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La corona di spade

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La corona di spade
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Perrin scosse il capo. Le Aes Sedai erano molto brave a ignorare ciò che si rifiutavano di accettare. Come per esempio gli uomini con le giubbe nere in piedi accanto a loro. C’era un Asha’man per ogni Sorella, anche per le tre che erano state quietate e sembrava che non battessero mai le palpebre. Le Aes Sedai guardavano oltre gli Asha’man o attraverso di loro; era come se quegli uomini non esistessero.

Era un bel trucco. Lui non riusciva a ignorarli, e non era nemmeno in loro custodia. Quegli uomini di ogni età, dai più giovani con le guance coperte di peluria a quelli calvi o con i capelli grigi, incutevano molto timore, e non per le loro cupe giubbe nere a collo alto o le spade che avevano al fianco. Ogni Asha’man poteva incanalare e, in qualche modo, impedivano alle Aes Sedai di farlo. Uomini che potevano usare l’Unico Potere: qualcosa che dava gli incubi. Anche Rand naturalmente poteva farlo, ma era Rand, era il Drago Rinato. A Perrin gli altri facevano rizzare i peli sulla nuca.

I Custodi sopravvissuti sedevano poco lontano, anche loro sorvegliati, da circa trenta uomini d’arme di lord Dobraine con i loro elmetti cairhienesi a forma di campana e altrettante Guardie Alate di Mayene con i pettorali rossi, tutti con gli occhi attenti, come se stessero controllando dei leopardi. Un ottimo atteggiamento, date le circostanze. C’erano più Custodi che Aes Sedai. Alcune prigioniere appartenevano all’Ajah Verde. I soldati erano più numerosi dei Custodi, molti di più, ma forse erano appena sufficienti per quel compito.

«La Luce voglia che da quel gruppo non provenga altro dolore» mormorò Perrin. Per due volte durante la notte i Custodi avevano cercato di liberarsi. In verità quei tentativi erano stati resi vani più dagli Asha’man che dai Cairhienesi o dagli uomini di Mayene, e con ben poca gentilezza. Nessuno dei Custodi era stato ucciso, ma più di dieci avevano ossa rotte che a nessuna delle Sorelle era stato ancora concesso di curare.

«Se il lord Drago non riesce a prendere una decisione,» rispose Aram con calma «forse dovrebbe farlo qualcun altro. Per proteggerlo.»

Perrin lo guardò di traverso. «Quale decisone? Le Sorelle hanno ordinato ai Custodi di non riprovarci, e loro obbediranno alle Aes Sedai.» Ossa rotte o meno, disarmati e con le mani legate dietro la schiena, i Custodi assomigliavano ancora a lupi in attesa che il capo branco comandasse l’attacco. Nessuno di loro sarebbe rimasto tranquillo fino a quando non sarebbe stata libera la sua Aes Sedai, o forse tutte le Aes Sedai. Aes Sedai e Custodi: una fascina di quercia ben stagionata pronta a prendere fuoco. Ma neppure loro si erano dimostrati all’altezza degli Asha’man.

«Non mi riferivo ai Custodi» esitò Aram, quindi si avvicinò a Perrin e abbassò ancor più la voce, riducendola a un rauco sussurro. «Le Aes Sedai hanno rapito il lord Drago. Non può fidarsi di loro, mai più, eppure non vuole fare ciò che è necessario. Se morissero prima che lui venisse a saperlo...»

«Che cosa stai dicendo?» Perrin soffocò quasi mentre si tirava su. Si chiese, non per la prima volta, se in quell’uomo era rimasto qualcosa del Calderaio che era un tempo. «Sono merini, Aram! Donne inermi!»

«Sono Aes Sedai.» Gli occhi scuri sostennero quelli dorati di Perrin. «Non possiamo fidarci di loro, né liberarle. Per quanto tempo si può trattenere un’Aes Sedai contro la sua volontà? Continuano a fare ciò che fanno da molto prima degli Asha’man. Di sicuro ne sanno di più. Sono un pericolo per il lord Drago e per te, lord Perrin. Ho visto come ti guardano.»

All’altra estremità del campo, le Sorelle parlavano sottovoce fra loro, tanto che nemmeno Perrin riusciva a origliare. Di tanto in tanto qualcuna guardava lui e Aram. Perrin era riuscito a sentire alcuni dei loro nomi. Nesune Bihara. Erian Boroleos e Katerine Alruddin. Coiren Saeldain, Sarene Nemdahl ed Elza Penfell. Janine Pavlara, Beldeine Nyram, Marith Riven. Le ultime due erano le Sorelle giovani, ma a prescindere dalla loro età, tutte lo guardavano con una serenità tale che sembrava fossero loro al comando, nonostante gli Asha’man. Non era facile sconfiggere le Aes Sedai, ma far loro ammettere la sconfitta era proprio impossibile.

Perrin si costrinse a rilassare le mani e appoggiarle sulle ginocchia, dando l’impressione di essere calmo, anche se interiormente non lo era affatto. Quelle donne sapevano che lui era un ta’veren, uno di quei pochi individui intorno ai quali il Disegno era disposto a riadattarsi. Peggio ancora, sapevano che era legato a Rand in un modo che nessuno capiva, men che mai lui o Rand. O Mat; anche lui era invischiato in quel groviglio. Un altro ta’veren, anche se nessuno di loro due era forte come Rand. Se ne avessero avuta la minima possibilità, quelle donne avrebbero preso lui e Mat e li avrebbero portati nella Torre Bianca, come volevano fare anche con Rand, impastoiati come capretti fino all’arrivo del leone. E poi era vero che avevano rapito Rand e lo avevano maltrattato. Aram aveva ragione su una cosa: non ci si poteva fidare di loro. Ma Perrin non era disposto a tollerare quello che aveva proposto. Non ne era capace! Il pensiero gli provocò la nausea.

«Non ne voglio più sentir parlare» ringhiò. «Nemmeno una parola, Aram, mi hai capito? Nemmeno una parola!»

«Come comanda il mio lord Perrin» mormorò Aram chinando il capo, sempre girato.

Perrin avrebbe voluto guardarlo in viso. Non c’era traccia di rabbia, e nemmeno rancore. Quella era la parte peggiore. Nemmeno quando aveva suggerito l’assassinio aveva percepito in lui rabbia.

Una coppia di uomini dei Fiumi Gemelli si arrampicò sulle ruote di un carro vicino per scrutare a fondovalle, verso nord. Avevano entrambi una faretra piena di frecce allacciata sul fianco destro e un grosso pugnale dalla lama lunga, quasi una piccola spada, dal lato sinistro. Più di trecento uomini avevano seguito Perrin dai Fiumi Gemelli. Lui ancora malediceva il primo che lo aveva chiamato ‘lord Perrin’, come malediceva il giorno in cui aveva smesso di provare a farli smettere. Anche con i mormorii e i rumori tipici degli accampaménti così grandi, non ebbe problemi a sentire ciò che i due si dicevano.

Tod al’Caar, più giovane di Perrin di un anno, trasse un lungo sospiro, come se stesse vedendo per la prima volta lo spettacolo più in basso. Perrin poteva quasi vedere la mandibola dell’uomo dinoccolato che si muoveva. La madre di Tod lo aveva lasciato andare solo per l’onore di seguire Perrin Occhidoro. «Una vittoria memorabile» disse alla fine il ragazzo. «Ecco cosa abbiamo ottenuto. Non è forse vero, Jondyn?»

Jondyn Barran, dai capelli brizzolati, nodoso come una vecchia radice, era uno dei pochi uomini anziani fra quei trecento. Il tiratore d’arco più bravo di tutti i Fiumi Gemelli a parte mastro al’Thor, e il miglior cacciatore, era stato uno degli abitanti dei Fiumi Gemelli meno apprezzati. Non aveva lavorato un solo giorno più del dovuto sin da quando aveva lasciato la fattoria del padre. A Jondyn interessavano la foresta e la caccia... e bere tanto nei giorni di festa. Ad alta voce, rispose: «Se lo dici tu, ragazzo. Comunque hanno vinto quei maledetti Asha’man e, dico io, meglio così. Peccato che adesso non se ne vadano da qualche altra parte a celebrare.»

«Non sono tanto male» protestò Tod. «Mi piacerebbe essere uno di loro.» Quest’ultima frase sembrava più una millanteria e una farsa che la verità. E ne aveva anche l’odore. Senza nemmeno guardare, Perrin era certo che il ragazzo si stesse leccando le labbra. Con ogni probabilità, la madre di Tod aveva usato le storie sugli uomini che incanalavano per spaventarlo fino a poco tempo addietro. «Voglio dire, pensare che Rand è il lord Drago sembra ancora strano, non ti pare? Rand al’Thor che è il Drago Rinato e tutto il resto...» Tod rise. Fu un suono breve e imbarazzato. «Be’, lui può incanalare e non sembra... lui non è... voglio dire...» Deglutì sonoramente. «E poi cosa avremmo potuto fare con tutti quegli Aiel senza di loro?» Questa frase fu pronunciata in un sussurro. Adesso il giovane odorava di paura. «Jondyn, cosa faremo adesso? Voglio dire, con le Aes Sedai prigioniere?» L’uomo più anziano rispose a voce ancora più alta, senza nemmeno preoccuparsi di abbassarla. Jondyn diceva sempre ciò che pensava, senza curarsi di chi potesse sentire, un altro motivo della sua cattiva reputazione. «Sarebbe stato meglio per noi se fossero tutte morte ieri, ragazzo. La pagheremo cara prima che sia finita. Ricordati le mie parole: la pagheremo molto cara.»

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