Il cielo era pieno di navi [The Sky is Filled with Ships - it]
- Автор: Мередит Ричард К.
- Год: 1970
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Bianca Russo
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il cielo era pieno di navi [The Sky is Filled with Ships - it]». Краткое содержание книги:
Mentre si dirigevano verso le poltrone, D’Lugan sussurrò a Janas poche parole di spiegazione: «Maura è dei nostri.»
Dopo di che non parlò più.
Janas si frugò in tasca e scoprì che aveva dimenticato le sigarette. D’Lugan, notando il gesto, tirò fuori il suo pacchetto e ne offri una al comandante spaziale, che accettò con gratitudine.
Janas accese la sigaretta e si guardò attorno, sentendosi terribilmente esposto, per quanto sapesse che quello era l’ultimo posto dove i Neri avrebbero pensato di cercarlo. D’altra parte, nessuno degli impiegati, ad eccezione di Maura, lo aveva riconosciuto. In quella sala, in fondo, lui e D’Lugan erano, almeno per il momento, abbastanza al sicuro. Comunque, provò un senso di conforto, sentendo sotto l’ampia camicia il peso della grossa 45.
Aveva quasi finito la sigaretta, quando l’impiegata li chiamò. Con voce appena più forte del normale, disse: «Cittadini Hendricks e Malheim, il cittadino Franken vi aspetta. Vi prego di seguirmi»
Badando di non fare mosse troppo precipitose, Janas si alzò insieme con D’Lugan, e i due seguirono la ragazza attraverso la sala e lungo il corridoio che conduceva agli uffici privati di Franken.
Quando furono abbastanza lontani dalla sala, la ragazza si fermò e guardò con aria interrogativa D’Lugan.
«Si» rispose lui. «Andiamo da Altho» si voltò verso Janas. «Il comandante Robert Janas, Maura Biela.»
«Ci siamo già conosciuti» disse Janas.
«L’altro giorno non ero del tutto sicura» disse Maura. «Supponevo però che foste l’uomo di cui aveva parlato Paul.»
«Non abbiamo tempo per parlare» disse D’Lugan, tirando fuori lo stordigente. «Tenete questa» e mise l’arma in mano a Janas.
«Che cosa devo fare?» chiese Janas.
«Aspettate qui» rispose D’Lugan. «Passato un minuto, venite. Io, nel frattempo, terrò occupato Anchor. Colpite subito, appena entrate, prima che abbia tempo di fare un gesto. D’accordo?»
Janas annui.
D’Lugan batté amichevolmente una mano sulla spalla della ragazza e le fece cenno di incamminarsi. I due percorsero il corridoio, e Janas rimase ad aspettare, contando i secondi.
Passato il minuto, si guardò attorno, vide che in corridoio non c’era nessuno, e s’incamminò.
All’ultima svolta, senti la voce di D’Lugan che diceva forte: «Sentite, cittadino» stava dicendo «il cittadino Franken mi aspetta. Non fatemi perdere altro tempo.»
«Signore» protestava Anchor. «Non sono stato avvertito. In questo momento il cittadino è occupato. Non posso...»
«Ma dev’esserci un equivoco, cittadino Anchor» disse Maura. «Io ho avuto l’autorizzazione da...»
Janas non stette più ad ascoltare. Venne avanti, puntò lo stordigente, mirando alla faccia di Anchor. Il giovane segretario bruno alzò gli occhi, sbalordito, e di scatto si piegò in avanti, tentando di raggiungere un pulsante sul tavolo. La pistola di Janas gracidò rabbiosamente e Anchor si afflosciò sul tavolo. D’Lugan afferrò quel corpo inerte e lo adagiò sul pavimento.
«Datemelo» disse D’Lugan, indicando lo stordigente. Janas glielo gettò e tirò fuori la sua 45. Janas, in piedi accanto a D’Lugan davanti alla porta, provava una selvaggia soddisfazione per avere finalmente cominciato a agire.
«Aprila» disse D’Lugan a Maura che, in piedi dietro al tavolo, individuò il pulsante che comandava l’apertura.
Tra un silenzio assoluto i due battenti si aprirono, e davanti ai tre apparve l’ufficio lussuoso del presidente. Altho Franken era curvo su una grande carta. In piedi accanto al tavolo, con le spalle voltate verso la porta, c’era un ufficiale delle guardie, con la pistola ad ago infilata nella cintura e l’uniforme costellata di nastrini.
Per un secondo, Franken continuò a esaminare in silenzio il punto che la guardia gli indicava sulla carta; poi a un tratto, si rese conto che le porte non erano più bloccate.
«Che c’è, Milt?» chiese, alzando gli occhi. Appena vide, nel riquadro della porta, i due uomini armati, si sbiancò in faccia.
L’agente, meccanicamente, si voltò di scatto e la sua grossa mano corse all’arma che gli pendeva sull’anca.
«Bob» ansimò Franken. Poi, riavutosi dallo stupore, cercò di afferrare qualcosa sotto il tavolo.
La guardia, con in pugno la pistola ad ago, si gettò di lato, e contemporaneamente alzò la mano per prendere la mira. La 45 di Janas sparò con un rombo assordante, che riecheggiò a lungo tra le pareti dell’ufficio.
Il proiettile raggiunse l’agente nell’istante in cui premeva il grilletto, e lo colpi nel bel mezzo della fila di nastrini colorati che gli ornavano la giacca. L’uomo barcollò all’indietro, rantolando, con un’espressione di enorme sbalordimento. La pistola a ago crepitò ancora, poi gli sfuggì di mano. La guardia crollò sul tappeto e rimase immobile. Nel frattempo era entrato in azione lo stordigente di D’Lugan, e Altho Franken si afflosciò sul tavolo, rovesciando, con la mano inerte, un grosso bicchiere. Il liquido color ambra si sparse sulla mappa e colò sul tappeto.
16
La volontà di acciaio e la personalità prepotente furono di grande aiuto, in quel momento, al presidente della Confederazione. Herrera non era mai stato un tipo da versare lacrime sul latte, o sul sangue, versato: ormai quel che era fatto era fatto, e non restava che cercare, in tutti i modi, di salvare il salvabile.
Il presidente rilesse lentamente, con estrema attenzione, le note che gli aveva inviato il comandante della flotta sconfitta.
Juliene non aveva mai creduto nella vittoria, pensò Herrera tra sé, ma allora lui non aveva di meglio sottomano. Rilesse ancora una volta i rapporti, poi premette un pulsante e ordinò al segretario accorso di inviare copia delle note al presidente del Parlamento, al Capo di Stato maggiore, al comandante della Base Lunare e al presidente della Compagnia di Navigazione Solare.
Herrera rimase per qualche secondo immerso nei propri pensieri, chiedendosi fino a che punto si potesse fidare di Altho Franken. Franken, certo, aveva dato la sua parola, ma sarebbe stato fedele alla parola data più di quanto lo fosse lui, Herrera? E quel Janas? Herrera si chiese se era stato saggio affidare la faccenda a Franken. Forse avrebbe fatto meglio a tentare di arrivare a Janas, tramite gli agenti della Confederazione. D’altra parte, la spia che agiva per lui in seno al gruppo Janas e che faceva il doppio gioco con Franken, convinto a sua volta che l’uomo lavorasse esclusivamente per lui, lo aveva avvertito che, se non voleva guai, era opportuno lasciare la cosa in mano a Franken. Quell’agente lo aveva assicurato che Franken non avrebbe mai mandato un contrordine nonostante le pressioni di Janas, e che, comunque, in caso contrario, si sarebbe provveduto con un buon raggio a energia.
“Si” concluse Herrera “lasciamo per il momento la cosa in mano a Franken. La CNS è un covo di bastardi orgogliosi, ma, prima o poi, penseremo anche a loro.”
Nel frattempo, tanto per rimanere con i piedi sulla terra, avrebbe spedito un po’ di agenti della Confederazione a dare una mano, per così dire, al presidente della CNS. Anzi, avrebbe inviato una nave su Central, in modo da ispirare una salutare paura un po’ a tutti, compreso al cittadino Altho Franken. “Ricordiamogli che Herrera si aspetta che lui mantenga la parola” pensò.
Herrera si chinò sul tavolo: ormai aveva preso la sua decisione.
Dopo una rapida chiamata in 3D, il presidente stese una breve nota dà unire alle copie del rapporto di Juliene. Gli uomini a cui mandava copia del rapporto dovevano conoscere la gravità della situazione. Era perfettamente inutile nascondere la verità alla gente da cui dipendevano la sua vita e il suo potere.