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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]

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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
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Shallah guardò la cabina, e i suoi occhi erano enormi e fissi e velati.

«Non è un amante che tiene nascosto nella sua cabina,» disse, sommessamente. «Ma è il volto stesso del male. L’ho sentito, quando è salito a bordo.»

Poi rivolse il suo sguardo luminoso, sconvolgente su Carse, e aggiunse:

«Credo che ci sia una maledizione anche sopra di te, straniero. Posso sentirne la presenza, ma non riesco a capire chi tu sia.»

Anche questa volta, Carse rabbrividì. Quegli Halfling, grazie ai loro poteri extrasensoriali, erano in grado di intuire, sia pure vagamente, la sua incredibile origine, potevano rendersi conto del fatto che lui era completamente straniero. Provò un senso di sollievo quando Shallah e Naram, il suo compagno, si voltarono da un’altra parte.

Più volte, nel corso delle ore che seguirono, Carse si accorse di alzare quasi meccanicamente lo sguardo verso il ponte di poppa, nella speranza di vedere Ywain di Sark, della quale era schiavo. C’era una cupa curiosità, in luì, che non riusciva completamente a spiegare.

Verso la metà del pomeriggio, dopo aver soffiato con forza per ore e ore, il vento cominciò a calare, e infine cadde completamente, e sul mare di latte si fece una grande bonaccia.

Si udì il rullare lento, minaccioso del tamburo. I remi s’immersero nelle acque pallide e immobili, e ancora una volta Carse cominciò a sudare per la fatica di un lavoro per lui sconosciuto, con la schiena segnata dai crudeli morsi dello scudiscio.

Soltanto Boghaz pareva felice.

«Io non sono un uomo di mare,» disse, scuotendo la testa enorme. «Per un Khond come te, Jaxart, navigare sulle acque tempestose è naturale come l’aria che respiri. Ma da giovane io ero delicato, e la mia salute cagionevole mi ha costretto a scegliere strade più tranquille e meno faticose. Ah, benedetta bonaccia! Anche l’estenuante fatica del remo è preferibile all’essere sballottato come un povero ramoscello dalle onde!»

Carse provò un poco di compassione, nell’udire quel patetico discorso, fino a quando scoprì che Boghaz aveva buoni motivi per non dolersi troppo della fatica, poiché, parlando, cercava di distrarre i due compagni, in modo che essi non si accorgessero che lui stava semplicemente accompagnando il movimento del remo, mentre Carse e Jaxart sostenevano tutta la fatica. Allora Carse diede al Valkisiano un colpo che per poco non lo fece schizzare via dal banco; e da quel momento anche il grasso furfante si sottopose alla sua parte di fatica, lamentandosi e sbuffando rumorosamente.

Il pomeriggio si trascinava, afoso e interminabile, ritmato dal continuo battito dei remi.

Le mani di Carse cominciarono a gonfiarsi, poi i palmi si scorticarono e sanguinarono. Il terrestre era robusto, e temprato da una vita d’azione su un mondo pericoloso e ostile come era stato Marte, al di fuori delle piccole isole di civiltà che i terrestri avevano costruito quando erano discesi sul pianeta rosso… isole troppo esigue perché la loro esistenza esercitasse qualche influsso sullo scorrere dell’antica vita di quel mondo. Era robusto, certo, ma la fatica del remo era immensa, e anche le sue forze lo abbandonavano, come acqua corrente, e un sordo dolore si diffondeva in tutto il suo corpo, e un velo di nebbia gli offuscava lo sguardo. Ben presto si sentì ridotto a una povera, inerme macchina ormai priva di forza, e invidiò Jaxart, lo invidiò con tutte le sue forze, perché il robusto, possente Khond remava senza tradire alcuna fatica, e pareva nato sul banco del rematore.

Gradualmente, la stanchezza stessa gli venne in aiuto. Era così intensa, così totale, che perfino la sofferenza del corpo, perfino il bruciore delle mani e la protesta disperata della schiena si stemperarono, persero chiarezza e intensità, e infine lo abbandonarono. Cadde in una specie di torpore, come un uomo sottoposto all’effetto di qualche potente droga, un torpore che permetteva al suo corpo di eseguire il compito che gli era richiesto meccanicamente, senza alcuna vera partecipazione dei sensi, senza un vero sforzo, senza neppure avvertire il morso bruciante delle frustate che piovevano imparzialmente sui rematori, dalla passerella.

Poi, nell’ultimo bagliore dorato del giorno, egli sollevò la testa, per respirare una boccata d’aria per i suoi polmoni brucianti ed esausti, e nel fare questo riuscì a vedere, attraverso la calura ondeggiante che gli velava la visione, la figura di una donna, ritta sul ponte sovrastante, con gli occhi fissi sul mare.

Capitolo VII

LA SPADA

Forse era una Sark, e forse era la personificazione stessa del male, come gli altri avevano detto. Ma qualunque fosse stata la sua natura, fece restare Carse senza fiato, e lo affascinò, a tal punto da impedirgli di distogliere lo sguardo.

Era ferma sul ponte, come una fiamma scura in un nembo di luce crepuscolare. Indossava l’abito dei guerrieri: un nero usbergo di maglia di ferro sopra una breve tunica color porpora, con un drago gemmato in rilievo sulla curva del seno coperto dall’armatura, e una spada corta al fianco.

Aveva la testa nuda. Portava i neri capelli corti tagliati a frangia sulla fronte, proprio sopra gli occhi, e sciolti dietro la nuca, in modo che le ricadessero sulle spalle. Sotto le sopracciglie nere, gli occhi parevano mandare lampi di fuoco liquido. Stava diritta, con le lunghe gambe snelle livemente divaricate, con gli occhi fissi sul mare.

Carse si sentì pervadere da un senso di amara ammirazione. Quella donna era la sua padrona, e lui la odiava, e odiava tutta la sua razza, ma non poteva ugualmente negare tutta la sua ardente bellezza, tutta la forza che pareva sprigionarsi dalla sua persona.

«Rema, carogna!»

L’imprecazione, e la frustata che la seguì, lo riportarono alla realtà, distogliendolo dall’attonita, affascinata contemplazione della Signora di Sark. Aveva perduto un colpo, facendo perdere la battuta a tutta la fila di rematori, e Jaxart stava imprecando, mentre Callus stava usando la frusta.

Callus impartiva imparzialmente le scudisciate, e il grasso Boghaz cominciò a gemere, con tutta la forza dei suoi polmoni:

«Pietà, Signora Ywain! Pietà, pietà!»

«Taci, canaglia!» ringhiò Callus, e continuò a frustarli, fino a quando il sangue non cominciò a scorrere.

Ywain abbassò lo sguardo, spostando la sua attenzione sulla fossa dei rematori. Chiamò, seccamente:

«Callus!»

Il capo dei rematori interruppe il suo lavoro, e s’inchinò:

«Sì, Altezza.»

«Aumenta le battute,» disse Ywain. «Svelto! Voglio raggiungere i Banchi Neri all’alba.» Guardò direttamente Boghaz e Carse, e aggiunse, «Frusta tutti coloro che perderanno un colpo.»

Si voltò, e il tamburo cominciò a battere più rapidamente. Carse guardò la schiena di Ywain, con espressione amara e furibonda a un tempo: come sarebbe stato bello domare quella donna! Sarebbe stato bello spezzare quella sua forza orgogliosa, piegarla completamente, sradicare in lei quel maledetto orgoglio, calpestarla e umiliarla!

La frusta batteva il tempo sulla sua schiena ribelle, e non c’era altro da fare se non remare.

Jaxart sorrise, il sorriso maligno di un lupo. Tra un colpo e l’altro, riuscì a dire, ansando:

«Sark governa il Mare Bianco… o almeno, ci tiene a proclamarsi sovrano del mare. Ma queste acque sono ancora percorse dai Re del Mare! E perfino Ywain non vuole indugiare!»

«Se i suoi nemici possono attaccare da un momento all’altro, perché questa galera non è accompagnata da qualche nave di scorta?» domandò Carse, ansimando a sua volta.

Jaxart scosse il capo.

«Neppure io riesco a capirne il motivo. Ho sentito dire che Garach ha mandato sua figlia per intimorire il regno di Jekkara, che minacciava di diventare troppo ambizioso. Ma perché sia venuta senza navi di scorta…»

Boghaz suggerì:

«Forse i Dhuviani le hanno fornito una delle loro misteriose armi, per proteggersi?»

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