sembra che esse abbiano il sopravvento. Ma quanto è ora successo leverà alto il suo segno, prima che tu t’infiacchisca senza rimedio. Questo sangue sia la tua benedizione, Thomas!