L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
«Come uno senza amici e da solo» sussurrò Aviendha. «Gli ha dato il benvenuto di un mendicante. L’insulto più brutto per lui, e gli altri Shaido non sono stati ammessi.» Improvvisamente colpì Rand così forte fra le costole che questo grugnì. «Muoviti, abitante delle terre bagnate. Hai tutto l’onore che ho lasciato nelle tue mani, tutti sapranno che sono stata io a insegnarti quello che sai! Muoviti!»
Sollevando una gamba smontò da Jeade’en e si incamminò accanto a Rhuarc. Io non sono un Aiel, pensò. Non li capisco e non posso permettermi di farmeli piacere troppo. Non posso.
Nessuno degli altri uomini lo aveva fatto, ma lui si inchinò davanti a Lian: così era stato educato. «Padrona di casa, chiedo il permesso di venire sotto il tuo tetto.» Sentì Aviendha trattenere il respiro. Avrebbe dovuto dire l’altra frase, quella di Rhuarc. Il capoclan strinse gli occhi preoccupato guardando la moglie, e il viso rosso di Couladin gli rivolse un sorriso sprezzante. I mormorii della folla sembravano interrogativi.
La padrona di casa fissò Rand anche più duramente di come aveva fatto con Couladin, squadrandolo da cima a fondo, lo shoufa appoggiato sulle spalle di una giubba di lana rossa che certamente non sarebbe mai stata indossata da un Aiel. Guardò Amys con aria interrogativa, la quale annuì.
«Una tale modestia» rispose lentamente Lian «sta bene in un uomo. Gli uomini sanno di rado dove trovarla.» Allargando la gonna scura gli rivolse la riverenza, un po’ goffa — non era una cosa che lo donne aiel facevano — ma era pur sempre una riverenza, in risposta all’inchino. «Il Car’a’carn ha il permesso di entrare nella mia fortezza. Per il capo dei capi, c’è sempre acqua e ombra a Rocce Fredde.»
Un altro grido si sollevò dalla folla di donne, ma se fosse per lui o per la cerimonia, Rand non lo sapeva. Couladin si fermò a fissarlo con odio implacabile, quindi se ne andò, colpendo Aviendha mentre smontava in modo sgraziato dallo stallone pezzato. Couladin si fuse rapidamente tra la folla che si stava disperdendo.
Mat scese lentamente da cavallo mentre fissava l’uomo che se ne andava. «Guardati le spalle da quello, Rand» osservò con calma. «Dico sul serio.»
«Tutti me lo dicono» rispose Rand. Gli ambulanti si stavano già organizzando per commerciare al centro della gola e all’entrata, Moiraine e le altre Sapienti vennero accolte da alcune grida e pentole battute, ma niente come le grida che avevano accolto Rhuarc. «Non è di lui che devo preoccuparmi.» Il pericolo non erano gli Aiel. Moiraine da una parte e Lanfear dall’altra. Come potrei essere più in pericolo di così? pensò. Era quasi abbastanza da farlo ridere.
Amys e Lian erano scese dal masso e, con sorpresa di Rand, Rhuarc avvolse le braccia attorno a entrambe. Erano tutte e due alte, come sembrava fosse la maggior parte delle donne aiel, ma nessuna delle due superava le spalle del capoclan. «Conosci già mia moglie Amys» si rivolse a Rand «adesso devi conoscere mia moglie Lian.»
Rand si accorse di essere rimasto a bocca aperta e la chiuse velocemente. Dopo che Aviendha gli aveva spiegato che la padrona di casa di Rocce Fredde era la moglie di Rhuarc e si chiamava Lian, era certo di aver frainteso tutti quegli ‘ombra del mio cuore’ sul Chaendaer fra Amys e l’uomo. Allora aveva comunque altre cose per la mente, ma questo...
«Entrambe?» farfugliò Mat. «Luce! Due! Oh, che io sia folgorato! O è l’uomo più fortunato del mondo, o il più grande sciocco della creazione!»
«Credevo» proseguì Rhuarc «che Aviendha vi stesse insegnando le nostre usanze. Sembra che abbia tralasciato parecchio.»
Sporgendosi per guardare oltre suo manto — loro marito — Lian sollevò un sopracciglio guardando Amys, che disse asciutta: «Sembrava la persona giusta per spiegargli ciò che aveva bisogno di sapere. Qualcosa per evitare che ritornasse dalle Fanciulle ogni volta che le volgevamo le spalle. Adesso sembra che dovrò parlarle a lungo in un posto tranquillo. Senza dubbio gli avrà insegnato il linguaggio delle mani di una Fanciulla o come mungere una ‘gara’.»
Arrossendo leggermente Aviendha lanciò indietro la testa, irritata. I capelli rosso scuro le erano cresciuti fin sotto le orecchie, abbastanza da ondeggiare sotto la fascia che aveva in testa. «C’erano questioni più importanti di cui parlare che il matrimonio. In ogni caso l’uomo non ascolta.»
«È stata una brava insegnante» intervenne velocemente Rand. «Ho imparato molto da lei riguardo le vostre usanze e la terra delle Tre Piegature. Linguaggio delle mani? Ogni errore che commetto è mio, non suo.»
Come si fa a mungere una lucertola velenosa? si chiese. Perché? «È stata una brava insegnante, e mi piacerebbe che lo restasse, se va bene.» Per la Luce, perché ho detto una cosa simile? La donna a volte poteva essere molto gradevole, quando si dimenticava chi fosse, il resto del tempo era un fastidio sotto la giubba. Almeno però conosceva chi era stata prescelta dalle Sapienti per tenerlo d’occhio fino a quando si trovava qui.
Amys lo studiò con gli occhi azzurro chiaro acuti come quelli di un’Aes Sedai. Ma in fondo poteva incanalare. Il viso non sembrava più giovane di quanto doveva essere, non senza i segni dell’età, ma forse era Aes Sedai quanto un’Aes Sedai. «Mi sembra una buona combinazione» rispose alla fine. Aviendha aprì la bocca, molto indignata, quindi la chiuse nuovamente, imbronciata, quando le Sapienti si mossero per guardarla. Forse la donna credeva che avrebbe finito di controllarlo una volta raggiunta Rocce Fredde.
«Devi essere stanco dopo un simile viaggio» Lian si rivolse a Rand, gli occhi grigi erano materni. «E anche affamato. Vieni.» Il sorriso caldo incluse Mat, che era rimasto indietro e incominciava a guardare i carri degli ambulanti. «Vieni sotto al mio tetto.»
Rand prese le bisacce da sella, lasciò Jeade’en alle cure di una gai’shain che prese anche Pips. Mat rivolse un’ultima occhiata ai carri prima di lanciarsi le bisacce da sella in spalla e seguirli.
Il tetto di Lian, la sua casa, si trovava nel punto più alto del lato occidentale, con le pareti ripide della gola che salivano lungo i fianchi almeno per un centinaio di passi. Abitazione del capoclan e della padrona di casa o meno, da fuori sembrava un modesto rettangolo di mattoni di argilla gialla con piccole finestre prive di vetri protette da semplici tendine bianche, un giardino di ortaggi sul tetto e un altro di fronte, su una piccola terrazza oltre uno stretto sentiero di pietre grigie. Abbastanza grande per avere due stanze, forse. Tranne per il gong squadrato di bronzo che pendeva fuori della porta, sembrava molto simile alle altre strutture che Rand vedeva, e dal quel punto di favore era visibile l’intera valle. Una casa piccola e semplice. All’interno era differente. La parte di mattoni era tutta un’unica grande stanza, pavimentata con mattonelle rosso scuro, ma era solo una patte. Scavate nella roccia alle spalle vi erano altre stanze, dal soffitto alto e sorprendentemente fresche, con ampie porte arcuate e lampade d’argento da cui si spandeva un profumo che ricordava le pianure erbose. Rand vide una sola sedia con lo schienale alto, laccata rosso e oro, che non sembrava essere usata spesso. Aviendha l’aveva chiamata la sedia del capo. C’era poco altro legno in vista, oltre alcune casse e scatole laccate o lucidate e piccoli leggii con dei libri appoggiati sopra. Il lettore avrebbe dovuto sdraiarsi in terra. Fra i tappeti dai motivi intricati che coprivano il pavimento e altri dai colori più brillanti sistemati a strati riconobbe alcuni motivi di Tear, Cairhien e Andor, anche Illian e Tarabon, mentre altri disegni gli erano sconosciuti, ampie linee frastagliate e variopinte, o quadrati uniti di colore grigio, marrone e nero. In netto contrasto con la monotonia della valle, c’erano colon vivaci ovunque, arazzi appesi alle pareti che era certo provenissero dall’altro lato della Dorsale del Mondo — forse allo stesso modo in cui gli arazzi avevano lasciato la Pietra di Tear — cuscini di tutte le dimensioni e i colori, spesso decorati con le frange, di seta rossa o dorata. Qua e là in nicchie scavate nelle pareti, c’era un piccolo vaso di porcellana, una ciotola d’argento o un intaglio d’avorio, che rappresentava spesso qualche strano animale o altro. Allora queste erano le ‘caverne’ di cui parlavano i Tarenesi. Avrebbero potuto essere sgargianti come le abitazioni di Tear — o dei Calderai — invece sembravano dignitose, formali e informali allo stesso tempo.