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La corona di spade

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La corona di spade
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I Seanchan non erano il solo motivo per cui la gente scappava. Dall’altro lato della strada era visibile un centinaio di uomini a cavallo con lunghe lance appuntite fra le mani. Indossavano brache bianche a sbuffo e giubbe verdi, i cordoni dorati sull’elmetto dell’ufficiale risplendevano al sole. Gridando all’unisono, quel centinaio di soldati di Tylin si scaraventò contro gli invasori della città. Superavano i Seanchan almeno del doppio.

«Maledetti stupidi» mormorò Mat. «Non in quel modo. La sul’dam vi...»

Il solo movimento fra i Seanchan fu quello della donna in abito blu con i riquadri dei fulmini, che sollevò una mano a indicare qualcosa, come se stesse rilasciando un falco da caccia o un segugio. La donna bionda dall’altro lato del guinzaglio fece un passo avanti. Il medaglione d’argento con la testa di volpe divenne gelido contro il petto di Mat.

La strada ribollì davanti alla carica degli Ebou Daresi, cavalli e uomini volarono in aria con un boato assordante. Il rimbombo fece cadere Mat in terra, o forse era il terreno dissestato. Si rialzò in tempo per vedere la parte anteriore di una locanda dall’altro lato della strada collassare in una nuvola di polvere, lasciando intravedere la struttura interna.

Ovunque vi erano corpi o parti di uomini e cavalli, quelli vivi erano in preda alle convulsioni vicino a una voragine apertasi nella strada. Le grida dei feriti riempivano l’aria. Meno della metà degli Ebou Daresi era ancora in piedi, barcollante, stupita e confusa. Alcuni avevano afferrato le redini di cavalli imbizzarriti cercando di rimontare in sella, spronando gli animali in qualcosa di simile al galoppo. Altri correvano. Tutti nella direzione opposta ai Seanchan. L’acciaio avrebbero potuto affrontarlo, questa situazione no.

Mat si rese conto che in quel momento correre era davvero un’ottima idea. Lanciò un’occhiata verso il fondo del vicolo e vide polvere e macerie accatastati quasi fino a raggiungere il primo piano delle abitazioni. Si lanciò nella strada dove correvano gli Ebou Daresi, mantenendosi il più vicino possibile alle mura, sperando che nessuno dei soldati Seanchan lo scambiasse per un membro dell’esercito di Tylin. Non avrebbe mai dovuto indossare una giubba verde.

Era evidente che la sul’dam non fosse soddisfatta. Il medaglione con la testa di volpe divenne di nuovo freddo e alle sue spalle sentì un nuovo boato che lo fece cadere a terra, con il pavimento che saltava in aria proprio dietro di lui. Sebbene udisse delle campanelle risuonargli nelle orecchie, ebbe la percezione delle mura pericolanti e vide che l’intonaco bianco e i mattoni cominciavano a cedere verso di lui.

«Che cosa è successo alla mia maledetta fortuna?» gridò. Ebbe il tempo di porsi quella domanda e anche di accorgersi, proprio mentre l’intonaco e i mattoni crollavano verso di lui, che i dadi avevano smesso di rotolare.

40

Lance

Galina Casban era circondata dalle montagne con le cime innevate, ma lei non prestava attenzione a nulla di tutto ciò. La pietra del pendio le feriva i piedi nudi e ansimava, per via dei polmoni affaticati dall’altitudine. Il sole era cocente, ormai da innumerevoli giorni, e lei continuava a sudare. Qualsiasi altra cosa che non fosse mettere un piede davanti all’altro, le sembrava impossibile. Grondava sudore, ma aveva la bocca secca.

Era stata Aes Sedai per meno di novant’anni, i lunghi capelli neri ancora non erano sfiorati dal grigio, ma per almeno venti di quei novanta anni era stata a capo dell’Ajah Rossa. Le altre Sorelle Rosse la chiamavano Altissima in privato e la consideravano allo stesso livello dell’Amyrlin Seat, e per tutti gli anni, tranne i primi cinque durante i quali aveva indossato lo scialle, era appartenuta all’Ajah Nera. Aveva doveri superiori oltre a quelli nei confronti dell’Ajah Rossa. La sua posizione nel Consiglio Supremo dell’Ajah Nera era prossima a quella di Alviarin, e lei era una delle tre che conosceva il nome della donna che presiedeva i loro incontri incappucciati. Durante quegli incontri poteva fare qualsiasi nome, anche quello di un re, consapevole che quel nome sarebbe appartenuto a un cadavere. Era successo, sia con i re che con le regine. Aveva aiutato a spezzare due Amyrlin; per due volte aveva aiutato a far diventare la donna più potente del mondo una povera sgualdrina urlante, impaziente di rivelare tutto ciò che sapeva, aveva dato il suo contributo per far sembrare che una delle due fosse morta durante il sonno e l’altra deposta e quietata. Queste cose erano un dovere, come il bisogno di sterminare gli uomini che potevano incanalare, non azioni che le provocavano piacere se non quello di un compito portato a termine, ma aveva goduto nel guidare il circolo che aveva quietato Siuan Sanche. Tutte queste cose significavano che Galina Casban era fra le donne più influenti del mondo, le più potenti. Non c’erano dubbi.

Le gambe le tremavano come molle che avevano perso elasticità e cadeva pesantemente in terra, incapace di sostenersi con le braccia legate dietro la schiena. La sottoveste lacera, di seta bianca, il solo indumento rimastole, si strappò in un altro punto mentre scivolava su quei sassi, graffiandole le ferite vecchie. Fu un albero a fermarla e, con il volto schiacciato in terra, cominciò a piangere. «Come?» si lamentò. «Com’è possibile che tutto ciò stia succedendo a me?» e dopo qualche momento si accorse che nessuno l’aveva fatta rialzare. Non importava quante volte cadesse, prima di quel momento non le era mai stato concesso un attimo di respiro. Sbattendo le palpebre, si pulì gli occhi e sollevò il capo.

Il fianco della montagna era disseminato da donne Aiel, diverse centinaia con le lance sparse fra gli alberi inariditi, e i veli che avrebbero potuto sollevare sul viso in un istante pendevano davanti ai loro petti. Adesso Galina avrebbe riso. Fanciulle. Quelle donne mostruose le chiamavano Fanciulle. Le sarebbe piaciuto avere la forza di ridere. Almeno non vi erano uomini presenti, era un piccolo dono. Gli uomini le davano i brividi e se uno l’avesse vista in quelle condizioni, mezza nuda...

Con lo sguardo cercò ansiosa Therava, ma la maggior parte delle settanta Sapienti stavano tutte insieme e guardavano lontano, lungo il pendio. Sembrava che davanti a loro provenisse un mormorio di voci. Forse le Sapienti stavano decidendo qualcosa. Sapienti. Erano state brutalmente efficienti nell’insegnarle i loro nomi esatti. Mai donna Aiel e mai selvatiche. Riuscivano a fiutare il disgusto, per quanto lei lo nascondesse. Era vero, non si poteva cercare di nascondere ciò che era stato bruciato. La maggior parte delle Sapienti guardava altrove. Il bagliore di saidar circondava una graziosa ragazza con i capelli rossi e una bocca dal profilo delicato che guardava Galina piena di rabbia, con i vigili occhi azzurri. Forse era segno del loro disprezzo aver scelto la più debole fra loro per schermarla. Micara era abbastanza forte nel Potere, tutte lo erano, ma anche scottata dalle spalle alle ginocchia, Galina avrebbe potuto spezzare facilmente quello schermo. Un muscolo sulla guancia si mosse in uno spasmo incontrollato. Le succedeva sempre quando pensava a un tentativo di fuga. Il primo era stato terribile. Il secondo... Tremò lottando contro il bisogno di piangere di nuovo. Non avrebbe tentato di nuovo se non fosse stata sicura di un completo successo. Molto sicura. Assolutamente sicura.

La massa di Sapienti si divise, voltandosi a seguire Therava con lo sguardo, mentre la donna dal volto di falco si dirigeva verso Galina, che si ritrovò ad ansimare per l’apprensione, e cercò di alzarsi. Con le mani legate e i muscoli a pezzi, era riuscita solo a mettersi in ginocchio quando Therava si piegò sopra di lei, con tutte le collane d’oro e d’avorio che tintinnarono. Therava l’afferrò per i capelli e la costrinse ad alzare lo sguardo. Era più alta della maggioranza degli uomini e si comportava in quel modo anche quando era in piedi, tirandole dolorosamente indietro la testa per farsi guardare negli occhi. Therava era più forte di lei nel Potere, evento non usuale, ma non era quello a far tremare Galina. Gli occhi freddi della donna fissarono i suoi, e la dominavano maggiormente delle mani rozze di Therava; sembravano denudarle l’anima con la stessa facilità con cui la maneggiavano. Galina non aveva ancora implorato, non quando l’avevano costretta a camminare un giorno intero senza bere una goccia d’acqua, non quando l’avevano obbligata a mantenere il passo quando correvano per ore, e nemmeno quando le frustate l’avevano fatta urlare. Il volto crudele di Therava, che la fissava impassibile, le faceva venire voglia di implorare. Talvolta si svegliava nel cuore della notte, legata mani e piedi a quattro paletti, piangendo per aver sognato di trascorrere tutta la vita sotto alle mani di Therava.

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