La corona di spade
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #7
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:
Per certi versi non era brutto come le fosse — conosceva alcune di quelle persone sin da quando era bambino — ma tutto gli tornò alla mente con la foga di un fiume in piena, come se l’odore che sentiva si fosse solidificato e lo avesse colpito in mezzo agli occhi. I ricordi che voleva cancellare lo assalirono. I Pozzi di Dumai si erano trasformati in un campo di sterminio, un campo di morte, ma ora era anche peggio. A meno di un chilometro e mezzo di distanza erano visibili i resti carbonizzati di alcuni carri che circondavano un boschetto il quale a sua volta nascondeva quasi il basso fronte di pietra dei pozzi.
Attorno a quei resti...
Un mare nero ribollente di avvoltoi, corvi e cornacchie, decine di migliaia, che si alzavano a ondate per poi tornare a posarsi al suolo e nascondere la terra martoriata, cosa per la quale Perrin era più che grato. I metodi degli Asha’man erano stati brutali, avevano devastato carne e natura indiscriminatamente. Gli Shaido morti erano troppi e per seppellirli sarebbero stati necessari dei giorni, se mai qualcuno avesse voluto farlo, e così gli avvoltoi banchettavano, insieme a corvi e cornacchie. Laggiù c’erano anche i lupi morti; Perrin avrebbe voluto seppellirli, ma non era l’usanza dei lupi. Erano stati trovati anche i corpi di tre Aes Sedai: il Potere non le aveva salvate da lance e frecce nella frenesia della battaglia. E poi c’era una mezza dozzina di Custodi. Erano stati seppelliti nella radura vicino ai pozzi.
Gli uccelli non erano soli con i cadaveri, tutt’altro. Un mare di piume nere si alzò in volo attorno a lord Dobraine Taborwin e duecento dei suoi cavalieri cairhienesi, accompagnati dal lord luogotenente Havien Nurelle e gli uomini di Mayene sopravvissuti, tranne quelli che facevano la guardia ai Custodi. Gli ufficiali cairhienesi si distinguevano per i ‘con’ con due diamanti bianchi in campo azzurro, tutti tranne Dobraine, e le armature e le lance rosse degli uomini di Mayene spiccavano con fierezza in tutta quella carneficina, ma Dobraine non era il solo a coprirsi la bocca e il naso con un fazzoletto. Di tanto in tanto, un uomo si sporgeva dalla sella per cercare di svuotare uno stomaco che era già stato svuotato in precedenza. Mazrim Taim, alto quasi quanto Rand, a piedi e con indosso la giubba nera con i draghi blu e oro che risalivano sulle maniche, aveva con sé circa un centinaio di Asha’man. Anche alcuni di loro stavano vomitando. C’erano anche alcune Fanciulle e una decina di Sapienti, mentre i siswai’aman erano più numerosi di Cairhienesi, uomini di Mayene e Asha’man messi insieme. Erano tutti lì in caso gli Shaido avessero deciso di ritornare, o in caso alcuni stessero solo fingendo di essere morti, anche se Perrin riteneva che chiunque facesse finta di essere morto in quel luogo sarebbe presto impazzito. Al centro di quel gruppo c’era Rand.
Perrin avrebbe dovuto trovarsi laggiù con gli uomini dei Fiumi Gemelli. Rand glielo aveva chiesto, aveva detto che si fidava della loro gente, ma Perrin non aveva fatto alcuna promessa. Dovrà accontentarsi di me, e più tardi, si disse. Aveva bisogno di un po’ di tempo per prepararsi ad affrontare quel mattatoio, solo che le lame dei macellai non falciavano la gente ed erano più pulite delle asce, più pulite degli avvoltoi.
Gli Asha’man in giubba nera si confondevano con il mare di uccelli, morte ingoiata dalla morte, e i corvi e le cornacchie che si alzavano in volo nascondevano gli altri; ma Rand spiccava su tutto, con la camicia bianca a brandelli che aveva indossato al momento dell’arrivo dei suoi salvatori, anche se con ogni probabilità a quel punto già non aveva più bisogno di essere aiutato. Perrin fece una smorfia quando vide Min, accanto a Rand e con indosso una giubba rosso chiaro e brache aderenti. Quello non era un luogo adatto a lei, non era adatto a nessuno, ma la ragazza era rimasta con Rand fin dal momento del salvataggio, gli stava persino più attaccata di Taim. Rand era in qualche modo riuscito a liberare sé stesso e lei molto prima che Perrin o gli Asha’man facessero irruzione, e Perrin sospettava che Min vedesse in Rand la sua sola salvezza.
Di tanto in tanto, mentre camminavano in quel massacro, Rand confortava Min con dei colpetti su un braccio oppure si chinava verso la ragazza come se le stesse parlando, ma non era concentrato su di lei. Intorno a loro ondeggiavano le nuvole nere di uccelli, quelli più piccoli si allontanavano per andare a nutrirsi altrove, mentre gli avvoltoi cedevano terreno a malavoglia e alcuni rifiutavano di volare via e allungavano il collo implume lanciando striduli versi di sfida mentre indietreggiavano con la loro andatura barcollante. Di tanto in tanto Rand si fermava per piegarsi su un cadavere. Talvolta dalle sue mani partivano delle lingue di fuoco che colpivano gli avvoltoi più restii ad andarsene. E ogni volta Nandera, che era a capo delle Fanciulle, o Sulin, la sua seconda, discutevano con lui. In alcuni casi intervenivano anche le Sapienti, a giudicare da come tiravano energicamente le giubbe indossate dai cadaveri, come se volessero dimostrare qualcosa, e a quel punto Rand annuiva e andava avanti, continuando però a guardarsi indietro e fermandosi non appena un nuovo corpo attirava la sua attenzione.
«Che cosa sta facendo?» chiese una voce sprezzante. Perrin riconobbe la donna dall’odore prima ancora di guardare in basso. Statuaria ed elegante con un abito da cavallo in seta verde e un sottile mantello per proteggersi dalla polvere, Kiruna Nachiman era la sorella di re Paitar dell’Arafel, una nobile potente per diritto di nascita, e diventare Aes Sedai non aveva certo contribuito a addolcire le sue maniere. Quasi ipnotizzato da ciò che stava osservando, Perrin non l’aveva sentita arrivare. «Perché è andato laggiù? Non dovrebbe.»
Non tutte le Aes Sedai nell’accampamento erano prigioniere, anche se quelle libere erano rimaste in disparte fin dal giorno precedente, e Perrin sospettava che avessero parlato fra di loro per cercare di capire cosa fosse accaduto. O forse per trovare il modo di aggirare l’ostacolo. Ora erano uscite allo scoperto in forze. Accanto a Kiruna c’era Bera Harkin, un’altra Verde, una donna dall’aspetto di una contadina nonostante il volto dall’età indefinibile e l’abito di ottima lana, comunque a modo suo orgogliosa quanto Kiruna. Quella contadina avrebbe detto a un re di pulirsi gli stivali prima di entrare in casa sua e lo avrebbe fatto in tono brusco. Lei e Kiruna erano a capo delle Sorelle venute ai Pozzi di Dumai con Perrin, o forse si alternavano al comando. Non era molto chiaro, cosa che con le Aes Sedai era tutt’altro che insolita.
Le altre sette erano raggruppate come una nidiata di uccellini non troppo lontano. No, era l’orgoglio a tenerle lontane, erano leonesse e non quaglie, a giudicare dalla loro aria imperiosa. I loro Custodi si erano schierati poco più indietro, e se le Sorelle erano tutte serenità esteriore, questi non facevano sforzi per nascondere i loro sentimenti. Erano uomini assai diversi tra loro, alcuni indossavano quei mantelli cangianti che pareva facessero scomparire parte del corpo, ma che fossero alti o bassi, magri o robusti, anche solo standosene lì in piedi davano un’idea di violenza trattenuta da un guinzaglio logoro.
Perrin conosceva bene due di quelle donne, Verin Mathwin e Alanna Mosvani. Bassa, robusta e talvolta quasi materna nel suo modo distratto, quando non guardava gli altri come un uccello che osservasse un verme, Verin apparteneva all’Ajah Marrone. Alanna, snella, scura e abbastanza graziosa anche se da qualche tempo aveva il volto un po’ tirato per chissà quale motivo, era invece una Verde. Cinque su nove erano Verdi. Una volta, non molto tempo addietro, Verin gli aveva detto di non fidarsi troppo di Alanna e Perrin l’aveva presa seriamente in parola. In ogni caso, non si fidava nemmeno delle altre, inclusa Verin. Nemmeno Rand si fidava di loro, anche se avevano combattuto fianco a fianco il giorno precedente e nonostante quello che era successo alla fine, un evento al quale Perrin non era ancora certo di credere, malgrado lo avesse visto coi propri occhi.