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Crociata spaziale [The High Crusade - it]

Электронная книга - «Crociata spaziale [The High Crusade - it]». Краткое содержание книги:

La favolosa età del Medio Evo si interseca ai viaggi intergalattici in un complesso misterioso e avvincente. Dalle profondità del cosmo, durante l’era delle Crociate, discende, presso una cittadino della Gran Bretagna, una potente astronave, i cui occupanti, esseri mostruosi, sono vinti da un gruppo di Crociati in attesa di partire per liberare il Santo Sepolcro. Essi si impadroniscono del vascello spaziale, e congetturano di usarlo per recarsi in Terra Santa. Per il tradimento di uno dei mostri superstiti che avrebbe dovuto pilotare l’astronave, i Terrestri si trovano proiettati nello spazio e devono conquistare il pianeta di origine dei Galattici. Avventura del tutto nuova che interesserà per lo spirito di abnegazione e per il coraggio di coloro che intensamente la vivono.

Nominato per premio Hugo in 1961.
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«Io me ne vado.» Sir Roger scosse la testa rasa. «A proposito, se io per qualsiasi ragione non ritorno, i miei uomini hanno ordine di uccidere tutti i prigionieri.»

Huruga mi ascoltò fino in fondo, poi con una padronanza ammirevole di se stesso, replicò:

«Andate, allora. Ma, quando sarete tornati, vi attaccheremo. Non ho l’intenzione di venire preso tra l’incudine e il martello, con voi qui a terra e i vostri amici che arrivano dal cielo.»

«Gli ostaggi,» gli ricordò Sir Roger.

«Noi attaccheremo», ripeté Huruga, testardo. «E sarà un attacco condotto interamente con forze di terra… in parte per risparmiare quei prigionieri ed in parte, naturalmente, perché ogni astronave ed ogni veivolo devono levarsi in aria per dare la caccia a quelli che hanno attaccato Sturalax. Ci tratterremo anche dall’usare armi ad alto potenziale esplosivo, per non mettere in pericolo l’incolumità dei prigionieri. Ma…» Il suo dito si abbassò come un pugnale verso il tavolo. «A meno che le vostre armi non siano di gran lunga inferiori a quello che penso, non vi schiacceremo se non altro col numero. Io credo che voi non abbiate neppure carri blindati, ma solo pochi carri leggeri catturati a Ganturath. E ricordatevi che, dopo la battaglia, chi di voi sopravviverà sarà nostro prigioniero. Così, se voi avrete fatto del male ad uno solo dei Wersgorix prigionieri, anche i vostri moriranno, lentamente. E, se voi sarete catturato vivo, Sir Roger de Tourneville, voi li vedrete morire tutti quanti prima di essere ucciso voi stesso.»

Il Barone mi ascoltò mentre traducevo. Le sue labbra risultavano pallidissime sul viso abbronzato.

«Bene, Fratello Parvus,» mi disse con voce alquanto soffocata, «non ha funzionato bene quanto speravo… anche se forse neanche tanto male quanto temevo. Digli che se ci lascerà tornare al campo indenni e limiterà il suo attacco alle forze di terra, evitando l’uso di esplosivi ad alto potenziale, i nostri ostaggi non avranno nulla da temere, eccetto il loro stesso fuoco.»

Poi aggiunse con una smorfia.

«E poi non credo neanche che sarei riuscito a trasformarmi in un macellaio di prigionieri inermi. Ma questo non è necessario tradurglielo.»

Huruga fece solo un gesto imperioso con la testa, un gesto gelido, quando gli trasmisi il messaggio.

Noi due ce ne andammo, montammo in sella con un volteggio e tornammo al campo, tenendo i cavalli al passo per prolungare la tregua, mentre il sole ci scaldava il viso.

«Che sarà successo al castello di Stularax, Milord?», sussurrai.

«Non lo so proprio,» rispose Sir Roger. «Ma oserei dire che i musi azzurri hanno detto il vero… ed io non ci ho creduto!… quando hanno detto che una delle loro granate più potenti avrebbe potuto distruggere un intero accampamento. Così le armi che speravamo di procurarci sono andate distrutte. Spero solo che nell’esplosione non siano periti anche i nostri poveri incursori. Ora non possiamo fare altro che difenderci.»

Sollevò fieramente il campo piumato.

«Però gli Inglesi si sono sempre battuti al meglio quando avevano le spalle al muro.»

CAPITOLO XIII

Così tornammo al campo ed il mio Signore gridò «Alle armi!», come se quella battaglia fosse stata il suo massimo desiderio. Con grande clangore di ferraglia, i nostri uomini raggiunsero i posti di combattimento.

Permettetemi ora di descrivere con maggior completezza la nostra posizione. Ganturath, che era una base di secondaria importanza, non era stata costruita per resistere ai combattimenti più accaniti. La parte più piccola che occupavamo noi consisteva di diversi bassi edifici in muratura disposti a cerchio. All’esterno del cerchio c’erano le postazioni corazzate delle bombarde del fuoco, ma queste, che avevano lo scopo solo di sparare in cielo contro le macchine volanti, ci erano inutili. Il sottosuolo era una vera e propria garenna di stanze e corridoi, e qui vi mettemmo bambini, vecchi, prigionieri e bestiame sotto la custodia di qualche servo armato. Altri anziani non adatti al combattimento, ma ancora sufficientemente in gamba, aspettavano presso il centro degli edifici, pronti a trasportare i feriti, servire la birra ed aiutare in qualsiasi altro modo la truppa combattente.

La truppa era schierata in una lunga linea sul lato di fronte al campo wersgoriano, appena al di qua del bastione di terra eretto durante la notte. I soldati armati di piccole alabarde ed asce erano rafforzati a intervalli da gruppi di arcieri. La cavalleria era pronta ad intervenire sulle due ali e, dietro di essa, c’erano le donne più giovani e gli uomini privi di qualsiasi abilità bellica con le pochissime armi a palla a nostra disposizione. Purtroppo le armi a raggio erano rese inutili dallo schermo di energia.

Attorno a noi brillava il pallido bagliore dello schermo. Dietro di noi sorgeva l’antica foresta e, davanti, l’erba bluastra sorgeva rigogliosa nella valle dove gemevano degli alberi isolati e le nubi si spostavano lentamente sopra le colline lontane. Tutto quel paesaggio aveva l’aspetto incantato e meraviglioso di un paese fatato. Mentre preparavo le bende con i non combattenti di superficie, mi chiesi come mai dovesse regnare l’odio e la morte in un regno così dolce.

Dal campo wersgoriano si levarono in cielo rombando alcune navi volanti che scomparvero subito alla vista. I nostri cannonieri riuscirono ad abbatterne qualcuna prima che si fossero tutte quante allontanate. Un buon numero però rimase al suolo di riserva. Tra di esse c’erano anche delle grosse navi da trasporto. Al momento, però, tutta la mia attenzione era fissa a terra.

I Wersgorix dilagarono verso di noi armati di armi a palla dalle lunghe canne, in squadre ben ordinate. Non avanzarono però a ranghi serrati, bensì sparpagliati il più possibile.

Alcuni dei nostri, vedendo questo, lanciarono un evviva, ma io immaginai che dovesse essere la loro normale tattica di combattimento a terra. Infatti, quando si dispone di armi a fuoco rapido, non si attacca in masse compatte. Si cerca invece di mettere fuori uso le armi nemiche con qualche altro macchinario.

Questi infatti erano presenti, senza dubbio trasportati qui dal bastione centrale di Darova. Di questi carri da guerra privi di cavalli ce n’erano di due tipi. Il tipo più numeroso era leggero e scoperto, fatto di sottile acciaio e conteneva quattro soldati ed un paio di armi a fuoco rapido.

Erano carri rapidissimi e agili, simili a scarafaggi d’acqua su quattro ruote. Quando li vidi correre ululando, sobbalzando a cento miglia all’ora sulle asperità del terreno, capii a cosa servivano: erano infatti così difficili da colpire che la maggior parte di essi avrebbe fatto in tempo a piombare addosso alle bombarde del nemico.

Questi piccoli carri, tuttavia, rimasero indietro per dare copertura alla fanteria wersgoriana. La prima linea vera e propria d’attacco era composta dai veicoli corazzati pesanti. Questi si muovevano lentamente per essere dei veicoli a motore: non andavano infatti più veloci di un cavallo al galoppo, anche per via delle loro dimensioni (erano grandi quanto la casa di un bifolco) e per lo stesso rivestimento d’acciaio che poteva resistere a qualsiasi arma, fatta eccezione per un colpo diretto di una granata. Con le bombarde che spuntavano dalle torrette e il ruggito e la polvere che provocavano sembravano proprio dei draghi.

Ne contai più di venti: massicci, inattaccabili. Venivano avanti sferragliando su cingoli, schierati in una lunga linea. Dove passavano loro, erba e terra venivano schiacciate formando dei solchi profondi.

Qualcuno mi disse che uno dei nostri cannonieri che aveva imparato ad usare il cannone su ruote che lanciava granate esplosive, abbandonò il proprio posto per andare a prendere quell’armata.

Sir Roger stesso, armato ora da capo a piedi, gli andò incontro al galoppo e lo mandò a gambe levate con la lancia.

«Fermo lì!», abbaiò il Barone. «Dove corri, marrano?»

«A sparare, Milord», ansimò il soldato. «Spariamogli contro prima che superino il muro e…»

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