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La corona di spade

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La corona di spade
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Chasaline Alta

La Ruota del tempo gira e le Epoche si susseguono, lasciando ricordi che divengono leggenda; la leggenda sbiadisce nel mito, ma anche il mito è ormai dimenticato, quando ritorna l’Epoca che lo vide nascere. In un’Epoca chiamata da alcuni Epoca Terza, un’Epoca ancora a venire, un’Epoca da gran tempo trascorsa’, il vento si alzò nella grande foresta chiamata Braem Wood. Il vento non era l’inizio. Non c’è inizio né fine, al girare della Ruota del Tempo. Ma fu comunque un inizio.

Il vento soffiava a nord e a est, mentre il sole rovente saliva alto nel cielo terso, fra gli alberi secchi con le foglie marroni e i rami spogli, negli sparsi villaggi dove l’aria era tremula per il calore. Il vento non procurava alcun sollievo, non vi era alcuna traccia di pioggia, e tanto meno di neve. Soffiava a nord e a est, attraverso un arco antico di pietra finemente lavorata. Alcuni sostenevano fosse stato un passaggio che dava accesso a una grande città, e altri un monumento di qualche battaglia da lungo tempo dimenticata. Su quelle pietre massicce erano rimasti solo degli intagli consumati dal tempo e ormai illeggibili, che rammentavano muti le glorie perdute della mitica Coremanda. Lungo la via di Tar Valon, vicino a quell’arco, passavano alcuni carri, e la gente a piedi si proteggeva gli occhi dalla polvere trasportata dal vento, sollevata dagli zoccoli dei cavalli e dalle ruote dei carri. Molti non avevano neppure una meta, sapevano solo che il mondo era in subbuglio: l’ordine stava scomparendo dappertutto, e in certi luoghi già non esisteva più. Alcuni erano spinti dalla paura, altri da qualcosa che non potevano vedere o capire bene, e quasi tutti erano spaventati.

Il vento soffiava sopra l’Erinin grigio e verde, facendo oscillare le imbarcazioni che ancora facevano rotta fra nord e sud, poiché il commercio doveva continuare anche in quei giorni difficili, benché nessuno sapesse con certezza se era sicuro. A est del fiume, la foresta incominciava a diradarsi, lasciando spazio alle colline coperte di erba secca ormai marrone e punteggiate da rade macchie d’alberi. In cima a una di queste alture vi erano dei carri disposti in circolo, molti dei quali avevano i teloni bruciati e altri ne erano del tutto privi. Su un’asta di fortuna, ricavata da un giovane albero ormai seccato dalla siccità e legata a un sostegno dei teloni del carro, sventolava una bandiera cremisi con al centro un disco nero e bianco. Alcuni la chiamavano la bandiera della Luce, o la bandiera di al’Thor. Altri usavano nomi più oscuri e rabbrividivano nel sussurrarli. Il vento fece garrire la bandiera, ma passò subito oltre, quasi fosse contento di allontanarsi.

Perrin Aybara era seduto a terra, con la schiena muscolosa appoggiata a un carro, maledicendo il vento che era andato via. Per un momento era stato fresco, e aveva spazzato via l’odore di morte dalle sue narici, un odore che gli rammentava il posto dove avrebbe dovuto trovarsi, l’ultimo posto dove voleva essere. Stava molto meglio lì, all’interno della cerchia di carri e con la schiena rivolta a nord, dove in un certo modo poteva dimenticare. I carri sopravvissuti alla tragedia erano stati portati in cima alla collina il giorno precedente, nel pomeriggio, quando avevano ripreso le forze gli uomini che prima riuscivano appena a ringraziare la Luce perché ancora respiravano. Adesso il sole stava sorgendo di nuovo e con esso arrivava il calore.

Perrin si grattò la corta barba riccia, irritato; più sudava, più gli prudeva. Il sudore imperlava i volti di tutti gli uomini tranne gli Aiel, e l’acqua si trovava a circa un chilometro e mezzo a nord. Ma laggiù c’erano gli orrori dai quali si erano allontanati, e la fonte degli odori che sentiva. Molti lo avrebbero considerato un prezzo ragionevole da pagare per l’acqua. Avrebbe dovuto fare il suo dovere, eppure il senso di colpa gli impediva di muoversi. Oggi era Chasaline Alta e a casa, nei Fiumi Gemelli, avrebbero festeggiato tutto il giorno e danzato tutta la notte. Il giorno della Riflessione, quando in teoria bisognava ricordare tutte le cose buone della propria vita, e chiunque desse voce a una lamentela si ritrovava con una secchiata d’acqua sulla testa per lavare via la malasorte. Non molto piacevole se faceva freddo come avrebbe dovuto in quella stagione; adesso una secchiata d’acqua sarebbe stata piacevole. Pur avendo la fortuna di essere ancora vivo, Perrin trovava assai difficile fare dei pensieri positivi. Nel giorno appena passato aveva imparato molte cose su sé stesso. O forse era successo quella mattina, quando tutto era finito.

Poteva ancora percepire la presenza di un branco di lupi, quelli che erano sopravvissuti e che non erano in cammino per altre destinazioni, lontano da lì, lontano dagli uomini. I lupi erano ancora argomento di conversazione nell’accampamento, si facevano congetture sgradevoli per capire da dove fossero apparsi e perché. Alcuni credevano che li avesse chiamati Rand. Molti pensavano che fossero state le Aes Sedai, che però non manifestavano i propri pensieri. I lupi non lo accusavano di nulla — ciò che era accaduto era accaduto — ma lui non riusciva a essere fatalista come loro. Erano venuti perché l’aveva chiesto lui. Le spalle di Perrin, talmente ampie da farlo sembrare tarchiato, erano incurvate dal peso delle responsabilità. Di tanto in tanto sentiva altri lupi che non erano venuti, e questi parlavano con disprezzo di quelli che lo avevano fatto. Ecco cosa succedeva a invischiarsi con i due-gambe. Non potevano aspettarsi nulla di diverso.

Era molto faticoso tenere i propri pensieri per sé. Perrin aveva voglia di ululare che i lupi sdegnosi avevano ragione. Voleva andare a casa, nei Fiumi Gemelli. Non aveva grandi possibilità di farlo, forse non ci sarebbe tornato mai più. Voleva stare con sua moglie, in qualsiasi luogo, e voleva che tutto fosse come prima. In questo caso le possibilità erano persino minori, se non nulle. La preoccupazione per Faile lo dilaniava molto più che la nostalgia di casa, più del pensiero per i lupi, era come un furetto che cercasse di uscirgli dallo stomaco. Faile gli era sembrata contenta di vederlo lasciare Cairhien. Cosa doveva fare con lei? Non era capace di trovare le parole per descrivere quanto amava sua moglie e quanto aveva bisogno di lei, ma Faile era gelosa quando non ne aveva motivo, si mostrava ferita quando lui non aveva fatto nulla e si innervosiva per motivi che lui non comprendeva. Doveva fare qualcosa, ma cosa? La risposta gli sfuggiva. I suoi pensieri erano tutti lenti e accorti, mentre Faile era argento vivo.

«Gli Aiel dovrebbero coprirsi» mormorò Aram con un certo sussiego, fissando sul terreno il suo sguardo torvo. Tenendo in mano le redini di un castrone grigio, si accovacciò accanto a Perrin, dal quale si allontanava di rado. La spada che portava legata dietro le spalle strideva con la giubba a, righe verdi da Calderaio, sbottonata per il caldo. Un fazzoletto arrotolato e legato attorno alla testa evitava che il sudore gli colasse negli occhi. Una volta Perrin aveva pensato che fosse troppo bello per essere un uomo. Adesso, però, in Aram era cresciuta una gelida malvagità, e il giovane era quasi sempre corrucciato. «È indecente, lord Perrin.»

Perrin mise con riluttanza da parte i pensieri su Faile. Prima o poi, con il tempo, sarebbe riuscito a risolvere il problema. Doveva. In qualche modo. «È la loro usanza, Aram.»

Aram fece una smorfia, come se stesse per sputare. «Be’, è indecente. Immagino che sia un sistema efficace per tenerli sotto controllo. Nessuno scapperebbe o creerebbe problemi in quelle condizioni, ma è indecente.»

C’erano Aiel dappertutto, ovviamente. Uomini alti e riservati che indossavano i tipici panni grigi, marroni e verdi, il solo tocco di colore era la fascia scarlatta attorno alle tempie con il disco bianco e nero sulla fronte. Si erano nominati siswai’aman. Talvolta quella parola sfiorava i confini della memoria di Perrin, come se dovesse conoscerla. Se si chiedeva agli Aiel, questi guardavano l’interlocutore come se avesse detto una tremenda idiozia. Ma in fondo ignoravano anche la fascia colorata. Nessuna Fanciulla della Lancia la portava. Che avessero i capelli bianchi o un volto talmente giovane da sembrare appena dell’età giusta per allontanarsi dalle madri, tutte le Fanciulle se ne andavano in giro lanciando occhiate di sfida ai siswai’aman, che le ricambiavano restando inespressivi, anche se avevano un odore che ricordava quasi la fame, e tutti lo emanavano, anche se Perrin non capiva affatto per quale motivo. Qualsiasi cosa fosse non era nuova, e non sembrava che sarebbe esplosa in un conflitto. Alcune delle Sapienti erano nei carri e, sprezzanti del caldo, indossavano gonne ingombranti, bluse bianche e scialli, più i braccialetti brillanti e le collane d’oro e d’avorio che compensavano la semplicità del loro abbigliamento. Alcune parevano divertite dalle Fanciulle e dai siswai’aman, altre esasperate. Tutti loro — Fanciulle, Sapienti e siswai’aman — ignoravano gli Shaido come avrebbe fatto Perrin con uno sgabello o un tappeto.

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