L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
Aram danzò con la donna, schivandola goffamente, cercando di mantenere la spada lontano da lei. «Perché no?» gridò furioso. «Hanno ucciso mia madre! Li ho visti! Se avessi avuto una spada avrei potuto salvarla. Avrei potuto salvarla!»
Quelle parole colpirono Perrin al petto. Un Calderaio con una spada sembrava una cosa innaturale, quasi abbastanza da fargli rizzare i capelli sulla nuca, ma quelle parole... Sua madre. «Lascialo in pace» disse, più duramente di quanto voleva. «Ogni uomo ha il diritto di difendersi e di difendere i suoi... Ne ha il diritto.»
Aram spinse la spada verso Perrin. «Mi insegnerai come usarla?»
«Non la so usare,» rispose Perrin «però puoi trovare qualcun altro.»
Le lacrime scivolarono sul viso stravolto di Ila. «I Trolloc hanno preso mia figlia» singhiozzò completamente scossa «e tutti i miei nipoti tranne uno, e adesso te lo prendi tu. È Perduto per colpa tua, Perrin Aybara. Nel tuo cuore sei diventato un lupo e adesso lo diventerà anche lui.» Voltandosi risalì le scale, ancora scossa dai singhiozzi.
«Avrei potuto salvarla!» le gridò appresso Aram. «Nonna! Avrei potuto salvarla!» La donna non si voltò mai e quando svanì dietro l’angolo, Aram si accasciò contro la ringhiera piangendo. «Avrei potuto salvarla, nonna. Avrei potuto...»
Perrin si accorse che anche Bode stava piangendo con il viso fra le mani e le altre donne lo guardavano male quasi avesse fatto qualcosa di sbagliato. Non tutte. Alanna, in cima alle scale, lo studiava con l’indecifrabile calma delle Aes Sedai, e il viso di Faile era quasi altrettanto inespressivo.
Pulendosi la bocca lanciò il tovagliolo sul tavolo e si alzò. C’era ancora tempo per dire ad Aram di riporre la spada, di andare a chiedere scusa a Ha. Tempo per dirgli... cosa? Che forse la prossima volta non sarebbe stato lì a vedere morire i suoi cari? Che forse poteva tornare per trovare le loro tombe?
Appoggiò una mano sulla spalla di Aram e l’uomo sussultò, tirando indietro la spada come se si aspettasse che Perrin potesse togliergliela di mano. L’odore del Calderaio era un misto di emozioni, paura, odio e profonda tristezza. Ila lo aveva chiamato Perduto. Gli occhi di Aram sembravano vuoti. «Lavati il viso, Aram. Poi vai a cercare Tam al’Thor. Digli che chiedo che ti insegni a usare la spada.»
Lentamente l’altro uomo sollevò il viso. «Grazie» balbettò, asciugandosi le lacrime sulle guance con le maniche. «Grazie. Non lo dimenticherò mai. Mai. Lo giuro.» Di colpo sollevò la spada per baciare la lama, il pomello dell’elsa della spada era una testa di lupo di ottone. «Lo giuro. Non sì fa così?»
«Immagino di sì» rispose tristemente Perrin, chiedendosi perché si sentisse triste. La Via della Foglia era una bella credenza, come un sogno di pace, ma, come il sogno, non poteva durare quando c’era violenza. Non conosceva un luogo che ne fosse privo. Un sogno per qualche altro uomo, in qualche altro momento. Forse in un’altra Epoca. «Vai, Aram. Hai molto da imparare e potrebbe non esserci molto tempo.» Sempre ringraziando, il Calderaio non attese di liberarsi dalle lacrime ma corse fuori dalla locanda, portando la spada dritta davanti a sé con entrambe le mani.
Consapevole dello sguardo cupo di Eldrin, delle mani sui fianchi di Marin e del cipiglio di Natti, per non parlare del pianto di Bode, Perrin ritornò alla sua sedia. Alanna era sparita dalle scale. Faile lo guardò mentre Perrin prendeva coltello e forchetta.
«Disapprovi?» le chiese con calma. «Un uomo ha il diritto di difendersi, Faile. Anche Aram. Nessuno può fargli seguire la Via della Foglia se non vuole.»
«Non mi piace vederti addolorato» sussurrò Faile.
Perrin fece una pausa mentre tagliava l’oca. Addolorato? Quel sogno non era il suo. «Sono solo stanco» le rispose sorridendo. Non pensava che Faile gli credesse.
Prima che riuscisse a fare un secondo boccone, Bran si affacciò alla porta frontale. Indossava nuovamente l’elmetto di metallo. «Stanno arrivando dei cavalieri da nord, Perrin. Molti. Credo che potrebbero essere i Manti Bianchi.»
Faile scattò mentre Perrin si alzava, e quando fu fuori per prendere Stepper, con il sindaco che borbottava riguardo quello che intendeva dire ai Manti Bianchi, Faile apparve dall’angolo della locanda a cavallo della giumenta bianca. Molti dal villaggio si stavano dirigendo a nord piuttosto che restare al loro posto. Perrin non aveva una fretta particolare. I Figli della Luce potevano benissimo trovarsi lì per arrestarlo. Probabilmente era quello il motivo. Non aveva intenzione di andarsene via in catene, ma non era ansioso di chiedere alla gente di combattere contro i Manti Bianchi per lui. Seguì Bran unendosi al codazzo di uomini, donne e bambini che oltrepassavano il Ponte Carraio sulle acque della Fonte del Vino, gli zoccoli di Stepper e Rondine che battevano sulle assi del ponte. Un alto salice cresceva lungo le rive. Il ponte si trovava all’inizio della strada nord, che portava a Watch Hill e oltre. Alcuni lontani pennacchi di fumo si erano ridotti a riccioli mentre i fuochi si estinguevano.
Dove la strada abbandonava il villaggio, trovò due carri a bloccare il passaggio; gli uomini raccolti dietro alla staccionata di pali acuminati con archi, lance e altre armi — odoravano di eccitazione — stavano mormorando fra loro tutti ammucchiati per vedere chi stesse discendendo la strada: una lunga colonna doppia di cavalieri ammantati di bianco che sollevavano una nuvola di polvere, elmetti conici, pettorali di metallo lucidi e cotte di maglia che risplendevano al sole pomeridiano, le lance con le punte di acciaio tutte con la stessa inclinazione. In testa alle file cavalcava un uomo giovane, con la schiena rigida e il viso severo, che a Perrin sembrava vagamente familiare. Con l’arrivo del sindaco i mormorii si fermarono e tutti erano pieni di aspettativa. O forse la causa era l’arrivo di Perrin.
A circa duecento passi di distanza dalla staccionata, l’uomo dal volto severo sollevò una mano e la colonna si fermò passandosi ordini secchi lungo la fila. L’uomo proseguì con solo una mezza dozzina di Manti Bianchi, facendo passare lo sguardo sui carri, la staccionata e gli uomini dietro di essa. Le sue maniere lo definivano come un uomo importante anche senza i nodi di rango sotto il sole raggiato ricamato sul petto.
Era apparso anche Luc, splendente sullo stallone nero lucido, vestito di fine lana rossa e ricami dorati. Forse era abbastanza normale che l’ufficiale dei Manti Bianchi decidesse di rivolgersi a Luc, anche se gli occhi scuri continuavano a indagare. «Mi chiamo Dain Bornhald,» annunciò spronando il cavallo «capitano dei Figli della Luce. Avete fatto tutto questo per noi? Ho sentito dire che Emond’s Field è chiusa per i Figli, vero? Davvero un villaggio dell’Ombra se è chiuso ai Figli della Luce.»
Dain Bornhald, non Geofram. Forse un figlio. Non che facesse differenza. Perrin immaginava che uno avrebbe provato ad arrestarlo come l’altro. Lo sguardo di Bornhald passò su Perrin, quindi tornò indietro di scatto. L’uomo sembrò in preda alle convulsioni, una mano guantata scattò verso la spada, le labbra si dischiusero in un ringhio silenzioso, e per un momento Perrin fu convinto che l’uomo avrebbe attaccato, spronando il cavallo contro la staccionata per raggiungerlo. Sembrava che odiasse Perrin per motivi personali. Guardandolo da vicino quel viso duro aveva un qualcosa di trascurato, una luce negli occhi che Perrin di solito vedeva in quelli di Bili Congar. Gli sembrò di fiutare odore di acquavite.
L’uomo dalle guance infossate vicino a Bornhald era più che familiare. Perrin non avrebbe mai dimenticato quegli occhi infossati, come scuri carboni ardenti. Alto, magro e duro come un’incudine, Jaret Byar sembrava davvero che lo guardasse con odio. Bornhald poteva forse non essere zelante, ma Byar lo era certamente.