Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
«Devo prendermi cura dei cavalli» spiegò Luca, osservandoli mentre venivano staccati dal suo carro ridicolmente dipinto e condotti alle linee dei cavalli attraverso una pioggerellina leggera. Il sole era ancora a metà strada nella sua discesa verso l’orizzonte, ma dagli appositi buchi delle tende e dai camini metallici degli squadrati carri abitati si levavano pennacchi grigi. «Nessuno ci sta inseguendo e la strada per Lugard è lunga. Trovare buoni cavalli è difficile e costoso.»
Luca corruccio la fronte con amarezza e scosse il capo. Menzionare delle spese lo amareggiava sempre. Era un tirchio fatto e finito, eccetto quando si trattava di sua moglie. «Non ci sono molti posti fra qui e lì dove valga la pena fermarsi più di un giorno. Molti dei villaggi non farebbero un pubblico completo nemmeno se si presentasse tutta la popolazione, e non si può mai dire come sarà una cittadina finché non appronti tutto quanto. Non mi paghi abbastanza da lasciar perdere delle opportunità di guadagno, però.» Allacciandosi il mantello cremisi ricamato per tenere lontana l’umidità, lanciò un’occhiata verso il suo carro. L’odore di qualcosa di aspro si diffondeva attraverso la pioggerella. Mat non era sicuro che avrebbe voluto mangiare nulla di quello che cucinava la moglie di Luca. «Tu sei certo che nessuno ci stia inseguendo, vero, Cauthon?»
Abbassando irritato il suo cappello con uno strattone, Mat si allontanò a grandi passi attraverso la distesa disordinata e dai colori vividi di tende e carri digrignando i denti. Per quello che gli aveva offerto, Luca sarebbe dovuto essere disposto a far correre i suoi animali fino a Lugard. Be’, non proprio correre – non voleva uccidere dei cavalli, dopotutto – ma quel borioso damerino avrebbe dovuto acconsentire a darci dentro.
Non lontano dal carro di Luca, Chel Vanin era seduto su uno sgabello a tre gambe, rimestando qualche sorta di stufato scuro in un pentolino appeso sopra un fuocherello. La pioggia ci colava dentro dalla tesa incurvata del suo cappello, ma pareva che l’uomo grasso non se ne accorgesse o che non gliene importasse. Gorderan e Fergin, due delle Braccia Rosse, borbottavano maledizioni mentre conficcavano nel terreno pioli per assicurare le funi della tenda di tela coler marrone sporco che condividevano con Harnan e Metwyn. E anche con Vanin, ma questi possedeva delle capacità che reputava lo ponessero al di sopra di montare tende, e le Braccia Rosse erano d’accordo pur con qualche minima riluttanza. Vanin era un esperto maniscalco ma, cosa più importante, il più abile nel seguire tracce e il miglior ladro di cavalli di tutta la nazione – per quanto sembrasse improbabile – e qualunque nazione venisse nominata andava bene.
Fergin si accorse di Mat e si rimangiò un’imprecazione quando il suo martello mancò il piolo della tenda e colpì il suo pollice. Lasciando cadere il martello, si ficcò il pollice in bocca e si accucciò lamentandosi insistentemente. «Dovremo star fuori con questo tempaccio tutta la notte a sorvegliare quelle donne, mio signore. Non puoi assumere qualcuno di quei custodi di cavalli per occuparsi della tenda, in modo che possiamo almeno stare all’asciutto fin quando non dovremo bagnarci?»
Gorderan diede un colpetto sulla spalla di Fergin con un grosso dito. Era largo quanto Fergin era scarno, e tarenese, nonostante i suoi occhi grigi. «I custodi di cavalli monteranno la tenda e ruberanno tutto quello che contiene che non sia inchiodato, Fergin.» Un altro colpetto.
«Vuoi che uno di quei manolesta se ne vada con la mia balestra o con la mia sella? Quella è una buona sella.»
Un terzo colpetto quasi fece cadere di lato Fergin. «Se non montiamo questa tenda, Harnan ci farà stare di guardia tutta la notte.»
Fergin si incupì e brontolò, ma raccolse il suo mantello, strofinando via il fango dalla sua giacca. Era piuttosto bravo come soldato, ma non molto sveglio.
Varin sputò attraverso il buco che aveva fra i denti, mancando di poco il pentolino. Lo stufato aveva un odore magnifico dopo qualunque cosa Latelle stesse cucinando, ma Mat decise che non avrebbe mangiato neanche lì. Picchiettando il suo cucchiaio di legno sul bordo del pentolino per ripulirlo, l’uomo grasso alzò lo sguardo verso Mat, le sue palpebre pesanti. Il suo volto tondo pareva spesso semiaddormentato, ma solo uno sciocco ci avrebbe creduto. «A questo ritmo, raggiungeremo Lugard per la fine dell’estate. Sempre che ci arriviamo.»
«Ci arriveremo, Vanin» disse Mat, con più fiducia di quanta ne provasse al momento. La ruvida giacca di lana, che poche ore prima aveva indossato asciutta, teneva lontana la pioggia solo in certi punti e l’acqua gli stava colando lungo la schiena. Era difficile sentirsi fiduciosi con della pioggia gelida che ti scivolava lungo la spina dorsale.
«L’inverno è quasi terminato. Ci muoveremo più in fretta una volta giunta la primavera. Vedrai. Per metà primavera saremo a Lugard.»
Non era sicuro nemmeno di quello. Coprirono non più di due leghe quel primo giorno, dopodiché due leghe e mezza costituivano una buona giornata. Non molti posti potevano essere definiti cittadine lungo la Grande Strada Settentrionale, un nome che cominciava a cambiare molto in fretta man mano che lo spettacolo si spingeva a nord. La gente la chiamava ‘La Strada di Ebou Dar’ o ‘La Strada del Traghetto’, o alle volte soltanto ‘La strada’, come se ne esistesse solo una. Ma Luca si fermava in qualunque insediamento, vero o presunto, cinto da mura o solo un villaggio raffazzonato con sei strade e l’imitazione dal selciato diseguale di una piazza cittadina. Quasi mezza giornata se ne andava per montare lo spettacolo ed erigere il muro di tela attorno a esso, con quell’enorme striscione blu a lettere rosse sopra l’entrata. Il Grandioso Spettacolo Viaggiante di Valan Luca. Non era da Luca tralasciare l’opportunità di una folla. O delle monete nei loro borsellini. O l’opportunità di sfoggiare uno di quei suoi mantelli rosso sgargiante e bearsi nella loro adulazione. A Luca piaceva quasi quanto le monete. Quasi.
La stranezza degli artisti e gli animali provenienti da terre lontane erano sufficienti ad attirare la gente. Se era per quello, sarebbero andati bene anche gli animali delle terre vicine: pochi si erano avventurati tanto nella campagna da vedere un orso, tanto meno un leone. La folla diminuiva solo se la pioggia era fitta, e quando era troppa i giocolieri e gli acrobati rifiutavano di esibirsi senza qualche genere di copertura sulla testa. La qual cosa faceva camminare in giro Luca in una collera imbronciata e parlare in modo sfrenato di trovare abbastanza tela impermeabile per riparare ogni esecuzione, di far costruire un tendone tanto grande da contenere l’intero spettacolo. Un tendone! Quell’uomo era certo pomposo nelle sue ambizioni. Perché non un palazzo su ruote, già che c’era?
Se Luca e il modo lento in cui lo spettacolo si muoveva fossero stati tutto ciò di cui Mat doveva preoccuparsi, sarebbe stato un uomo felice. Talvolta, ancora prima che un solo carro dello spettacolo cominciasse a muoversi, due o tre convogli di coloni seanchan che procedevano piano e si erano svegliati di buon mattino li superavano con i loro carri dalla strana forma appuntita e quelle mucche, pecore o capre dall’aspetto singolare. Altre volte, colonne di soldati seanchan li sorpassavano mentre loro proseguivano lenti, ranghi di uomini che indossavano elmi come enormi teste d’insetto, dall’andatura decisa, e colonne di cavalieri con le loro armature di piastre sovrapposte pitturate a strisce. Una volta, i cavalieri erano su dei torm, creature dalle scaglie di bronzo simili a gatti grandi quanto un cavallo. Tranne per il fatto che avevano tre occhi. Una ventina di essi si snodarono in avanti a balzi sinuosi più veloci del trotto di un cavallo. Né i cavalieri né i loro destrieri rivolsero allo spettacolo una seconda occhiata, ma i cavalli dello spettacolo si imbizzarrirono al passaggio dei torm, nitrendo e impennandosi dove si trovavano. I leoni, i leopardi e gli orsi ruggirono nelle loro gabbie, e gli strani cervi si scagliarono contro le sbarre cercando di fuggire. Ci vollero ore per calmare tutto abbastanza da poter muovere di nuovo i carri, e Luca insistette perché per prima cosa ci si occupasse dei graffi degli animali in gabbia. I suoi animali erano un grosso investimento. Per due volte, ufficiali con elmi dalle piume sottili decisero di controllare l’autorizzazione per i cavalli di Luca, e Mat stillò sudore freddo delle dimensioni di acini d’uva finché non procedettero, soddisfatti. Man mano che lo spettacolo avanzava lento verso nord, il numero di Seanchan per la strada diminuì; tuttavia lui sudava ancora ogni volta che vedeva un altro gruppo, che fossero soldati o coloni. Forse Suroth stava davvero tenendo segreta la scomparsa di Tuon, ma i Seanchan l’avrebbero cercata. Bastava solo un ufficiale ficcanaso che raffrontasse le cifre sull’autorizzazione col numero dei cavalli. Avrebbe ispezionato i carri passandoli al pettine, di certo. Solo un’invadente sul’dam che pensasse potesse esserci una donna in grado di incanalare fra giocolieri, acrobati e contorsioniste. Stillava sudore delle dimensioni di prugne! Sfortunatamente, non tutti avevano gran riguardo per la propria pelle.