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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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«Non hai visto tutte le fattorie in fiamme stamattina?» rispose Perrin. Fece un gesto a ventaglio che incluse tutti pennacchi di fumo che diminuivano. «Guardati intorno. L’hai detto tu stesso. I Trolloc non si accontentano più di assaltare una fattoria o due. Adesso stanno saccheggiando i villaggi. Se cerchi di tornare a Watch Hill, potresti non arrivarci. Sei stato fortunato a giungere così lontano. Ma se rimanete qui, a Emond’s Field...»

Bran gli girò intorno, e altri uomini gridarono forte il loro dissenso. Faile gli cavalcò accanto e lo afferrò per un braccio, ma Perrin li ignorò tutti. «... saprai dove mi trovo, e i tuoi soldati saranno i benvenuti, se vogliono aiutarci a difenderci.»

«Sei sicuro di quello che dici, Perrin?» chiese Bran afferrando le staffe di Stepper, mentre Faile dall’altro lato disse con foga: «No, Perrin! È un rischio troppo grande. Non devi... voglio dire... ti prego, non... oh, che la Luce mi riduca in maledette ceneri! Non devi farlo!»

«Non lascerò che gli uomini combattano tra loro se posso evitarlo» rispose con fermezza. «Non faremo il lavoro dei Trolloc per loro.»

Faile praticamente gli lanciò il braccio lontano. Guardando corrucciata Bornhald estrasse una pietra per affilare le lame dal sacchetto appeso alla cintura e un pugnale da qualche parte, iniziando ad affilare la lama con un rumore soffice come quello della seta.

«Adesso Hari Coplin non saprà cosa pensare» aggiunse asciutto Bran. Sistemando l’elmetto rotondo si voltò indietro verso i Manti Bianchi e piantò il fondo della lancia a terra. «Hai sentito la sua proposta. Adesso ascolta la mia. Se entri a Emond’s Field non arresterai nessuno senza l’autorizzazione del Consiglio del Villaggio che non otterrai, per cui non arresterai nessuno. Non entrerete a casa di nessuno a meno che non vi venga chiesto. Non creerete noie e collaborerete alle difese dove e quando richiesto. E non voglio nemmeno sentire l’odore della Zanna del Drago! Sei d’accordo? Se non lo sei, puoi andartene via da dove sei venuto.» Byar fissava l’uomo grassoccio come se una pecora si fosse alzata sulle zampe posteriori per attaccare.

Bornhald non distolse mai lo sguardo da Perrin. «D’accordo» disse alla fine. «Fino a quando sarà cessata la minaccia dei Trolloc!» Facendo voltare di scatto il cavallo, galoppò verso la linea dei suoi uomini, con il mantello bianco candido che sventolava alle sue spalle.

Su ordine del sindaco furono fatti arretrare i carri. Perrin si accorse che Luc stava guardando. Il nobile era rilassato in sella, con una mano languidamente appoggiata sull’elsa della spada, gli occhi azzurri divertiti. «Credevo che ti saresti opposto» osservò Perrin «da come ho sentito che hai parlato alla gente contro i Manti Bianchi.»

Luc allargò le braccia serenamente. «Se questa gente vuole i Manti Bianchi fra loro, che li abbiano. Ma tu dovresti prestare attenzione, giovane Occhidoro. Ne so qualcosa sull’accogliere in seno un nemico. La sua lama è più veloce quando è vicino.» Ridendo spinse lo stallone attraverso la folla, di nuovo dentro al villaggio.

«Ha ragione» intervenne Faile, che ancora stava affilando il pugnale con la pietra. «Forse questo Bornhald manterrà la parola e non ti arresterà, ma cosa tratterrà uno dei suoi uomini dal conficcarti una lama nella schiena? Non avresti dovuto farlo.»

«Dovevo» le rispose. «Meglio che fare il lavoro dei Trolloc.»

I Manti Bianchi stavano entrando nel villaggio, con Bornhald e Byar in testa al gruppo. Quei due lo guardarono con lo stesso odio, e gli altri che camminavano in coppia... Occhi duri e freddi su visi freddi e duri si voltavano a guardarlo mentre passavano. Non lo odiavano, ma quando lo guardavano vedevano un Amico delle Tenebre. E Byar era capace di tutto.

Perrin aveva dovuto farlo, ma pensò anche che non sarebbe stata una cattiva idea lasciare che Dannil, Ban e gli altri lo seguissero, se volevano. Non avrebbe dormito serenamente senza qualcuno di guardia davanti alla porta. Guardie Come qualche stupido lord Almeno Falle sarebbe stata contenta Se solo fosse riuscito a sotterrare quella bandiera da qualche parte.

46

Veli

La folla era densa nelle contorte stradine del Calpene vicino al Grande Circolo: il fumo delle tante cucine che lambivano gli alti muri bianchi ne erano il motivo. L’odore acre del fumo, della cucina e del sudore stantio aleggiava pesantemente nell’aria mattutina, con il pianto dei bambini e il vago mormorio incessante in corrispondenza dei grandi ammassi di persone, entrambi sufficienti a soffocare lo stridio dei gabbiani che volavano sopra la folla. I negozi in quest’area avevano da tempo chiuso i cancelli per sempre.

Disgustata, Egeanin attraversò a piedi la marea umana. Era tremendo che l’ordine fosse così inefficiente da permettere ai profughi nullatenenti di impossessarsi dei circoli per dormire fra le panche di pietra. Era brutto quanto vedere che i regnanti li lasciavano morire di fame. Avrebbe dovuto sentirsi il cuore rallegrato — questa gentaglia scoraggiata non avrebbe mai resistito al Corenne e il giusto ordine sarebbe stato ristabilito — ma odiava guardarla.

Per lo più gli straccioni che la circondavano sembravano troppo apatici per stupirsi della presenza fra loro di una donna con indosso un abito blu da cavallo pulito e ben tenuto, di seta anche se di taglio semplice. Uomini e donne che una volta avevano indossato abiti raffinati, ora macchiati e stropicciati, punteggiavano la folla, così forse lei non era troppo fuori posto. I pochi che sembravano chiedersi se i suoi indumenti significavano che avesse del denaro con sé erano dissuasi dal modo competente in cui portava il grosso bastone, alto quanto lei. Guardie, lettiga e portatori aveva dovuto oggi lasciarli indietro. Floran Gelb si sarebbe certamente accorto di essere seguito da quella schiera. Almeno quest’abito con la gonna separata le concedeva un po’ di libertà di movimento.

Mantenere il contatto visivo con il piccolo uomo dalla faccia di donnola era facile anche in mezzo a questa folla, malgrado dovesse schivare i carretti trainati dai buoi e gli occasionali carri, trainati più spesso da uomini sudati a torso nudo che da animali. Gelb e sette o otto amici, tutti uomini corpulenti e dal viso rozzo, avanzavano compatti seguiti da un ondata di imprecazioni. Quei tipi le davano sui nervi. Gelb voleva effettuare un altro sequestro. Aveva trovato tre donne da quando Egeanin gli aveva inviato l’oro che aveva chiesto, nessuna che somigliasse a quelle sulla lista, lamentandosi poi per ognuna che aveva respinto. Non avrebbe mai dovuto pagarlo per quella prima donna che aveva tolto dalle strade. L’avidità e il ricordo dell’oro sembravano aver rimosso l’aspra critica che gli aveva lanciato assieme al denaro.

Alcune grida alle sue spalle le fecero voltare il capo e aumentare la presa sul bastone. Si era aperto un piccolo varco, come sempre accadeva in prossimità dei guai. Un uomo urlante, con una giubba gialla che una volta doveva essere stata elegante, era in ginocchio nella strada, stringendosi il braccio destro nel punto in cui si piegava in modo innaturale. Addossata contro di lui con fare protettivo, c’era una donna piangente che indossava un abito verde stracciato e gridava contro un tipo con il velo che si stava già disperdendo nella folla.

«Ha solo chiesto una moneta! Ha solo chiesto!» La folla si strinse nuovamente attorno a loro.

Facendo una smorfia Egeanin si voltò, fermandosi a imprecare tanto da attirare alcune occhiate stupite. Gelb e i compagni erano svaniti. Facendosi largo verso una piccola fontana di pietra in cui l’acqua sgorgava dalla bocca di un pesce di bronzo, di fianco a un’enoteca dal tetto piatto/scansò rozzamente due delle donne che stavano riempiendo le brocche e balzò sul bordo, ignorandone gli insulti indignati. Da lì poteva vedere sopra la folla.

Le strade affollate si snodavano in ogni direzione, svoltando attorno alle colline. Curve e edifici intonacati di bianco le toglievano la visuale a meno di cento passi di distanza, ma Gelb non poteva essere andato così lontano in poco tempo.

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