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Crociata spaziale [The High Crusade - it]

Электронная книга - «Crociata spaziale [The High Crusade - it]». Краткое содержание книги:

La favolosa età del Medio Evo si interseca ai viaggi intergalattici in un complesso misterioso e avvincente. Dalle profondità del cosmo, durante l’era delle Crociate, discende, presso una cittadino della Gran Bretagna, una potente astronave, i cui occupanti, esseri mostruosi, sono vinti da un gruppo di Crociati in attesa di partire per liberare il Santo Sepolcro. Essi si impadroniscono del vascello spaziale, e congetturano di usarlo per recarsi in Terra Santa. Per il tradimento di uno dei mostri superstiti che avrebbe dovuto pilotare l’astronave, i Terrestri si trovano proiettati nello spazio e devono conquistare il pianeta di origine dei Galattici. Avventura del tutto nuova che interesserà per lo spirito di abnegazione e per il coraggio di coloro che intensamente la vivono.

Nominato per premio Hugo in 1961.
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Questo sarebbe continuato a valere fintantoché anche noi non avessimo attaccato i wersgoriani che si muovevano allo scoperto. Inoltre, nessun dei due voleva che l’altro volasse in vista dei campi per paura che si compissero missioni di spionaggio o si lasciasse cadere qualche barilotto esplosivo per cui, se si fosse lavata in volo qualche nave, questa sarebbe stata senz’altro abbattuta.

E questo fu tutto. Naturalmente, i musi azzurri sarebbero stati dispostissimi a violare questo accordo se avessero deciso che tornava loro utile, e ci avrebbero senz’altro inflitto dei danni se avessero visto la possibilità di farlo, e naturalmente si aspettavano che anche noi la pensassimo allo stesso modo.

«Loro sono avvantaggiati, Milord», osservai in tono funebre. «Le nostre navi volanti sono tutte qui. Ora noi non possiamo saltare a bordo delle astronavi e volare via perché loro ci salterebbero addosso prima che potessimo eludere gli inseguitori, mentre loro invece dispongono di molte altre navi su questo pianeta che possono levarsi liberamente in volo oltre l’orizzonte per essere pronte ad aggredirci quando verrà il momento.»

«È vero,» ammise Sir Roger, «ma, ciononostante, intravedo dei vantaggi. Questa faccenda di non fare promesse solenni né di aspettarsi di riceverne… sì…»

«Vi sta benissimo», mormorò Lady Catherine.

Sir Roger sbiancò in volto, balzò in piedi, poi si inchinò di fronte ad Huruga e ci guidò fuori dal padiglione.

CAPITOLO XI

Il lungo pomeriggio permise ai nostri di fare considerevoli progressi. Grazie all’aiuto di Branithar che li istruiva o facendo da interprete a quei prigionieri che erano esperti dell’arte in questione, gli Inglesi impararono presto a usare i comandi di diversi congegni.

In breve riuscirono a sollevare le astronavi e gli altri vascelli volanti più piccoli di qualche centimetro da terra, non di più, per non essere colpiti dal nemico se li avesse scorti. Impararono anche a spostarsi a bordo di carri senza cavalli; impararono a usare i telecomunicatori, gli apparecchi ottici d’ingrandimento ed altri strumenti alieni; impararono a maneggiare le armi che proiettavano il fuoco o il metallo e anche gli invisibili raggi stordenti.

Naturalmente noi Inglesi non avevamo mai usato prima questi telecomunicatori né gli apparecchi ottici d’ingrandimento, né tantomeno conoscevamo le procedure occulte che stavano dietro di essi, ma trovammo che usarli era un gioco da bambini. A casa nostra eravamo abituati a imbrigliare gli animali, a costruire complicate balestre e catapulte, a montare il sartiame delle navi in partenza e ad erigere macchine mediante le quali i muscoli umani riuscivano a sollevare anche pietre pesantissime.

Ora, al confronto, questi volani da girare o leve da abbassare erano uno scherzo. L’unica vera difficoltà, però, era che gli uomini più ignoranti faticavano a ricordare cosa significassero i diversi simboli sugli elementi, anche se questa scienza non era più complicata dell’araldica che qualsiasi ragazzo amante delle gesta eroiche era capace di snocciolare con la massima precisione.

Io, poiché ero l’unica persona in grado di leggere l’alfabeto wersgoriano, mi diedi da fare con le carte che avevo trovato negli uffici della fortezza.

Nel frattempo, Sir Roger conferiva coi suoi Capitani e dava ordini ai servi più ottusi, che non erano in grado di apprendere il funzionamento di quelle nuove armi, perché costruissero certi ripari. Il sole aveva iniziato il suo lento tramonto, trasformando metà del cielo in oro, quando mi mandò a chiamare davanti al suo comitato d’azione.

Io mi sedetti e guardai quei volti duri e magri, tutti animati da una nuova speranza. La lingua mi si appiccicò al palato. Conoscevo bene quei Capitani e soprattutto sapevo bene come ballassero gli occhi di Sir Roger quando stava covando qualche trovata infernale!

«Hai scoperto quali sono e dove si trovano i principali castelli di questo pianeta, Fratello Parvus?», mi chiese.

«Sì, Milord» risposi. «Ce ne sono solo tre, e Ganturath era uno di essi.»

«È incredibile!», esclamò Sir Owain di Montbell. «Sarebbe bastato un attacco di pirati per…»

«Voi dimenticate che qui non ci sono regni separati e neppure feudi separati», risposi. «Tutti sono direttamente sottoposti al Governo Imperiale. Le fortezze servono solo da residenza degli Sceriffi, i quali devono tenere l’ordine tra la popolazione ed incassare le tasse.

«È vero che queste fortezze sono anche considerate basi difensive, infatti ospitano anche bacini per le grandi astronavi e vi sono acquartierati guerrieri, ma è ormai da molto tempo che i Wersgorix non combattono più vere guerre. Hanno semplicemente sottomesso con la violenza dei selvaggi inermi, e nessuna delle altre razzi che conoscono i viaggi stellari oserà mai dichiarare loro guerra; solo di tanto in tanto si verifica qualche scaramuccia su qualche remoto pianeta. In definitiva, insomma, queste tre fortezze sono più che sufficienti per questo mondo.»

«Quanto sono forti?», sbottò Sir Roger.

«Sull’altro lato del globo ce n’è una chiamata Stularax, più o meno simile a Ganturath. Poi c’è la fortezza principale. Darova, dove risiede il Proconsole, Huruga. Questa è di gran lunga la più grande e la più forte, ed immagino che proprio da là vengono la maggior parte delle navi e dei guerrieri che abbiamo di fronte adesso.»

«E dove si trova il mondo più prossimo abitato da questi musi azzurri?»

«Stando a un libro che ho studiato, a circa venti anni luce da qui. In quanto a Wersgorixan, il pianeta principale, è molto più lontano… più lontano perfino della Terra.»

«Ma il telecomunicatore potrebbe informare immediatamente l’Imperatore di quanto è successo, no?», chiese il Capitano Bullard.

«No», risposi. «Il telecomunicatore funziona con una velocità che è pari solo a quella della luce. I messaggi tra una stella e l’altra devono essere trasmessi tramite astronave, il che significa che, per informare Wersgorixan, occorrerà qualche settimana. Huruga, però non l’ha ancora fatto. L’ho sentito bisbigliare ad uno della Sua Corte che avrebbe cercato di mantenere la faccenda segreta per un certo tempo.»

«Sì,» osservò Sir Brian Fitz-William. «Il Duca cercherà sicuramente di redimersi per quel che ha fatto, distruggendoci da solo prima di inviare una qualsivoglia comunicazione. È un modo di pensare piuttosto comune.»

«Ma se lo colpiamo abbastanza brutalmente, vedrete come griderà aiuto», profetizzò Sir Owain.

«Esattamente», convenne Sir Roger. «Ed io ho studiato il modo di colpirlo con brutalità!»

Mi resi tristemante conto che, quando la lingua mi si era appiccicata al palato, avevo intuito in anticipo come sarebbe andate le cose.

«Ma come faremo a combattere?», chiese Bullard. «Noi non disponiamo di una quantità tale di armi demoniache da poter competere con quelle che ci troviamo di fronte. Se fosse necessario, potrebbero perfino speronarci, nave contro nave, senza risentire delle loro perdite.»

«Proprio per questa ragione,» gli rispose Sir Roger, «io propongo un’incursione contro il forte più piccolo, Stularax, allo scopo di procurarci altre armi. Questo servirà anche a scuotere la fiducia che Huruga ha in sé.»

«Oppure a spingerlo ad attaccarci.»

«Questo è un rischio che dobbiamo correre. Male che vada non mi terrorizza affatto un’altra battaglia. Non capite? L’unica speranza è appunto quella di agire con audacia.»

Non ci furono grandi obiezioni. Sir Roger aveva avuto varie ore a sua disposizione per lavorarsi i suoi uomini. Adesso erano tutti ben pronti ad accettare anche la sua guida. Ma Sir Brian obiettò ragionevolmente:

«Come faremo ad effettuare questa incursione? Quel castello si trova a migliaia di miglia da qui. E non possiamo allontanarci in volo dal nostro campo senza venire abbattuti.»

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