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La corona di spade

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La corona di spade
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«Sii grata che alcune di voi sono ancora vive» rispose quando smise di ridere. «Sei ancora in tempo per correggere il tuo errore, Sevanna.» Con un grosso sforzo, Galina represse quell’effimero piacere prima che si trasformasse in lacrime. Solo un attimo prima. «Quando ritornerò alla Torre Bianca, mi ricorderò di chi mi ha aiutata, anche in questo momento.» Avrebbe voluto aggiungere: «E di quelle che non lo hanno fatto» ma lo sguardo fisso di Therava la spaventò. Per quanto la riguardava, a Therava poteva essere permesso fare di lei quel che voleva. Doveva esserci un modo per indurre Sevanna a... prenderla con sé. Era un pensiero sgradevole, ma qualsiasi cosa sarebbe stata meglio di Therava. Sevanna era ambiziosa e avida. Mentre guardava torva Galina, lo sguardo le era caduto sulla propria mano e aveva sorriso nel vedere l’anello con i grossi smeraldi e granati. Aveva anelli su quasi tutte le dita, e collane di perle, rubini e diamanti che le coprivano il seno, degni di una regina. Non poteva fidarsi di Sevanna, ma forse sarebbe riuscita a comprarla. Therva invece era una forza della natura. Tanto valeva cercare di comprare un’inondazione o una valanga. «Sono certa che farai ciò che è giusto, Sevanna» concluse Galina. «La ricompensa nel mostrare amicizia per la Torre Bianca è sempre grande.»

Il silenzio si protrasse a lungo, interrotto soltanto dai mormorii degli uomini e donne vestiti di bianco che giravano con i loro vassoi. Poi...

«Tu sei da’tsang» disse Sevanna. Galina batté le palpebre. Lei era una ‘disprezzata’? Di sicuro avevano mostrato apertamente il loro disprezzo, ma perché? «Tu sei da’tsang» intonò una Sapiente dal viso rotondo che lei non conosceva, e una donna ancora più alta di Therava ripeté: «Tu sei da’tsang.»

Il volto da falco di Therava pareva scolpito nel legno, eppure i suoi occhi, fissi su Galina, brillavano accusatori. Galina si sentì inchiodata all’istante, incapace di muovere un muscolo. Un uccello ipnotizzato che guardava un serpente in avvicinamento. Nessuno l’aveva mai fatta sentire a quel modo. Nessuno.

«Hanno parlato tre Sapienti.» Il sorriso soddisfatto di Sevanna era quasi cordiale. Il volto di Therava inflessibile. Alla donna non piaceva quanto era appena accaduto. Era successo ‘qualcosa’, anche se Galina non sapeva cosa, che forse l’aveva liberata dal controllo di Therava. Per il momento sarebbe stato più che sufficiente.

Quando le Fanciulle tagliarono le corde che le legavano le braccia e le fecero indossare alcuni indumenti di lana nera, Galina ne fu talmente felice da disinteressarsi del fatto che prima le tolsero la sottoveste che aveva addosso, davanti a quegli uomini dallo sguardo freddissimo. La lana pesante era calda e le pizzicava sulla pelle, sui graffi e sui lividi, ma lei l’accolse con gioia, come fosse seta. Nonostante Micara, che ancora manteneva lo schermo, avrebbe riso, mentre le Fanciulle la portavano fuori dalla tenda. Non ci mise molto a perdere quel desiderio. Non ci mise molto a cominciare a chiedersi se implorare in ginocchio davanti a Sevanna sarebbe servito a qualcosa. L’avrebbe anche fatto, se fosse riuscita a vedere quella donna da sola, ma Micara chiarì che non sarebbe andata da nessuna parte, a meno che non le fosse stato ordinato, e non avrebbe detto una parola a meno che non fosse stata interrogata.

Sevanna, a braccia conserte, restò a osservare l’Aes Sedai, la da’tsang, barcollare per il pendio della montagna e fermarsi vicino a una Fanciulla accovacciata con una verga in mano, e la vide lasciar cadere la pietra a forma di testa che teneva fra le mani. Il cappuccio nero sì rivolse per un momento verso Sevanna, ma la da’tsang si piegò per raccogliere un’altra grossa pietra, e si voltò per ritornare nel punto in cui Micara l’aspettava con un’altra Fanciulla. In quel punto lasciò cadere la pietra, ne raccolse un’altra e rimase con lo sguardo rivolto verso il basso. I da’tsang venivano sempre umiliati con lavori inutili, a meno che non ci fosse bisogno di impiegarli in attività proficue; a quella donna non sarebbe stato permesso nemmeno di portare un bicchiere d’acqua, ma lavorare senza alcuno scopo avrebbe riempito le sue giornate, fino a quando non fosse esplosa per l’umiliazione. Il sole doveva ancora raggiungere il punto più alto, e davanti a loro c’erano ancora molti giorni.

«Non credevo che si sarebbe condannata da sola» disse Rhiale alle spalle di Sevanna. «Efalin e le altre sono tutte sicure che abbia confessato di aver ucciso Desaine.»

«È mia, Sevanna.» Therva indurì la mascella. L’avrebbe presa, ma i da’tsang non appartenevano a nessuno. «Intendo metterle addosso un abito da gai’shain di seta» mormorò. «A che serve tutto questo, Sevanna? Mi aspettavo di dover discutere sull’utilità di tagliarle o meno la gola, non questo.»

Rhiale scosse il capo lanciando uno sguardo obliquo a Sevanna. «Sevanna la vuole umiliare. Abbiamo parlato a lungo su cosa fare con le Aes Sedai catturate, Sevanna vuole un’Aes Sedai domata che indossi il bianco e la serva, ma un’Aes Sedai in nero andrà altrettanto bene.»

Sevanna sistemò lo scialle, irritata dal tono di voce di quella donna. Non era derisorio, ma ben consapevole del fatto che volesse usare la capacità di incanalare di un’Aes Sedai, visto che per lei non era possibile. Le Sapienti furono superate da due gai’shain che trasportavano una grossa cesta con fermi di bronzo. Bassi e dai volti pallidi, erano marito e moglie un tempo e lord e lady nel mondo degli assassini dell’albero. I due inchinarono il capo più remissivi di quanto un Aiel in bianco avrebbe mai fatto; i loro occhi scuri erano pieni di paura per qualche rimprovero o qualche vergata. Gli abitanti delle terre bagnate potevano essere domati come cavalli.

«Quella donna è già domata» borbottò Therava. «L’ho guardata negli occhi. È un uccello che batte le ali nelle mani del suo predatore, e che ha paura di volare.»

«In nove giorni?» chiese incredula Rhiale, e Sevanna scosse il capo con vigore.

«È un’Aes Sedai, Therava. Hai visto il suo volto impallidire per la furia quando l’ho accusata. Hai sentito come rideva quando parlava di uccidere le Sapienti?» Sevanna, contrariata, emise un grido rabbioso. «E l’hai anche sentita minacciarci.» Quella donna era stata viscida come gli assassini dell’albero, parlando di ricompense e lasciando che la minaccia delle punizioni trasparisse dalle sue parole. Ma in fondo cos’altro poteva aspettarsi da un’Aes Sedai? «Ci vorrà molto tempo per spezzarla, ma quest’Aes Sedai implorerà di obbedire, anche se ci volessero anni.» Una volta che vi fosse riuscita... Le Aes Sedai non potevano mentire; si era aspettata che Galina avrebbe rinnegato quell’accusa. Una volta che avesse giurato di obbedire...

«Se vuoi che un’Aes Sedai ti obbedisca,» le disse una voce maschile alle sue spalle «forse questo potrebbe esserti d’aiuto.»

Sevanna si voltò incredula, e vide Caddar in piedi alle sue spalle, con al fianco quella donna, l’Aes Sedai, Maisia, entrambi vestiti in seta scura e merletti raffinati, come erano apparsi sei giorni prima. Entrambi avevano un grosso sacco che pendeva loro dalle spalle. Caddar le passò una verga bianca e liscia, lunga circa trenta centimetri.

«Come hai fatto ad arrivare qui?» chiese Sevanna, quindi strinse le labbra per la rabbia. Ovviamente era arrivato con lo stesso metodo delle altre volte, era solo sorpresa nel vederlo apparire proprio in mezzo all’accampamento. Gli strappò di mano la verga bianca e, come sempre, lui fece qualche passo indietro per allontanarsi. «Perché sei venuto?» si corresse Sevanna. «Che cos’è questa?» Leggermente più sottile del suo polso, quella verga era liscia, tranne alcuni strani simboli incisi su una delle due estremità. Non emanava la stessa sensazione dell’avorio, ma nemmeno del vetro. Era fredda al tatto.

«Chiamalo pure Bastone dei Giuramenti» le rispose Caddar, mostrandole i denti in quello che senza dubbio per lui doveva essere un sorriso. «L’ho trovato solo ieri e ho immediatamente pensato a te.»

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