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Il cielo era pieno di navi [The Sky is Filled with Ships - it]

Электронная книга - «Il cielo era pieno di navi [The Sky is Filled with Ships - it]». Краткое содержание книги:

Che cosa bolle ai confini della Galassia? Si parla di stragi “locali” e rappresaglie “limitate” su lontani pianeti come Odino, Cassandra, Antigone; si dice che la Lega dei Mondi Indipendenti voglia ribellarsi al governo centrale terrestre; si teme una guerra totale. Ma il solo a sapere come stanno realmente le cose è il capitano Robert Janas, un neutrale, un uomo di buona volontà e di buon senso, dal cui rapporto dipende il destino di miliardi di uomini. E Janas, come spesso accade a chi dice semplicemente la verità, non trova nessuno disposto a credergli.
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«Diteci» disse Rinni, te­sa.

«C’è un’organizzazione, “I figli della Libertà” o qualcosa del genere, che progetta di assassinare Herrera. Sono dei pazzi, ma forse vi potranno essere utili.» E diede l’indiriz­zo di Rod Campbell.

«Ce ne occuperemo» dis­se Rinni.

«L’altra cosa... C’è una ragazza che vorrei che qualcu­no tenesse d’occhio. Sarebbe un grande sollievo, per me. Potrei dedicarmi meglio al la­voro che ci interessa.»

I due si scambiarono un’oc­chiata.

«Si» rispose Gray. «Credo che potremo fare qual­cosa. Chi è?»

Dopo avere spiegato il caso di Enid, Janas offrì da bere ai due.

«No, comandante, grazie» rispose Rinni. «Il battello sta per ripartire per Flagstaff, ed è meglio che ritorniamo a bordo. Altrimenti la nostra as­senza verrà notata.»

«Mi spiace che le cose non siano andate come voi sperava­te» disse Janas.

«Comprendiamo le vostre ragioni» disse Gray, ma la sua espressione faceva pensare tut­to il contrario.

«Se cambiate idea, coman­dante» disse Rinni, alzandosi «sapete dove trovarci.»

«Sì.»

«Arrivederci, comandante» disse Rinni, anche a nome di Gray.

Janas li guardò mentre si allontanavano, e ammirò l’ele­gante ancheggiamento di Rin­ni.

Aspettò ancora qualche mi­nuto, sorseggiando un caffè ormai freddo, poi si alzò e pagò. Dopo di che si diresse verso il suo appartamento, fer­mandosi a comperare una sca­tola di sigarette.

Quando scese dall’ascensore e imboccò il corridoio, provò una strana impressione, una specie di presentimento. C’era qualcosa di strano intorno, ma non riusciva a capire che cosa fosse. Scrollò le spalle, accese una sigaretta e si diresse verso l’alloggio.

Nell’atto di premere il pul­sante che apriva la porta, di­versi fatti, apparentemente sle­gati tra loro, gli vennero in mente a un tratto. Il disinte­gratore da tavolo, per esempio, che non aveva distrutto i fogli che aveva infilato. L’uomo che, da quando lui aveva mes­so piede sulla Terra non l’ave­va mai perso di vista e che adesso era sparito. La sera prima, durante la riunione da Emmett, avevano entrambi parlato contro il presidente della Confederazione, renden­dosi colpevoli di sedizione. E, per ultimo, l’ascensore e il corridoio, a quell’ora, erano troppo deserti e silenziosi.

Tolse di scatto il pollice dal comando automatico di aper­tura, ma ormai era troppo tardi. I battenti si erano già spalancati e nel vano della porta si profilavano due guar­die della Compagnia di Naviga­zione Solare, nelle loro austere uniformi nere.

«Il comandante Robert Janas?» chiese il più alto in grado dei due, mostrandogli un mandato di cattura.

«Sì» disse lui, con voce atona.

«Siete in arresto, signore» disse l’agente.

«Perché?»

«Vi sarà comunicato a tempo debito» disse l’altro, cortesemente. «Vi spiace se­guirmi?»

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A sedici anni-luce e mezzo dal Sole, in prossimità del piano dell’eclittica, c’è una stella chiamata Alpha Aquilae, l’Altair degli antichi. Dotata di lu­ce bianca, con una temperatu­ra di superficie di 11.000 °C, undici volte più luminosa del Sole, Altair irradia luce e calo­re nel vuoto privo di pianeti che la circonda.

In un altro universo, in un punto che, qualora fosse possi­bile superare l’abisso che divi­de gli universi, corrispondereb­be esattamente ad Altair, una flotta di navi spaziali cercava scampo nel grigio nulla.

Il disastro era stato comple­to, totale la disfatta. La più potente flotta che mai la Terra avesse varato s’era scontrata con il nemico ed era stata sopraffatta. La “Salamina” era colata a picco eroicamente, e quasi la metà delle forze dell’Armada della Confedera­zione era scomparsa con essa. Le navi terrestri avevano inflit­to gravi perdite al nemico, e i ribelli avevano pagato cara­mente l’aver osato sfidare la Confederazione; ma infine ave­vano vinto, avevano battuto l’Armada della Confederazio­ne. E ora, mentre i resti della flotta sconfitta ripiegavano in disordine verso la Terra, i ri­belli facevano rotta verso il Sole e cioè verso il cuore della Confederazione terrestre.

Colpita ripetutamente dal fuoco nemico, con lo scafo che faceva aria in diversi punti, con gli equipaggi decimati, ma ancora agguerrita e pronta al combattimento, l’ammiraglia della Confederazione, la “Shilo”, ripiegava penosamen­te verso la Terra. Il comandan­te dell’unità e l’ammiraglio Abli Juliene si trovavano a colloquio, davanti a un grande schermo a 3D, su cui spiccava­no le stelle di quel settore della Galassia, nonché una se­rie di punti rossi e verdi: i rossi indicavano le unità nemiche, i verdi le navi della Confederazione. I punti rossi erano deci­samente più numerosi dei ver­di, e i due gruppi, con i rossi alle spalle dei verdi, si muove­vano verso un punto che brilla­va di una vivida luce azzurra: la Terra. Il Grande Ammiraglio apri, lentamente, una busta che conteneva gli ordini da eseguirsi solo in caso di disfat­ta. Juliene aveva la faccia stan­ca e tirata, e appariva terribil­mente invecchiato.

L’ammiraglio lesse rapida­mente gli ordini, poi senza dire parola, li passò al comandante della “Shilo”. Dopo aver scru­tato nella pseudo profondità dello schermo a 3D, Juliene scosse malinconicamente il ca­po grigio. Alla fine tirò fuori un taccuino dalla tasca della giacca e si mise a scrivere.

Il comandante della “Shilo” non fece commenti e aspettò che parlasse per primo l’ammi­raglio. Juliene, però, rimase in silenzio. Senza dire una parola, porse al comandante le anno­tazioni che aveva scritto, sospi­rò, caricò la pipa, la accese e cominciò a camminare su e giù per il ponte.

Il comandante della “Shilo” premette il bottone e chiamò l’ufficiale addetto alle comuni­cazioni, al quale ordinò: «Preparate una capsula per la Terra. C’è un messaggio da spedire.» Poi infilò le note dell’ammiraglio in un apparec­chio speciale, che ne trasmise la copia all’ufficiale delle co­municazioni. Allora, finalmen­te, il comandante si voltò, ancora una volta, verso lo schermo 3D, e, al pari del Grande Ammiraglio, sospirò amaramente.

Nel ponte inferiore, l’uffi­ciale addetto alle comunicazio­ni badò a che la capsula fosse allestita immediatamente e le note manoscritte di pugno del­l’ammiraglio venissero colloca­te all’interno di essa. Successi­vamente, la capsula fu catapul­tata fuori dell’astronave e un potente plasma-jet provvide a trascinarla nel grigio Anti-spazio, verso un punto dove un mondo di nome Terra ruotava in un universo coesistente.

La capsula accelerò via via, raggiungendo una velocità ca­pace di ridurre in poltiglia un essere umano, filando sempre più rapida verso il settore del­l’universo che conteneva la Terra.

Poche ore dopo aver lascia­to la “Shilo”, essa era giunta nei pressi di un complesso di strutture che corrispondevano all’incirca all’orbita coesistente di Saturno. Dopo aver ridotto la velocità, quando fu a pochi chilometri dalla stazione Anti­spazio, la capsula si fermò del tutto, emettendo un segnale di richiamo. In risposta al segna­le, la stazione lanciò un raggio traente, che agganciò la capsu­la, trasferendola a bordo di un’Unità speciale, che si trova­va in attesa nell’Anti-spazio. La capsula attraversò il campo d’energia dell’Unità e final­mente penetrò nel continuum stellare.

Una squadra di uomini, che lavoravano lassù sotto la luce delle stelle della Galassia, dove il Sole non era che un pallido disco, aprì la capsula, estrasse il contenuto e l’infilò in una trasmittente speciale. Le note del Grande Ammiraglio, tra­dotte in impulsi elettronici, furono inviate sulla Terra, che ruotava a dieci unità astrono­miche da quel punto. Dopo circa un’ora e venti minuti il segnale arrivò sulla Luna, e di qui fu ritrasmesso al Primo Ufficiale Segnali della Confe­derazione, a Ginevra. Appena ricevuto il messaggio, esso fu decifrato e inviato subito all’uf­ficio del presidente.

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