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Le Torri di Mezzanotte

Электронная книга - «Le Torri di Mezzanotte». Краткое содержание книги:

Аннотация

Rand al’Thor, il Drago Rinato, si è confrontato con sé stesso, comprendendo finalmente il suo ruolo nello scontro finale con il Tenebroso. Ora tutto ciò che gli resta da fare prima dell’ultima Battaglia è riparare quanti più danni possibile nel mondo per poi radunare le truppe.
Anche Perrin sta cercando di ricongiungersi con lui, ma sulla sua strada si frappongono ostacoli provenienti dal suo passato, e per superarli dovrà innanzitutto trovare la pace con il lupo dentro di lui. E mentre Egwene, ormai stabilmente Amyrlin Seat, deve confrontarsi con Mesaana, una dei Reietti che da tempo si nasconde all’interno della Torre Bianca, Elayne sta consolidando il suo potere nell’Andor. È qui che arriva Mat, con la sua Banda della Mano Rossa, costretto da un giuramento ad attendere a Caemlyn prima di imbarcarsi in un’impresa impossibile per salvare una persona che tutti credevano morta. Dopo tante peripezie, tutti i protagonisti si ricongiungeranno per affrontare Tarmon Gai’don. Il penultimo episodio di un ciclo che con la sua potente ed essenziale visione del Bene e del Male ha appassionato milioni di lettori.
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Nervosamente, seguita da un paio di altri del Popolo, aggirò il carro e vi si avvicinò da dietro. Come previsto, qui i Crealuce avevano gettato alcuni dei resti del loro pasto precedente. Lei sgattaiolò avanti e iniziò a scavare tra i rifiuti. C’erano alcuni tagli di carne, strisce di grasso. Ghermì questi con impazienza — tenendoli stretti a sé prima che gli altri potessero vedere — e se li ficcò in bocca. Sentì della terra sfregarle contro i denti, ma la carne era cibo. Si affrettò a cercare altro in mezzo ai rifiuti.

Una luce vivida brillò su di lei. Rimase immobile, la mano a metà strada per la bocca. Gli altri due del Popolo urlarono, precipitandosi via. Lei cercò di fare lo stesso ma inciampò. Ci fu un suono sibilante — una delle armi dei Crealuce — e qualcosa scoppiò contro la sua schiena. Le sembrava di essere stata colpita con una piccola roccia.

Crollò a terra, il dolore improvviso e acuto. La luce svanì un poco. sbatté le palpebre, gli occhi che si adattavano perfino mentre sentiva la sua vita scivolare via e attorno alle sue mani.

«Te l’ho detto» disse una voce. Due ombre si mossero di fronte alla luce. Doveva fuggire! Cercò di alzarsi, ma riuscì solo a dibattersi debolmente.

«Sangue e carbone, Flem» disse una seconda voce. Una sagoma si inginocchiò accanto a lei. «Poveretta. Quasi una bambina. Non stava facendo nulla di male.»

Flem sbuffò. «Nulla di male? Ho visto queste creature cercare di tagliare la gola a un uomo addormentato. Tutto per la sua spazzatura. Dannati parassiti.»

L’altra ombra la guardò e lei scorse una faccia cupa. Occhi scintillanti. Come stelle. L’uomo sospirò, alzandosi in piedi. «La prossima volta seppelliamo la spazzatura.» Tornò verso la luce.

Il secondo uomo, Flem, rimase a guardarla. Quello era il suo sangue? Sulle sue mani, caldo, come acqua che era rimasta al sole troppo a lungo?

La morte non la sorprendeva. In un certo senso, se l’era aspettata per buona parte dei suoi diciotto anni.

«Dannati Aiel» disse Flem mentre la sua vista si offuscava.

Il piede di Aviendha colpì le pietre del selciato nella piazza del Rhuidean e lei sbatté le palpebre dalla sorpresa. Nel cielo il sole era cambiato. Erano passate ore.

Cos’era successo? La visione era stata così reale, come quelle che aveva avuto dei primi giorni della sua gente. Ma non riusciva a trarne alcun senso. Era andata ancora più indietro nel passato? Quella pareva l’Epoca Leggendaria. Quegli strani vestiti, abiti e macchine. Ma quella era stata la Terra delle Tre Piegature.

Riusciva a ricordare distintamente di essere Malidra. Riusciva a ricordare anni di fame, di ricerche tra i rifiuti, di odio — e paura — dei Crealuce. Ricordava la sua morte. Il terrore, intrappolata e sanguinante. Quel sangue caldo sulle sue mani...

Si portò una mano alla testa, nauseata e sconvolta. Tutti si svegliavano dal sogno e, per quanto lei non lo accogliesse, non l’avrebbe temuto. No, la cosa orribile della visione era stata la completa mancanza di onore che aveva visto. Uccidere uomini nella notte per il loro cibo? Cercare tra i rifiuti della carne mezza masticata? Indossare stracci? Lei era stata più un animale che una persona!

Meglio morire. Di certo gli Aiel non potevano essere venuti da radici come quelle, tempo addietro. Gli Aiel nell’Epoca Leggendaria erano stati pacifici servitori, rispettati. Come potevano aver cominciato come gente che si cibava di rifiuti?

Forse questo era semplicemente un minuscolo gruppo di Aiel. O forse l’uomo era stato in errore. Non era possibile capire molto da quest’unica visione. Perché le era stata mostrata?

Si allontanò con un passo esitante dalle colonne di vetro e non accadde nulla. Nessuna ulteriore visione. Turbata, fece per andarsene dalla piazza.

Poi rallentò.

Esitante, si voltò indietro. Le colonne si ergevano nella luce sempre più fioca, silenziose e solitarie, all’apparenza ronzando di un’energia invisibile.

C’era altro?

Quell’unica visione pareva così staccata dalle altre che lei aveva visto. Se fosse passata di nuovo in mezzo alle colonne, avrebbe ripetuto quello che le era stato dato prima? Oppure... forse lei aveva cambiato qualcosa col suo Talento?

Nei secoli dalla fondazione del Rhuidean, quelle colonne avevano mostrato agli Aiel quello che a loro occorreva sapere su loro stessi. Erano state le Aes Sedai a predisporre tutto questo, vero? Oppure avevano semplicemente messo lì il ter’angreal e gli avevano permesso di fare quello che voleva, sapendo che avrebbe concesso saggezza?

Aviendha ascoltò il fruscio dell’albero. Quelle colonne erano una sfida, così come un guerriero nemico con la sua lancia in mano. Se lei fosse passata di nuovo in mezzo a esse, forse non sarebbe mai più uscita: nessuno visitava il ter’angreal una seconda volta. Era proibito. Un viaggio tra gli anelli, uno tra le colonne.

Ma lei era venuta per cercare la conoscenza. Non se ne sarebbe andata senza di essa. Si voltò e — prendendo un respiro profondo — si diresse verso le colonne.

Poi fece un passo.

Lei era Norlesh. Teneva suo figlio più piccolo vicino al seno. Un vento secco le strattonava lo scialle. Il suo bambino, Garivan, iniziò a piagnucolare, ma lei lo zittì mentre suo marito parlava con i forestieri.

Un villaggio di stranieri si trovava a poca distanza, costituito da baracche contro le pendici della montagna. Indossavano abiti tinti e pantaloni dal taglio strano con camicie abbottonate. Erano venuti per il minerale. Come potevano delle rocce essere così preziose da indurli a vivere da questo lato delle montagne, lontano dalla loro favoleggiata terra di acqua e cibo? Lontano dai loro edifici dove la luce brillava senza candela e i loro carri si muovevano senza cavalli?

Il suo scialle scivolò e lei se lo tirò su. Aveva bisogno di uno nuovo; questo era lacero e lei non aveva altri fili per rammendarlo. Garivan frignò tra le sue braccia e l’unica altra sua figlia ancora viva — Meise — era aggrappata alle sue gonne. Meise non parlava da mesi, ormai. Da quando suo fratello maggiore era morto per un’insolazione.

«Per favore» disse suo marito — Metalan — ai forestieri, tutti con indosso pantaloni. Gente rude, non come gli altri stranieri, con le loro fattezze delicate e le loro sete troppo eleganti. Illuminati, si chiamavano a volte quegli altri. Questi tre erano più ordinari.

«Per favore» ripeté Metalan. «La mia famiglia...»

Era un brav’uomo. O lo era stato, quando era stato forte e in salute. Ora pareva un involucro di quell’uomo, le sue guance infossate. I suoi occhi azzurri un tempo vividi fissavano con aria assente la maggior parte del tempo. Tormentati. Quello sguardo derivava dall’aver visto morire tre dei suoi figli. In diciotto mesi. Anche se Metalan era di una testa più alto di ciascuno dei forestieri, pareva strisciare davanti a loro.

Il capo dei forestieri — un uomo con una barba cespugliosa e occhi grandi e sinceri — scosse la testa. Restituì a Metalan il sacco pieno di pietre. «L’imperatrice dei Corvi, che possa sempre respirare, lo proibisce. Nessun commercio con gli Aiel. Potremmo essere privati del nostro lasciapassare per aver parlato con voi.»

«Noi non abbiamo cibo» disse Metalan. «I miei bambini stanno morendo di fame. Queste pietre contengono minerale. So che è il tipo che cercate. Ho passato settimane a raccoglierlo. Dateci un po’ di cibo. Qualcosa. Per favore.»

«Spiacente, amico» disse il capo dei forestieri. «Non vale il rischio con i Corvi. Va’ per la tua strada. Non vogliamo un incidente.» Diversi stranieri si avvicinarono da dietro, uno che portava un’ascia, altri due con bastoni sibilanti.

Le spalle di suo marito si afflosciarono. Giorni di viaggio, settimane di ricerche fra le pietre. Per nulla. Si voltò e tornò da lei. In lontananza, il sole stava tramontando. Quando l’ebbe raggiunta, lei e Meise si unirono a lui, allontanandosi dal campo dei forestieri.

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