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La corona di spade

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La corona di spade
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Con sua sorpresa, Aviendha rispose: «Lo faremo, lo prometto.» Toccò l’elsa del pugnale. Era evidente, non aveva capito che anche lei faceva parte di quel gruppo.

Nynaeve ed Elayne invece capirono. Nynaeve cercò di fulminarlo con uno sguardo torvo; Mat si aspettava di vederla tirare la treccia, ma stranamente fece solo il gesto di afferrarla, prima di riportare la mano lungo i fianchi. Elayne sollevò il mento, lo sguardo gelido. Niente fossette, stavolta.

Anche Lan e Birgitte avevano capito.

«Nynaeve è la mia vita» rispose semplicemente Lan, mettendole una mano sulla spalla. Stranamente, Nynaeve sembrò rattristarsi, poi serrò di colpo la mandibola, furiosa.

Birgitte rivolse a Elayne uno sguardo affettuoso, ma poi si rivolse a Mat. «Lo farò» rispose. «Verità d’onore.»

Mat, a disagio, si toccò la giubba. Non era ancora sicuro di quanto le avesse confidato da ubriaco. Luce, quella donna assorbiva il vino come la sabbia asciutta. Anche così, rispose in maniera consona per un lord del Barashandan, enfatizzando la sua promessa. «L’onore del sangue, la verità del sangue.» Birgitte annuì. E, a giudicare dagli sguardi stupiti di Nynaeve ed Elayne, Birgitte manteneva ancora il suo segreto. Luce, se una qualsiasi delle Aes Sedai fosse venuta a conoscenza di quei fatti, allora avrebbe saputo che aveva anche suonato il Corno di Valere; medaglione o meno, l’avrebbero spremuto fino a quando non avesse confessato tutto.

Mentre Mat si girò per allontanarsi, ma Nynaeve lo prese per una manica. «Ricordati l’uragano, Mat. Presto esploderà, lo so. Prenditi cura di te stesso, Mat Cauthon. Mi hai sentita? Tylin sa come raggiungere la fattoria, chiedi a lei quando trovi Olver.»

Mat annuì e se ne andò, con i dadi che facevano eco ai suoi passi. Avrebbe dovuto prestare attenzione durante questa ricerca o mentre prendeva indicazioni da Tylin? Nynaeve e il suo ascoltare il vento. Credeva che un po’ di pioggia l’avrebbero fatto ammalare? A pensarci bene, una volta usata la Scodella dei Venti, avrebbe ripreso a piovere. Sembrava fossero trascorsi anni dall’ultima pioggia. Qualcosa gli sfiorò i pensieri, qualcosa riguardo al tempo ed Elayne, senza che avesse molto senso, ma poi si liberò di quel pensiero. Una cosa alla volta. Adesso doveva occuparsi di Olver.

Gli uomini aspettavano nella lunga sala delle Braccia Rosse vicino alle stalle, tutti in piedi tranne Vanin, sdraiato con le mani incrociate. Vanin sosteneva che un uomo doveva riposarsi ogni volta che poteva. Quando vide Mat, si mise a sedere. Anche lui voleva molto bene a Olver. Mat aveva solo paura che l’uomo gli avrebbe insegnato a rubare i cavalli e cacciare i fagiani di frodo. Sette paia di occhi si concentrarono attentamente su Mat.

«Riselle ha detto che Olver indossa la giubba rossa» disse. «Talvolta le regala, ma se doveste vedere un monellaccio con una nuova giubba rossa, con ogni probabilità avrete trovato Olver. Ognuno di voi cercherà in una direzione diversa. Iniziate a perlustrare partendo da Mol Hara e cercate di fare ritorno entro un’ora. Aspettate che siano tornati tutti prima di partire di nuovo. In questo modo, se qualcuno dovesse trovarlo, il resto di noi non continuerà le ricerche fino a domani. Tutto chiaro?» Gli uomini annuirono.

Talvolta Mat rimaneva stupito.

Il dinoccolato Thom, capelli bianchi e baffi lunghi, era stato l’amante di una regina, di sicuro molto più per volere di lei, per non dire che alla fine era stato più di un amante. Se si poteva credere alla metà delle cose che raccontava. Harnan, dalla mascella squadrata, con vari tatuaggi, compreso uno sulla guancia, era sempre stato un soldato. Juilin, con il suo bastone di bambù e lo spezzaspade al fianco, si riteneva allo stesso livello di un qualsiasi lord, anche se la sola idea di avere una spada lo metteva a disagio. Il grasso Vanin, al cui confronto Juilin sembrava un leccapiedi. Il magro Fergin e Gorderan, con le spalle larghe quasi quanto quelle di Perrin. Metwyn, con il volto pallido dei Cairhienesi che ricordava ancora quello di un ragazzo, anche se era molto più anziano di Mat. Alcuni lo seguivano perché pensavano fosse fortunato, perché forse la sua fortuna li avrebbe mantenuti in vita quando non sarebbe bastata la spada, e per altri motivi a lui sconosciuti, ma tutti lo seguivano fedelmente. Nemmeno Thom aveva mai protestato contro uno dei suoi ordini. Forse con Renaile si era trattato di qualcosa di più della fortuna. Forse essere ta’veren significava trovarsi sempre nel bel mezzo di qualche guaio. A un tratto Mat si sentì... responsabile... per questi uomini. Era una sensazione che lo metteva a disagio. Mat Cauthon e le responsabilità non viaggiavano di pari passo. Era innaturale.

«Siate cauti e guardate con attenzione» disse loro. «Sapete cosa si nasconde là fuori. C’è un uragano in arrivo.» Perché l’aveva detto? «Avanti. Stiamo sprecando le ore di luce.»

Il vento era ancora forte e faceva volare la polvere sulla piazza di Mol Hara, con le statue di regine morte da molti anni disposte intorno alla fontana, ma ancora non vi erano segni di uragano in arrivo. Nariene era stata famosa per la sua onestà, ma non abbastanza per non essere ritratta a seno nudo. Il sole pomeridiano era alto in un cielo senza nuvole, ma la gente correva nella piazza come aveva fatto durante il fresco mattino. Vento o no, il lastricato sotto ai piedi bruciava come fosse una graticola. Mat lanciò un’occhiata verso la Donna Errante, quindi si diresse verso il fiume. Olver non era mai uscito con i monelli di strada tanto spesso come quando stavano alla locanda. Gli piaceva troppo fare lo stupido con le cameriere di Setalle Anan e le sue figlie. Grazie ai dadi, aveva capito che era meglio stare a palazzo. Qualsiasi cosa avesse fatto da quando se n’era andato — qualsiasi cosa voleva fare, si corresse pensando a Tylin e i suoi occhi e alle sue mani — poteva essere fatta altrettanto bene anche da qui. Adesso i dadi vorticavano e lui desiderò che scomparissero.

Cercava di muoversi in fretta, schivando impazientemente i carri traballanti e i calessi, imprecando contro le portantine laccate e le carrozze che quasi lo travolgevano, lo sguardo attento alla ricerca di una giubba rossa, ma la confusione per strada lo costringeva a rallentare. Tutto sommato era un bene. Non aveva senso correre rischiando di non vedere il ragazzino. Pensò che forse sarebbe stato meglio portare Pips con sé facendolo uscire dalle stalle del palazzo, e poi guardò torvo la gente che gli passava a fianco. Un uomo a cavallo non sarebbe riuscito a muoversi più velocemente, ma dalla sella si riusciva a vedere in lontananza. Sarebbe stato difficile fare domande: erano in pochi a cavalcare in città e alcuni evitavano chiunque si trovasse in groppa a un cavallo.

Sempre la stessa domanda. La prima volta che l’aveva formulata era stato davanti a un ponte proprio sotto Mol Hara, rivolgendosi a un tizio che vendeva mele cotte nel miele da un vassoio appeso al collo. «Hai visto un ragazzino, alto circa così, con una giubba rossa?» A Olver piacevano i dolci.

«Un ragazzo, mio signore?» chiese il tizio, succhiando aria dai pochi denti rimasti. «Ne vedo a migliaia. Non mi ricordo nessuna giubba. Il mio signore gradirebbe una mela o due?» Ne prese due con le dita ossute è le porse a Mat: da come si schiacciarono, capì che erano più morbide di quanto si potesse ottenere da qualsiasi cottura. «Il mio signore ha sentito parlare del tumulto?»

«No» rispose Mat amareggiato e proseguì. Alla fine del ponte fermò una donna robusta che vendeva nastri. Olver era affascinato dai nastri, le sottovesti rosse spuntavano da sotto al vestito, cucite alte quasi fino al fianco sinistro, e la profondità della scollatura rivelava un seno simile a quello di Riselle. «Hai visto un ragazzino...»

Sentì parlare del tumulto anche da lei, nonché dalla metà della gente interpellata. Sospettava che quella voce fosse iniziata con gli eventi accaduti in una certa casa nel Rahad proprio quella mattina. La conducente di un carro con una lunga frusta intorno al collo gli aveva detto addirittura che il tumulto era iniziato sull’altra riva del fiume, dopo avergli spiegato che non notava mai i ragazzi a meno che non le corressero sotto ai muli. Un uomo con il volto squadrato che vendeva favi di ape — dall’aspetto incredibilmente secco — aveva detto che il tumulto era scoppiato vicino al faro, in fondo alla via della baia, dalla parte orientale dell’imbocco. Una delle donne più carine che avesse mai visto, in piedi davanti a una taverna — Maylin era una cameriera de La vecchia pecora, ma aveva il solo incarico di stare in piedi sulla soglia per attirare clienti, cosa che otteneva con successo — gli raccontò che c’era stata una battaglia quella mattina, sulle colline di Cordese a occidente della città, almeno così le sembrava. O forse sulle colline di Rhannoh, oltre la baia. O forse... Molto carina, Maylin, ma non molto sveglia. Olver l’avrebbe guardata per ore, fintanto che non avesse aperto bocca, ma lei non ricordava di aver visto un ragazzo con una... Qual era il colore della giubba? Mat aveva sentito parlare di rivolte e battaglie, sentì parlare di cose strane che volavano in cielo o che correvano sulle colline, tante da popolare la Macchia. Sentì dire che il Drago Rinato stava per scendere sulla città con mille uomini che potevano incanalare, che stavano arrivando gli Aiel, un esercito di Aes Sedai — no, era un esercito di Manti Bianchi; Pedron Niall era morto e i Figli intendevano vendicarlo, anche se non era ben chiaro perché proprio a Ebou Dar. Sembrava che la città fosse in preda al panico per tutte queste storie, ma anche coloro che raccontavano gli eventi vi credevano solo in parte. Per cui Mat sentì ogni sorta di storia incredibile, ma non una parola su un ragazzo con la giubba rossa.

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