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La corona di spade

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La corona di spade
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Perrin chiuse gli occhi e poggiò il capo contro la ruota del carro, poi il suo petto si sollevò in una risata silenziosa e priva di divertimento. Pensa alle cose buone di Chasaline Alta, si disse; che io sia folgorato, sarei dovuto andare con Rand. No, era meglio sapere, e meglio prima che poi. Ma cosa doveva fare lui, per la Luce? Se gli Aiel, i Cairhienesi e gli uomini di Mayene si rivoltavano uno contro l’altro, o peggio, se gli Asha’man si scagliavano contro le Sapienti... Un barile pieno di serpenti, e il solo modo per sapere quali fossero le vipere era infilarci dentro una mano. Luce, quanto vorrei essere a casa con Faile e una forgia dove lavorare, senza nessuno che mi chiama lord Perrin!, pensò.

«Il tuo cavallo, lord Perrin. Non hai detto se volevi Stepper o Resistenza, per cui ho sellato...» A uno sguardo degli occhi color oro di Perrin, Kenly Maerin si nascose dietro lo stallone marrone che teneva per la briglia.

Perrin fece un gesto per rassicurare il giovane. Non era colpa di Kenly. Ciò che non poteva essere risolto andava sopportato. «Tranquillo, ragazzo. Hai fatto bene. Stepper va benissimo. Ottima scelta.» Perrin odiava parlargli a quel modo. Basso e tarchiato, Kenly aveva appena l’età sufficiente per sposarsi o andare via di casa — di certo non era grande abbastanza per la barba a chiazze che stava cercando di farsi crescere per imitarlo —, eppure aveva combattuto contro i Trolloc a Emond’s Field e il giorno prima si era comportato bene. Il ragazzo sorrise felice per aver ricevuto un complimento dal maledetto lord Occhidoro.

Dopo essersi alzato, Perrin prese l’ascia che aveva poggiato sotto il carro, fuori dalla visuale e, per un po’, lontano dalla mente, quindi la infilò nell’anello della cintura. Aveva la lama pesante a forma di mezza luna, bilanciata da un puntale acuminato; un oggetto creato per il solo scopo di uccidere. Il manico dell’ascia era troppo familiare al suo tocco. Perrin si chiese se ancora ricordava quale sensazione desse un buon martello da forgia. Forse c’erano altri problemi, a parte ‘Lord Perrin’, che ormai era impossibile risolvere. Un amico una volta gli aveva detto di tenere quell’ascia fino a quando non avesse cominciato a provare piacere nell’usarla. Quel pensiero gli provocò i brividi nonostante il caldo.

Perrin balzò in sella a Stepper, subito seguito da Aram con il suo cavallo grigio, poi i due rimasero seduti in groppa rivolti a sud, verso l’interno del circolo dei carri. Proprio in quel momento Loial, alto quasi il doppio degli Aiel, stava scavalcando con cautela gli assi per attaccare i cavalli di due carri incrociati. Data la sua stazza, sembrava che avrebbe potuto spezzarne facilmente uno se avesse inciampato. Come sempre, l’Ogier aveva un libro fra le mani e teneva il segno con una delle grosse dita. Riposti nelle grandi tasche della sua giubba lunga ce n’erano altri. Aveva trascorso la mattinata in una piccola macchia d’alberi che aveva definito riposante e ombreggiata, ma ciò nonostante il caldo stava intaccando anche la sua resistenza. Loial sembrava assai stanco e aveva la giubba in disordine, la camicia sbottonata e gli stivali calati sotto il ginocchio. Forse non era solo il caldo. Si fermò al centro del circolo e si mise a fissare gli Asha’man e le Aes Sedai; le orecchie pelose vibravano irrequiete.

Gli occhi grandi come piattini si posarono poi sulle Sapienti e le orecchie tremarono di nuovo. Gli Ogier erano sensibili agli stati d’animo altrui.

Quando vide Perrin, s’incamminò verso di lui. Anche se il ragazzo era seduto in sella, Loial era di due o tre palmi più alto. «Perrin,» disse in un sussurro «è tutto sbagliato. Non va bene, ed è pure pericoloso.» Per un Ogier era un sussurro, ma sembrava il ronzio di un calabrone grande quanto un mastino. Alcune delle Aes Sedai si girarono.

«Potresti alzare un po’ la voce?» chiese Perrin mormorando. «Credo che qualcuno ad Andor non abbia sentito bene. Nella zona occidentale.»

Loial sembrò sorpreso, quindi fece una smorfia e le lunghe sopracciglia gli sfiorarono il viso. «So come sussurrare, sai?» Stavolta la sua voce non si sarebbe sentita a più di tre passi di distanza. «Cosa faremo, Perrin? È sbagliato trattenere le Aes Sedai contro la loro volontà, sbagliato e ingiusto. L’ho già detto in passato e lo ripeterò ancora. E non è nemmeno il peggio. La sensazione qui... Una sola scintilla e questo posto esploderà come un carro pieno di fuochi d’artificio. Rand ne è al corrente?»

«Non lo so» rispose Perrin a entrambe le domande, e dopo un momento l’Ogier annuì con riluttanza.

«Qualcuno deve saperlo, Perrin. Qualcuno deve fare qualcosa.» Loial guardò verso nord, oltre i carri, e Perrin capì che non poteva continuare a rimandare la soluzione di quel problema.

Pur malvolentieri, fece girare Stepper. Avrebbe preferito chiedersi cosa fare con Aes Sedai, Asha’man e Sapienti fino a perdere tutti i capelli, ma era giunto il momento di agire. Pensa alle cose belle di Chasaline Alta, si disse.

2

Il cortile del macellaio

All’inizio Perrin non guardò a fondovalle nella direzione in cui avrebbe cavalcato, dove sarebbe dovuto andare quella mattina con Rand. Rimase invece seduto in sella ai margini del circolo di carri guardando in qualsiasi altra direzione, anche se ciò che vedeva gli dava il voltastomaco. Era come se un martello lo colpisse al ventre.

Martellata: diciannove fosse scavate da poco sulla cima di una collina squadrata a est; diciannove uomini dei Fiumi Gemelli che non avrebbero mai più visto casa. Era raro che un fabbro vedesse morire delle persone a causa delle proprie istruzioni. Almeno gli uomini dei Fiumi Gemelli avevano obbedito ai suoi ordini. Se non l’avessero fatto ci sarebbero state anche più fosse. Martellata: sul pendio successivo erano visibili dei rettangoli di terra fresca, smossa di recente, quasi cento uomini di Mayene e anche più Cairhienesi. Erano andati ai Pozzi di Dumai per morire. Le cause o i motivi non importavano; avevano seguito Perrin Aybara. Martellata: la dorsale a ovest sembrava una serie compatta di fosse, mille o forse più. Mille Aiel, sepolti in posizione eretta, rivolti verso l’alba. Mille. Alcune erano Fanciulle. La morte degli uomini gli annodava lo stomaco. Quella delle donne gli faceva venire voglia di sedersi a terra e piangere. Provò a dirsi che avevano scelto tutti liberamente di essere lì, che ‘dovevano’ essere lì. Vero, ma era stato lui a impartire gli ordini e questo lo rendeva responsabile di quelle morti. Non Rand, non le Aes Sedai; lui. Gli Aiel sopravvissuti avevano smesso da poco di cantare per i propri morti, canzoni tormentate, brani che rimanevano in mente.

La vita è un sogno — che non conosce ombra. La vita è un sogno — di dolore e sofferenza. Un sogno dal quale — preghiamo di svegliarci. Un sogno dal quale — ci svegliamo e ce ne andiamo.
Chi vorrebbe dormire — quando la nuova alba attende? Chi vorrebbe dormire — quando soffiano venti dolci? Un sogno deve finire — quando giunge il nuovo giorno. Questo sogno dal quale — ci svegliamo e ce ne andiamo.

Sembrava traessero conforto da quelle canzoni. Perrin li invidiava per questo ma, da quel che aveva capito, agli Aiel non importava di morire, e questa era una pazzia. Qualsiasi uomo sano di mente voleva vivere. Qualsiasi uomo sano di mente sarebbe fuggito il più lontano possibile da una battaglia, con tutte le sue forze.

Stepper sollevò il muso, le narici fremevano all’odore che proveniva dalla valle, e Perrin gli carezzò il collo. Aram sogghignò mentre guardava ciò che l’altro si stava sforzando di ignorare. Il volto di Loial era così inespressivo che sembrava scolpito nel legno. L’Ogier mosse leggermente le labbra e a Perrin parve di sentire: «Luce, fa che non veda mai più un simile spettacolo.» Perrin sospirò e si costrinse a guardare nella loro stessa direzione, verso i Pozzi di Dumai.

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