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La corona di spade

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La corona di spade
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«Moglie!» gridò. «C’è un dislivello!»

Gli Occhi Neri passarono attraverso il buco, velati e con le lance pronte, poi seguirono le Fanciulle. Tanto valeva provare a bere la sabbia piuttosto che cercare di evitare che le Fanciulle fossero sempre fra le prime a fare qualcosa. Seguirono i restanti Moshaine, sempre correndo, gli algai’d’siswai, le mogli e i figli, tutti che saltavano quella lunghezza, gli artigiani, i commercianti e i gai’shain, la maggior parte trascinava i cavalli da soma sovraccarichi e i muli, quasi seimila in totale. La sua setta, la sua gente. Lo sarebbero stati di nuovo, una volta che si fosse recato nel Rhuidean. Sevanna non poteva evitare ancora a lungo che lui diventasse capoclan.

Gli esploratori presero tutte le direzioni, mentre la setta ancora usciva dal buco. Maeric abbassò il velo e cominciò a lanciare ordini, mandando una fitta cortina di algai’d’siswai verso le creste delle colline circostanti, mentre tutti gli altri erano rimasti nascosti nella valle. Non era possibile sapere chi o cosa si nascondesse oltre quelle colline. Gli abitanti delle terre bagnate sostenevano che fossero terre ricche, ma a lui questa parte non lo sembrava affatto.

La corsa della sua setta divenne un’inondazione di algai’d’siswai di cui non si fidava del tutto, uomini fuggiti dal proprio clan perché non credevano che Rand al’Thor fosse il vero Car’a’carn. Maeric stesso non sapeva bene a cosa credere, ma un uomo non abbandona mai setta e clan. Questi uomini si definivano Mera’din, i senza fratelli, un nome appropriato e lui ne aveva duecen...

Il buco si trasformò d’un tratto in una linea verticale color argento che divise in due i senza fratelli. Parti dei loro corpi, braccia e gambe, ricaddero sul pendio. Il tronco di un uomo ricadde quasi davanti ai piedi di Maeric.

Mentre stava fissando l’area in cui si era materializzato il buco, fece di nuovo pressione sul punto rosso della scatola. Sapeva che era inutile, ma... Darin, il figlio più grande, era uno dei Cani di Pietra che aspettavano nella retroguardia. Sarebbero stati gli ultimi a passare. Suraile, la figlia più grande, era rimasta con il Cane di Pietra, per il quale stava considerando di rinunciare alla lancia.

Maeric guardò Dyrele negli occhi verdi e meravigliosi, come il giorno che aveva deposto la corona di fiori nuziale ai suoi piedi. Minacciandolo di tagliargli la gola se non l’avesse accettata. «Non possiamo aspettare» disse sottovoce Maeric. «L’abitante delle terre bagnate ha detto tre giorni, ma forse si sbaglia.» Fece di nuovo pressione sul punto rosso. Dyrele annuì con calma; sperava che non avrebbero pianto uno nelle braccia dell’altra, una volta rimasti soli.

Dal pendio discese una Fanciulla che, affannata, si abbassò velocemente il velo. «Maeric» disse Naeise, senza aspettare che si voltasse. «Ho visto delle lance a est, a solo pochi chilometri da qui, che correvano dritte verso di noi. Credo che siano dei Reyn. Almeno sette od ottomila.» Maeric vide altri algai’d’siswai correre verso di lui. Un giovane Fratello dell’Aquila, Cairdin, si fermò bruscamente e iniziò a parlare non appena Maeric lo vide. «Ti vedo, Maeric. Ho visto delle lance a meno di otto chilometri a nord e anche dei cavalli degli abitanti delle terre bagnate. Forse diecimila per ogni gruppo. Non credo che qualcuno di noi abbia oltrepassato là cresta, ma alcune delle lance si sono voltate nella nostra direzione.»

Maeric già lo sapeva, prima ancora che il brizzolato Cercatore d’Acqua di nome Laerad aprisse bocca. «Lance in arrivo da una collina a circa cinque-sei chilometri da qui, a sud. Ottomila o forse più. Alcuni di loro hanno visto uno dei miei.» Laerad era parco nel parlare e non avrebbe mai detto se uno dei suoi era stato avvistato, poteva essere uno qualsiasi dei ragazzi e Maeric sapeva che non c’era tempo da sprecare con parole inutili. «Hamal!» gridò. Non aveva tempo di usare le formalità con il fabbro.

Il grosso uomo aveva capito che c’era qualcosa che non andava; risalì il pendio, muovendosi più in fretta di quando aveva preso in mano il martello. Maeric gli consegnò il cubo di pietra. «Devi premere il punto rosso e continuare a premerlo, qualsiasi cosa succeda, indipendentemente da quanto ci vorrà per far riaprire il buco. E la sola via d’uscita che abbiamo.» Hamal annuì, ma Maeric non attese che l’uomo rispondesse affermativamente. Hamal avrebbe capito. Maeric toccò la guancia di Dyrele senza curarsi di quante persone lo guardassero. «Ombra del mio cuore, devi prepararti all’eventualità di dover indossare il bianco.» La mano della donna si diresse verso il pugnale che aveva dietro la cintura — era stata una Fanciulla prima di deporre la corona di fiori nuziale ai suoi piedi — ma Maeric scosse il capo. «Devi vivere, moglie, padrona di casa, per tenere insieme ciò che rimane.» La donna annuì premendo una mano sulla guancia del marito. Maeric era stupefatto. In pubblico, Dyrele era sempre stata molto riservata.

Maeric sollevò il proprio velo e alzò una lancia sopra la testa. «Moshaine!» gridò. «Oggi danzeremo!»

Gli altri lo seguirono per il pendio, uomini e Fanciulle, circa mille unità contando anche i senza fratelli. Forse potevano essere suddivisi in gruppi di sette. Su per il pendio e verso occidente; era la direzione dove si trovavano i nemici più vicini, in gruppi sparuti. Forse avrebbero guadagnato abbastanza tempo, anche se non ci credeva davvero. Si chiese se Sevanna fosse al corrente di tutto questo. Il mondo era diventato molto strano da quando era arrivato Rand al’Thor. Alcune cose non potevano cambiare, e ridendo si mise a cantare.

Lava le lance mentre sorge il sole.

Lava le lance, mentre il sole tramonta.

Lava le lance. Chi ha paura di morire?

Lava le lance, nessuno che conosca!

I Moshaine andarono incontro alla morte cantando.

Graendal guardò il passaggio chiudersi alle spalle dell’ultimo Shaido Jumai con espressione corrucciata. I Jumai con un gran numero di Sapienti. A differenza delle altre, Sammael non si era solo limitato a legare questa tessitura affinché prima o poi si dissolvesse. O meglio, dedusse che l’aveva mantenuta aperta fino a quando non erano tutti passati. La chiusura, proprio dopo che il piede dell’ultimo uomo vestito di marrone e grigio fosse passato, era stata troppo casuale. Sammael rise e lasciò cadere in terra la sacca, che conteneva ancora alcune di quelle inutili scatole di pietra. Graendal aveva gettato la sua, ormai vuota, da parecchio tempo. Il sole era basso dietro le montagne a occidente, una semisfera rossa.

«Uno di questi giorni» osservò secca la donna, «esagererai con la tua furbizia a tuo danno. Una scatola per ‘sciocchi’ Sammael? E se uno di loro avesse capito?»

«Nessuno lo ha fatto» rispose semplicemente l’uomo, continuando a sfregarsi le mani e fissando il punto dove si era aperto il passaggio. O forse qualcosa oltre di esso. Ancora manteneva la Maschera degli specchi, che lo faceva sembrare più alto. Lei, la sua l’aveva lasciata cadere non appena si era chiusa quell’apertura.

«Be’, di sicuro sei riuscito a farli cadere preda del panico.» Erano ancora circondati dalle prove. Alcune tende che non erano state smontate, coperte, pentole, una bambola di pezza, ogni tipo di oggetto giaceva ancora nel punto in cui era caduto. «Dove li hai mandati? Suppongo da qualche parte davanti all’esercito di al’Thor?»

«Alcuni» rispose con fare assente il Reietto. «Un buon numero.» Lo sguardo perso si dissolse all’istante, come anche la sua maschera. La cicatrice che gli attraversava il volto sembrava particolarmente livida. «Abbastanza da creare noie, in particolar modo alle Sapienti che possono incanalare, ma non tanti da scatenare sospetti nei miei confronti. Il resto li ho sparpagliati fra Illian e il Ghealdan. Come e perché? Forse è colpa di al’Thor, per motivi personali, ma io di sicuro non avrei sprecato la maggior parte di quegli uomini se fosse stata opera mia, ti pare?» Sammael rise di nuovo, orgoglioso della propria arguzia.

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