La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
- Автор: Брэкетт Ли Дуглас
- Год: 1956
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Героическая фантастика
Электронная книга - «La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]». Краткое содержание книги:
«A causa delle conseguenze di questo peccato, i Quiru lasciarono il nostro mondo, andandosene in un luogo che nessuno conosce. Ma prima di partire, essi presero il peccatore Rhiannon, e lo rinchiusero in una tomba segreta, e insieme a lui seppellirono gli strumenti del suo spaventoso potere.
«C’è forse da stupirsi, se per un’era tutto Marte ha cercato quella Tomba in ogni luogo? È strano, forse, che l’Impero di Sark e i Re del Mare siano entrambi disposti a tutto, pur di entrare in possesso della potenza perduta del Maledetto? E ora che tu hai scoperto la tomba, io, Boghaz, dovrei forse biasimarti per la prudenza che usi nel proteggere il tuo segreto?»
Carse ignorò quell’ultima frase, che riproponeva in maniera velata la domanda che stava a cuore al grasso Valkisiano. Perché la sua mente stava ricordando… stava ricordando quegli strani strumenti, misteriosi arabeschi di gioielli e di prismi e di metalli sconosciuti, che egli aveva visto nella Tomba di Rhiannon, quando era emerso dall’abisso del tempo… quegli oggetti che non c’erano stati nel suo tempo, quando il suo viaggio aveva avuto inizio.
Erano stati quelli, dunque, i segreti di una scienza antichissima e grandiosa… una scienza perduta da epoche immemorabili, perfino in quel remoto passato, su quel pianeta Marte ridotto a uno stato semibarbaro? Era possibile che l’ipotesi considerata assurda dai più grandi archeologi del suo tempo… e cioè che fosse esistita un’età d’oro della scienza, su Marte, ancor prima dell’epoca alla quale risalivano le nebulose leggende tramandate per un milione di anni, e che quella scienza fosse andata perduta?
Interruppe il corso dei suoi pensieri, e domandò:
«Chi sono i Re del Mare? Da quanto mi hai detto, immagino che essi siano nemici di Sark.»
Boghaz annuì.
«Sark governa le terre a est, a nord e a sud del Mare Bianco. Ma a occidente esistono alcuni piccoli regni liberi abitati da feroci predoni del mare, come i Khond, e i loro Re del Mare sfidano la potenza di Sark.» Scosse più volte il capo, e aggiunse, «Sì, e ci sono molti uomini, anche nella mia terra, l’assoggettata Valkis, e altrove, che odiano in segreto Sark, a causa dei Dhuviani.»
«I Dhuviani?» ripeté Carse. «Ne hai già parlato prima. Chi sono?»
Boghaz sbuffò.
«Senti, amico, va bene fingere di essere ignorante, ma questo significa spingere il gioco troppo oltre! Non esiste tribù, per quanto lontana sia la sua terra, che non conosca e non tema il maledetto Serpente!»
Così ’Serpente’ era un nome generico che serviva a indicare i misteriosi Dhuviani? Carse si domandò, perplesso, per quale motivo essi venissero chiamati in quel modo.
Il terrestre s’accorse, d’un tratto, che la donna Nuotatrice lo stava fissando intensamente. Per uno sconcertante momento, ebbe la inesplicabile sensazione che ella gli stesse leggendo nel pensiero.
«Shallah ci sta guardando… meglio tacere, per il momento,» lo ammonì subito, Boghaz, sottovoce. «Tutti sanno che gli Halfling sono capaci di leggere nel pensiero, almeno un poco.»
Se era davvero così, pensò con cupa soddisfazione Carse, Shallah la Nuotatrice doveva avere trovato nei suoi pensieri delle cose strane e sorprendenti per lei, e avrebbe dovuto faticare molto, per capirle.
Lui era caduto su di un mondo completamente sconosciuto, un Marte di un’epoca ancor più antica delle ancestrali leggende del rosso pianeta morente del suo tempo, e gran parte dei costumi e della vita di quel mondo erano ancora un mistero, per lui.
Ma se Boghaz aveva detto la verità, e non vedeva per quale motivo avrebbe dovuto essere altrimenti, se gli strani oggetti che egli aveva visto nella Tomba di Rhiannon erano davvero gli strumenti di una scienza antica e immensamente progredita, e se su Marte quella scienza era andata perduta, kii che in quel momento era uno schiavo teneva tra le mani la chiave di un segreto desiderato e cercato da tutti gli abitanti di quel mondo.
Quel segreto poteva essere la sua salvezza, ma poteva anche essere la sua morte. Doveva custodirlo gelosamente, fino a quando non fosse riuscito a riacquistare la libertà, fino a quando non fosse riuscito a sciogliere le catene che lo tenevano prigioniero. Perché ormai la tremenda emozione, l’ottuso stupore che gli aveva ottenebrato la mente e che gli aveva quasi paralizzato il corpo, si erano in parte dissipati; e al loro posto ardeva, dentro di lui, la determinazione rabbiosa di riconquistare la libertà perduta, e di vendicarsi dei fieri e arroganti Sark che lo avevano imprigionato, e per i quali cominciava a provare un odio violento. Ogni cosa che lo circondava era avvolta dalle nebbie del mistero, ma sulla sua determinazione non v’erano dubbi. Era una certezza, la certezza alla quale doveva aggrapparsi, per dare una traccia logica al suo cammino su quel mondo nuovo e antico nel quale era precipitato.
Il sole era ormai alto nel cielo, e i suoi raggi cadevano impietosamente perpendicolari nella fossa scoperta dei rematori. Il vento mormorava tra le sartie, tra gli alti alberi, e gonfiava le vele, ma non portava alcun sollievo alla calura che gravava in quella fossa. Gli uomini abbrustolivano sui loro banchi, come pesci sulla graticola, e fino a quel momento nessuno aveva^portato loro del cibo o dell’acqua.
Carse guardava, con occhi socchiusi e pieni d’odio, i soldati Sark che oziavano, con portamento arrogante, sul ponte che dominava la fossa dei rematori. Sullo stesso ponte, a poppa, sorgeva isolata una cabina bassa, la cui porta rimaneva chiusa. Sul tetto piatto stava in piedi il timoniere, un massiccio marinaio Sark che teneva la pesante ruota del timone, e prendeva gli ordini da Scyld.
Anche Scyld era là, in piedi, accanto al timoniere, con la barba a punta sollevata, e gli occhi che fissavano il lontano orizzonte, oltre i miseri prigionieri curvi sui remi. Di quando in quando, egli impartiva un ordine, secco e aspro, al timoniere.
E finalmente arrivarono le razioni… pane nero, e un boccale d’acqua, portati da uno degli strani schiavi alati che Carse aveva già visto brevemente a Jekkara. La folla li aveva chiamati Celesti.
Carse studiò con profondo interesse la creatura alata. Pareva un angelo mutilato, con le splendide ali luminose crudelmente mozzate, e il bel viso sofferente. Si muoveva lento lungo la passerella, distribuendo le razioni, come se il camminare, per lui, fosse un pesante fardello. Non sorrideva e non parlava a nessuno, e i suoi occhi erano velati.
Shallah lo ringraziò, per il cibo che le aveva dato. Il Celeste non la guardò neppure, ma prosegui lentamente, trascinando il cesto vuoto. La Nuotatrice si rivolse a Carse:
«Muoiono quasi tutti, quando hanno le ali mozzate,» spiegò.
Carse capì che lei alludeva a una morte dello spirito. E la vista di quell’Halflìng dalle ali mozzate, stranamente, rinfocolò il suo odio per i Sark, un odio più profondo di quello che già provava per essere stato ridotto in schiavitù.
«Maledetti i bruti che hanno potuto fare una cosa simile!» borbottò.
«Sì, maledetti siano coloro che si associano nella malvagità all’infame Serpente!» brontolò cupamente Jaxart, il grande Khond incatenato al loro remo. «Sia maledetto il loro re, e la sua perversa figlia Ywain! Se ne avessi la possibilità, farei affondare sotto le onde questa nave, con tutti noi a bordo, per porre rimedio alle malefiche macchinazioni che certamente essa avrà preparato a Jekkara!»
«Perché non si è ancora mostrata?» domandò Carse. «È così delicata da restarsene chiusa nella sua cabina per tutto il viaggio fino a Sark?»
«Delicata quella strega?» Jaxart sputò, per esprimere il suo disprezzo, e aggiunse, «Si starà abbandonando ai più sfrenati piaceri con l’amante che tiene nascosto nella sua cabina. L’ho visto salire furtivamente a bordo a Sark, incappucciato e avvolto in un pesante mantello, e da allora non è più uscito; ma noi l’abbiamo visto!»