L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
«In un altro momento» disse Natael parlando con Rand ma guardando le donne in quel modo particolare. «Parleremo in un altro momento.» Rivolgendo loro il più piccolo degli inchini, si allontanò. «Il futuro ti irrita, Rand?» chiese con calma Moiraine quando il menestrello fu andato via. «Le Profezie hanno un linguaggio fiorito e misterioso. Non significano sempre ciò che sembrano.»
«La Ruota tesse come vuole» aggiunse Rand. «Farò quello che devo. Ricordatelo, Moiraine. Farò quello che devo.» La donna sembrò soddisfatta, ma con le Aes Sedai era difficile dirlo e non sarebbe stata contenta quando avrebbe scoperto tutto.
Natael ritornò il mattino successivo, il seguente e quello dopo ancora, sempre parlando dell’epica che avrebbe composto, ma mostrò una vena morbosa, cercando di scoprire come Rand intendesse affrontare la follia e la morte. La sua storia doveva essere una tragedia, a quanto sembrava. Rand certamente non aveva voglia di snudare le sue paure, quel che aveva in cuore e in testa poteva rimanere sepolto lì. Alla fine sembrò che il menestrello sì fosse stancato di sentirlo dire «farò quello che devo» e smise di venirlo a trovare. Sembrava non voler comporre un’epica a meno che non potesse riempirla di emozioni dolorose. L’uomo sembrò frustrato quando si allontanò per l’ultima volta, con il mantello che gli sventolava furiosamente alle spalle.
Quel tipo era strano, ma basandosi su Thom Merrilin, lo erano tutti i menestrelli. Natael certamente ne mostrava altre caratteristiche. Innanzi tutto, come gli altri, aveva un’opinione molto elevata di sé. A Rand non importava se l’uomo usava dei titoli con lui, ma Natael si rivolgeva a Rhuarc e a Moiraine, le poche volte che si avvicinava loro, come se fossero suoi pari. Quello era Thom alla perfezione. E smise anche di esibirsi per i Jindo incominciando a trascorrere quasi ogni sera con gli Shaido. C’erano più Shaido, spiegò a Rhuarc, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Un pubblico più vasto. La cosa non piacque a nessuno dei Jindo, ma non c’era nulla che Rhuarc potesse farci. Nella Terra delle Tre Piegature a un menestrello era permesso quasi tutto, a parte l’omicidio, senza essere accusato.
Aviendha trascorreva le notti con le Sapienti e a volta camminava con loro per circa un’ora durante il giorno, con le donne tutte riunite attorno a lei, anche Moiraine ed Egwene. All’inizio Rand pensava che la stessero consigliando su come gestirlo, come fargli dire quello che volevano. Poi un giorno, con il sole alto, una palla di fuoco grossa come un cavallo si materializzò davanti al gruppo delle Sapienti e scomparve rotolando, divampando e scavando un solco sul terreno secco, fino a quando finalmente si ridusse e scomparve.
Alcuni conducenti di carri tirarono le redini dei cavalli spaventati per fermarsi a guardare, chiamandosi fra loro in un misto di paura, confusione e bestemmie grossolane. Fra i Jindo si accesero dei mormorii e anche loro guardarono, come gli Shaido, ma le due colonne di Aiel continuarono a muoversi fermandosi a malapena. Era fra le Sapienti che la vera eccitazione era evidente. Le quattro si erano strette attorno ad Aviendha, sembrava che parlassero tutte contemporaneamente, agitando considerevolmente le braccia. Moiraine ed Egwene, che guidavano i loro cavalli, cercarono di intervenire. Anche senza sentire, Rand sapeva che Amys aveva detto loro senza mezzi termini, agitando un dito ammonitore, di restarne fuori.
Fissando il canale annerito che si dipanava per mezzo chilometro, Rand si mise nuovamente a sedere in sella. Insegnare ad Aviendha a incanalare. Ma certo. Era questo che stavano facendo. Si deterse il sudore dalla fronte con il dorso della mano, ma il sole non aveva niente a che fare con l’evento. Quando quella palla di fuoco era apparsa, si era istintivamente proteso verso la Vera Fonte. Ma era stato come cercare di raccogliere dell’acqua con un setaccio rovinato. Tutti i suoi tentativi di afferrare saidin avrebbero benissimo potuto essere tentativi di afferrare l’aria. Un giorno poteva succedergli quando aveva disperatamente bisogno del Potere. Anche lui doveva imparare e non aveva insegnanti. Doveva farlo non solo perché il Potere lo avrebbe ucciso prima che dovesse preoccuparsi di non impazzire, doveva imparare perché doveva usarlo. Imparare a usarlo, usarlo per imparare. Incominciò a ridere così forte che alcuni dei Jindo lo guardarono a disagio.
Avrebbe gradito la compagnia di Mat in un qualsiasi momento durante quelle undici notti, ma Mat non gli si era mai avvicinato per più di un minuto o due, con il cappello a falde larghe ben calcato in testa per proteggersi gli occhi dal sole, la lancia dal manico nero appoggiata sul pomello della sella di Pips con il suo strano marchio dei corvi e la punta generata dal Potere, come una corta lama ricurva.
«Se ti abbronzi ancora un po’, diventerai davvero un Aiel» gli diceva a volte ridendo, oppure: «Intendi trascorrere qui il resto della tua vita? C’è un mondo intero dall’altro lato del Muro del Drago. Vino? Donne? Ricordi queste cose?»
Ma Mat sembrava chiaramente a disagio ed era anche più riluttante delle Sapienti a parlare del Rhuidean, o di cosa era accaduto in quel luogo. Al solo sentire il nome della città immersa nella nebbia stringeva le mani sull’asta nera e dichiarava di non ricordarsi nulla del viaggio nel ter’angreal, quindi proseguiva, contraddicendosi: «Non entrarci, Rand. Non è come l’altra nella Pietra, per niente. Imbrogliano. Che io sia folgorato, vorrei non averlo visto mai!»
La sola volta che Rand nominò la lingua antica, Mat scattò: «Che tu sia folgorato, non so nulla della maledetta lingua antica!» e se ne tornò al galoppo verso i carri degli ambulanti.
Era là che Mat trascorreva la maggior parte del tempo, giocando a dadi con i conducenti — fino a quando non si accorgevano che Mat vinceva molo più spesso di quanto non perdesse, non importa quali dadi si usassero — facendo a ogni occasione lunghe chiacchierate con Kadere o Natael e corteggiando Isendre. Era chiaro cosa avesse in mente dalla prima volta che le sorrise sistemandosi il cappello, la mattina seguente l’attacco dei Trolloc. Le parlava quasi ogni sera per quanto poteva e si punse così malamente raccogliendo fiori bianchi da un cespuglio di rovi che per due giorni riuscì appena a tenere le redini, ma si rifiutò di permettere a Moiraine di guarirlo. Isendre non lo incoraggiava veramente, ma il suo lento sorriso appassionato non era nemmeno pensato per mandarlo via. Kadere aveva visto e non aveva detto una parola, anche se a volte con gli occhi seguiva Mat come un avvoltoio. Altri commentarono.
Più tardi nel pomeriggio mentre i muli venivano sciolti, le tende montate e Rand stava togliendo la sella a Jeade’en, Mat si trovò con Isendre alla misera ombra di uno dei carri coperti di tela. Erano molto vicini. Scuotendo il capo Rand guardò mentre guidava il pezzato. Il sole era basso all’orizzonte e delle alte guglie lanciavano lunghe ombre sul campo.
Isendre giocherellava con il velo diafano come se stesse pigramente pensando di rimuoverlo, sorridendo, le labbra mezze imbronciate, pronta per un bacio. Incoraggiato, Mat sorrise sicuro e si avvicinò ulteriormente. La ragazza fece ricadere la mano scuotendo lentamente il capo, ma quel sorriso invitante non svanì. Nessuno di loro aveva sentito avvicinarsi Keille, dal passo così leggero malgrado la mole.
«È questo ciò che vuoi, buon signore? Lei?» La coppia balzò al suono di quella voce melliflua e la donna rise musicalmente, cosa altrettanto strana su quel viso. «Ho un affare da proporti, Matrim Cauthon. Un marco di Tar Valon ed è tua. Una smorfiosa come quella non può valerne più di due, per cui è chiaramente un affare.»
Mat fece una smorfia desiderando di trovarsi da qualsiasi altra parte ma non lì.
Isendre invece si voltò lentamente verso Keille, un gatto di montagna che affrontava un orso. «Ti stai prendendo troppe libertà, vecchia» mormorò, gli occhi duri sopra il velo sottile. «Non tollererò ulteriormente la tua malalingua. Fai attenzione. O forse desideri restare qui nel deserto?»
Keille sorrise ma il divertimento non toccò mai gli occhi di ossidiana che brillavano sopra le guance grasse. «Lo faresti?»