La corona di spade
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #7
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:
«Sta già crollando» disse la Sapiente con voce tagliente. «Fatela abbeverare e trasportatela.» Si voltò aggiustandosi lo scialle e dimenticandosi immediatamente di Galina Casban, fino a quando non avesse avuto bisogno di ricordarsi di nuovo di lei. Per Therava, Galina Casban era meno di un cane randagio.
Galina non si alzò. L’avevano fatta ‘abbeverare’ abbastanza spesso ormai. Era il solo modo in cui la lasciavano bere. Galina bramava un po’ d’acqua e non oppose alcuna resistenza quando la grossa Fanciulla la prese per i capelli, come aveva fatto Therava tirandole la testa indietro. Lei si limitò ad aprire la bocca al massimo. Un’altra Fanciulla, con una cicatrice che le scendeva sul naso e sulla guancia, rovesciò una borraccia d’acqua versandone un goccio in bocca a Galina. L’acqua era insapore e calda; deliziosa. Galina deglutì ingorda e goffa, tenendo spalancata la bocca. Sebbene avesse voluto bere quanto più possibile, avrebbe voluto anche mettere il viso sotto quel rivolo d’acqua per farlo scorrere sulla fronte e sulle guance, ma mantenne la testa rigorosamente ferma, per permettere all’acqua di finirle in gola fino all’ultima goccia. Versare l’acqua sarebbe stato motivo sufficiente per scatenare una nuova punizione. L’avevano picchiata in vista di un ruscello largo sei passi per averne versata un po’ sul mento.
Quando la borraccia alla fine venne rimossa, la grossa Fanciulla la tirò in piedi per le braccia. Galina si lamentò. Le Sapienti stavano tirandosi su le gonne, esponendo le gambe ben sopra il bordo dei morbidi stivali di pelle. Non era possibile che avessero intenzione di correre. Non di nuovo. Non su queste montagne.
Le Sapienti balzarono in avanti con la stessa facilità con cui lo avevano fatto in pianura. Una Fanciulla che non aveva mai visto, la fustigò dietro le gambe con un bastone e la donna partì simulando una specie di corsa, in parte trascinata dalla grossa Fanciulla. La verga la colpiva ogni volta che esitava. Se questa corsa fosse continuata per il resto del giorno, avrebbero fatto a turno, una Fanciulla con la verga e un’altra che la trascinava. Galina correva, risalendo a fatica i pendii, quasi candendo in terra. Un gatto di montagna fulvo, con striature marroni e più grosso di un uomo, ringhiò contro di loro da una sporgenza; era una femmina: non aveva i peli nelle orecchie e quelli del muso non erano folti. Galina voleva gridarle di fuggire prima che Therava la prendesse. Gli Aiel oltrepassarono l’animale ringhiante senza preoccuparsene e Galina pianse di gelosia invidiando la libertà di quel gatto.
Prima o poi l’avrebbero liberata, era ovvio, lo sapeva. La Torre non avrebbe permesso che una Sorella fosse tenuta prigioniera. Elaida non avrebbe permesso che una Rossa venisse trattenuta. Alviarin avrebbe mandato di sicuro qualcuna a salvarla. Qualcuna l’avrebbe fatto, una qualsiasi, per salvarla da questi mostri, soprattutto da Therava. Avrebbe promesso qualsiasi cosa per quella liberazione. Avrebbe anche mantenuto quelle promesse. Era stata liberata dai tre Giuramenti non appena si era unita all’Ajah Nera, rimpiazzandoli con una nuova trinità, ma in quel momento credeva sul serio che avrebbe mantenuto la parola, se qualcuno l’avesse salvata. Qualsiasi promessa a chiunque l’avesse liberata. Anche un uomo.
Quando le basse tende cominciarono a diventare visibili, e i colori scuri si confusero con la foresta circostante come il manto del gatto, Galina aveva due Fanciulle a sostenerla e tirarla. Da ogni lato si alzarono grida di benvenuto, ma Galina fu trascinata oltre le Sapienti, al centro dell’accampamento, sempre correndo, sempre inciampando.
Le mani che la sorreggevano la lasciarono senza alcun preavviso, e Galina cadde di nuovo; rimase in quella posizione, con il naso piantato nella terra e le foglie secche, respirando a fatica. Tossì per aver inalato un pezzettino di foglia, ma era troppo debole per girare la testa. Il sangue le pulsava sulle tempie, ma cominciava a sentire le voci e anche a capire cosa stavano dicendo.
«...te la sei presa comoda, Therava» disse una voce familiare. «Nove giorni. Noi siamo arrivate da nove giorni.»
Nove giorni? Galina scosse il capo strofinando il viso in terra. Da quando gli Aiel le avevano tolto il cavallo, i ricordi erano confusi fra un misto di sete, corse e botte, ma di certo era stato per più di nove giorni. Settimane, ne era certa. Almeno un mese, forse anche di più.
«Portatela qui» disse con impazienza la voce familiare.
La tirarono su, spingendola per farla passare sotto i lembi di una grande tenda. Venne gettata in terra, su dei tappeti, vide il bordo di un labirinto in stile tarenese rosso e blu sovrapposto a dei fiori brillanti. Sollevò la testa con grande difficoltà.
All’inizio vide solamente Sevanna, seduta su un grosso cuscino con degli inserti gialli, proprio davanti a lei. Sevanna, con i capelli color oro e gli occhi come smeraldi chiari. La sleale Sevanna, che aveva dato la sua parola di distrarre l’attenzione invadendo Cairhien, e poi non l’aveva mantenuta nel tentativo di liberare al’Thor. Sevanna, che forse l’avrebbe sottratta alle grinfie di Therava.
Galina cercò di mettersi in ginocchio e per la prima volta si accorse che nella tenda vi erano altre persone. Therava era seduta su un cuscino alla destra di Sevanna, davanti a una lunga fila di Sapienti, quattordici donne in grado di incanalare, anche se Micara, ancora con il suo scudo, stava in piedi in fondo alla fila. La metà di loro le aveva intraviste fra le Sapienti, che l’avevano presa con quell’umiliante facilità. Non sarebbe mai più stata tanto imprudente con le Sapienti, mai più. Alle loro spalle vide donne e uomini, bassi e pallidi vestiti di bianco, che andavano avanti e indietro senza dire una parola, porgendo vassoi d’oro o d’argento con delle tazzine, mentre altri facevano lo stesso dall’altro lato della tenda, dove una donna con i capelli grigi e la giubba e brache marroni e grigi degli Aiel sedeva alla sinistra di Sevanna, a capo di una fila di dodici uomini Aiel dal volto di pietra. Uomini. E lei indossava solo una sottoveste, strappata in diversi punti. Galina serrò i denti per soffocare un grido e si costrinse a rimanere eretta per evitare la tentazione di nascondersi da qualche parte.
«A quanto pare le Aes Sedai possono mentire» disse Sevanna, e il volto di Galina sbiancò. Quella donna non poteva sapere, era impossibile. «Ti eri impegnata con noi, Galina Casban, ma non hai rispettato la promessa. Credevi di poter uccidere una Sapiente e poi sfuggire alle nostre lance?»
Per un momento il sollievo congelò la lingua di Galina. Sevanna non sapeva dell’Ajah Nera. Se non avesse abbandonato la Luce da molti anni, l’avrebbe ringraziata. Il sollievo e una vaga indignazione le gelarono la lingua. Avevano attaccato le Aes Sedai e adesso erano arrabbiate perché alcune delle loro Sapienti erano morte? Poteva solo essere leggermente indignata. Dopo tutto cos’era quella piccola manipolazione dei fatti di Sevanna, a confronto di tutti quei giorni di violenze e sguardi di Therava? Davanti a questo pensiero assurdo, si mise a ridere. Aveva la gola molto secca.