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Il cielo era pieno di navi [The Sky is Filled with Ships - it]

Электронная книга - «Il cielo era pieno di navi [The Sky is Filled with Ships - it]». Краткое содержание книги:

Che cosa bolle ai confini della Galassia? Si parla di stragi “locali” e rappresaglie “limitate” su lontani pianeti come Odino, Cassandra, Antigone; si dice che la Lega dei Mondi Indipendenti voglia ribellarsi al governo centrale terrestre; si teme una guerra totale. Ma il solo a sapere come stanno realmente le cose è il capitano Robert Janas, un neutrale, un uomo di buona volontà e di buon senso, dal cui rapporto dipende il destino di miliardi di uomini. E Janas, come spesso accade a chi dice semplicemente la verità, non trova nessuno disposto a credergli.
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«Lo ero» disse Janas. «Ma tu stesso hai detto che mi avresti fatto fucilare.»

«Ma non intendevo far­lo!» gridò Franken.

«Lo farà» rispose Janas «e io non glielo impedirò. Sarà meglio che tu chiami Bil­thor.»

«E Enid?» disse a un tratto Franken, aggrappandosi con la forza della disperazione a qualsiasi appiglio.

«Enid?» chiese Janas, serrando più forte la 45.

«Tu le vuoi molto bene, vero?» chiese Franken, men­tre un po’ di colore gli tornava in viso e la voce si faceva già più sicura. «Tu non vuoi, vero, che le venga fatto del male?»

«Non le sarà fatto alcun male» disse Janas, freddo.

«Ne sei sicuro?» chiese Franken.

«Che cosa vuoi dire?» Janas era furioso.

«Se capita qualcosa a me...» cominciò Franken.

«Sarebbe nelle tue mani, dunque?»

«Sì» disse Franken. «I miei uomini l’hanno presa sta­mane.»

«Dove?»

«Nel suo appartamento.»

«Quale appartamento?»

«Quello che ha a San Francisco, nella casa dove vive suo fratello.»

«Dimostramelo!» il dito di Janas si contrasse involonta­riamente sul grilletto.

«Faresti meglio a creder­mi, Bob» disse Franken, con l’ombra di un sorriso.

«Faresti meglio a darmi le prove di ciò che dici, Al» disse Janas. «Enid, stamane, non era a casa sua. È andata via ieri.»

«Nessuno ha visto...» cominciò Franken ma poi si rese conto dell’errore. Il sorriso si spense e ogni traccia di baldan­za scomparve dalla sua faccia.

«Chiama Bilthor» disse Janas, indicando, con il calcio della pistola, la trasmittente.

Con mossa lenta, come un uomo che si muove su un pianeta ad altra gravità, Fran­ken allungò la mano all’appa­recchio.

«Non fate sciocchezze» disse D’Lugan.

Franken annuì, poi premet­te diversi pulsanti.

«Qui l’ufficio del cittadi­no Bilthor Franken» rispose una gradevole voce femminile. Dal punto dove si trovava, Janas non poteva vedere lo schermo. «In che cosa... Ah, cittadino Franken.»

«Passatemi Bilthor» disse Franken, con voce rotta.

«In questo momento non è in ufficio, signore» disse la ragazza. «E non so se ha con sé il cerca-persone.» Seguì una pausa. «No, signore, l’ha lasciato in ufficio. Debbo farvi chiamare appena torna, cit­tadino Franken?»

Franken guardò D’Lugan, poi disse: «Dov’è andato?»

«Non lo so, signore» rispose la ragazza. «Non l’ha lasciato detto. Devo farvi chia­mare?»

Franken tornò a guardare D’Lugan. Stavolta l’altro ac­cennò di sì.

«Si» disse Franken. «Ditegli che è importante.» E interruppe la comunicazione.

«Aspetteremo» disse D’Lugan.

«Ma non potete» prote­stò Franken. «Io ho diversi appuntamenti, e la gente finirà col chiedersi che cosa sta capi­tando. E il capitano Tellzer?» e indicò lo stanzino dove era chiuso il corpo dell’agente. «Le guardie lo cercheranno.»

«Meglio per voi se non lo cercano» disse D’Lugan, se­dendosi in una sedia di fronte a Franken, senza abbassare, neppure per un secondo, lo stordigente. «Dite ai vostri impiegati che per oggi pome­riggio annullino tutti gli ap­puntamenti e comunicate che Tellzer è uscito da un’altra parte.»

Franken, pur riluttante, ob­bedì.

«Non la passerete liscia» disse, dopo avere fatto le co­municazioni.

D’Lugan diede un’occhiata all’orologio. «Tra poco do­vrebbe arrivare Jarl. Aveva un suo piano per uscire dal Set­tore Operazioni senza essere scoperto. Se riusciamo ad ave­re qui Bilthor, avremo delle buone probabilità di successo.»

Franken stava già prenden­do un’aria soddisfatta, quando la ricevente ronzò. Franken sussultò, perdendo ogni colo­re.

«Rispondete!» scattò D’Lugan.

Franken non si mosse subi­to e D’Lugan venne avanti, agitandogli sotto il naso la pistola. Immediatamente Fran­ken fece segno di si e obbedì. Con l’indice destro, premette un pulsante sul tavolo.

«Buongiorno, Al» disse una voce al microfono. «Ave­vi bisogno di me?»

Dopo un secondo di esita­zione, Franken si decise a par­lare. «Sì, vieni subito in ufficio, per favore.»

«In questo momento ho un sacco di cose da fare» rispose la voce di Bilthor Fran­ken. «C’è qualcosa che non va al Settore Operazioni, e non ho ancora capito bene di che si tratti. Non puoi dirmi per ra­dio che cosa vuoi?»

«Ho bisogno di parlarti personalmente» disse Fran­ken, senza perdere di vista la canna della pistola di D’Lugan.

«C’è qualcosa che non va?» chiese Bilthor.

«No, no» rispose Franken, dopo un secondo di pau­sa. «Ho bisogno di parlarti, tutto qui.»

«Va bene» sospirò Bilt­hor. «Sarò lì tra un paio di minuti. Ciao.» Segui un clik e la comunicazione fu chiusa.

Franken si abbandonò sulla seggiola, guardando D’Lugan e Janas.

«Sta arrivando.»

«Questo lo abbiamo capi­to» rispose D’Lugan. «Di dove arriverà? Di lì?» e indi­cò i due battenti solenni attra­verso cui erano passati lui, Janas e Maura.

«Si» rispose Franken.

«No, non è vero» disse Maura, rompendo per la prima volta il silenzio. «C’è un ingresso privato per i vice-pre­sidenti e i membri del consi­glio.»

«Dov’è» chiese Janas.

«Non lo so con precisione» rispose Maura. «So soltan­to che loro non passano dalla solita porta.»

«Da che parte arriverà?» chiese Janas, girandosi verso Franken.

«Mi stai minacciando, Bob?» chiese l’altro, len­tamente.

«Sì, maledizione!»

Franken annuì, con amarez­za. «Prendi quella porta a destra, va fino in fondo al corridoio e poi svolta a sini­stra. Là c’è una rampa di scale. Lui arriverà di lì.»

«Grazie» disse Janas, freddo, poi guardò D’Lugan.

«Voi restate qui» disse D’Lugan. «Non perdetelo di vista. Io andrò incontro al cittadino Bilthor.»

Janas non rispose immedia­tamente e D’Lugan riprese: «Sentite, comandante, qui non è solo questione di amicizia. Il destino della CNS è molto più importante dell’amicizia di Altho Franken.»

Janas annuì. «Non temete» disse alla fine. «Farò quel che devo fare.»

D’Lugan gli rivolse uno dei suoi sorrisi così rari e si voltò per uscire.

«Volete che ci scambiamo le armi?» chiese D’Lugan, fermandosi sulla soglia.

«No» rispose Janas, dan­do un’occhiata alla 45. «Pre­ferisco la mia.»

«Sta’ attento, Paul» disse a un tratto Maura, con voce soffocata.

«Sta tranquilla» rispose D’Lugan, con una dolcezza in­consueta. Per qualche minuto, nessuno parlò. Alla fine Franken disse:

«Perché ti sei lasciato coinvolgere in questo affare, Bob?»

«Non puoi capire» disse Janas, sedendosi in modo da non perdere di vista le mani di Franken. «E io non saprei spiegartelo.»

«Vorrei capire» disse Franken, e stavolta appariva sincero.

«Allora ascoltami» disse Janas, sforzandosi di spiegare le sue azioni all’uomo che, per quasi un secolo, aveva ritenuto suo amico. «Buona parte della mia vita, l’ho passata lassù» e indicò il cielo. «Sono sbarcato su tutti i mondi abitati dall’uomo e mi sono reso conto che cosa stanno facendo quegli uomini. Stanno creando una nuova civiltà, Al, un centinaio di nuove civiltà. E non è facile. Perché Odino, Rama, Orpheus, e forse una dozzina di altri mondi, sono terre accoglienti, già civili; ma su tutti gli altri mondi siamo ancora ai primi passi, abbiamo appena cominciato a raspare il terreno. E quella gente ricorda cose che noi, terrestri, abbia­mo da un pezzo dimenticato. Cose che hanno creato la CNS e l’antica Confederazione. La gente di “Lassù” non ha nessu­na sicurezza, e neppure la vuo­le, o almeno non vuole il tipo di sicurezza che le può garanti­re la Confederazione. Per seco­li, la Confederazione li ha mandati raminghi per l’univer­so, e adesso essi sono convinti di avere dato troppo, in con­fronto a quello che hanno ricevuto. Ne hanno abbastan­za, ormai della Confederazio­ne, e, secondo me, hanno ra­gione.»

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