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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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«Le mie scuse, Cercatore» disse Egeanin abbassando la balestra. «Perché sei qui?» Non gli aveva chiesto il nome, qualsiasi cosa avesse risposto poteva e non poteva essere vera.

Lasciò la placca fra le mani di Egeanin mentre si rivestiva senza fretta. Un promemoria subdolo. Lei era un capitano e lui una proprietà, ma era anche un Cercatore e per legge poteva interrogarla in base solo alla sua autorità. Per legge l’uomo aveva il diritto di mandarla a comperare la corda per legarla mentre la interrogava e si sarebbe aspettato che la donna tornasse con la corda. Fuggire da un Cercatore era un crimine. Rifiutarsi di cooperare era un crimine. Egeanin non aveva mai preso in considerazione un’azione criminale in tutta la sua vita, non più di quanto aveva considerato il tradimento del Trono di Cristallo. Ma se avesse posto le domande sbagliate, preteso le risposte sbagliate... Aveva la balestra ancora a portata di mano e Cantorin era lontana. Pensieri selvaggi. Pensieri pericolosi.

«Io servo la Somma signora Suroth e il Corenne, per l’imperatrice» intonò l’uomo. «Sto controllando i progressi degli agenti che la Somma signora ha piazzato in queste terre.»

Controllando? Cosa c’era da controllare, e perché un Cercatore? «Non mi è stato riferito nulla dalle navi corriere.» Il sorriso dell’uomo si fece più profondo ed Egeanin arrossì. Ovviamente gli equipaggi non avrebbero parlato di un Cercatore. Malgrado ciò l’uomo rispose mentre si abbottonava la camicia.

«Le navi corriere non possono essere messe in pericolo con i miei viaggi. Ho navigato sul veliero di un contrabbandiere locale, un uomo che si chiama Bayle Domon. La sua imbarcazione si ferma ovunque a Tarabon, nell’Arad Doman e nel mezzo.»

«Ho sentito parlare di lui» rispose tranquilla. «È andato tutto bene?»

«Adesso sì. Sono contento che almeno tu abbia compreso bene le tue istruzioni. Fra tutti, solo i Cercatori ci sono riusciti. È increscioso che non ci siano più Cercatori con l’Hailene.»

Mettendosi la giacca in spalla raccolse la placca del cercatore dalle mani di Egeanin. «C’è stato un certo imbarazzo circa il ritorno delle sul’dam disertaci. Non devono diventare di dominio pubblico. Molto meglio se spariscono semplicemente.»

Solo perché aveva avuto alcuni momenti per pensare Egeanin riuscì a mantenere un’espressione uniforme. Le era stato riferito che le sul’dam erano state lasciate indietro durante la fuga precipitosa da Falme. Probabilmente qualcuna aveva disertato. Le sue istruzioni, impartitele dalla Somma signora Suroth in persona, erano state di far tornare tutte quelle che riusciva a trovare, che volessero o no e, qualora non fosse stato possibile, eliminarle. L’ultima era sembrata solamente l’alternativa finale. Fino a questo momento.

«Mi dispiace che in queste terre non conoscano il kaf» osservò l’uomo, sedendosi a tavola. «Anche a Cantorin solo il Sangue ha ancora il kaf. Almeno era così quando sono partito. Forse da allora sono arrivate delle navi con i rifornimenti da Seanchan. Il tè andrà bene. Preparamelo.»

Egeanin quasi lo buttò giù dalla sedia. L’uomo era una proprietà. E un Cercatore. Egeanin preparò il tè e glielo servì, rimanendo in piedi vicino alla sua sedia con la teiera in mano per mantenere la tazza piena. Fu sorpresa che l’uomo non le avesse chiesto di indossare un velo e danzare per lui su un tavolo.

Alla fine le fu permesso di sedersi, dopo aver preso penna, inchiostro e carta, ma solo per disegnare mappe di Tanchico e le sue difese e ogni altra città e villaggio che conosceva, fino all’ultimo. Egeanin elencò le varie forze in campo, tutto quello che sapeva della loro potenza e lealtà, quanto aveva dedotto del loro schieramento.

Quando ebbe terminato, l’uomo si mise in tasca tutte le carte, la istruì di inviare il contenuto del sacco di iuta con la successiva nave corriere e se andò con un sorriso divertito, avvisando che avrebbe potuto controllare i suoi progressi tra poche settimane.

Egeanin rimase seduta a lungo dopo che l’uomo se ne fu andato. Ogni mappa che aveva disegnato, ogni lista che aveva compilato, tutti duplicati di copie che aveva spedito da tempo con le navi corriere. Farglielo fare di nuovo mentre guardava poteva essere una punizione per averlo costretto a mostrarle i tatuaggi. I Sorveglianti della Morte ostentavano i loro corvi, i Cercatori lo facevano raramente. Poteva essere quello. Almeno non era sceso in cantina prima del suo arrivo. O forse sì? Era semplicemente rimasto ad aspettarla per parlare?

Il grosso lucchetto di ferro davanti alla porta sul corridoio subito oltre la cucina sembrava intonso, ma si raccontava che i Cercatori sapessero come aprire i lucchetti anche senza chiavi. Prendendo la chiave dal sacchetto appeso alla cintura, aprì il lucchetto e scese la stretta scala.

Una lampada su uno scaffale illuminava il pavimento impolverato della cantina. Solo quattro pareti di mattoni, prive di qualsiasi cosa potesse servire per fuggire. Nell’aria era sospeso il vago odore del secchio dell’acqua sporca. Dal lato opposto alla lampada, una donna in un abito sudicio stava seduta sconsolata su alcune rozze coperte di lana. Sollevò il capo quando sentì i passi di Egeanin, gli occhi scuri erano spaventati e imploranti. Era la prima sul’dam che Egeanin aveva trovato. La prima e l’unica. Egeanin aveva smesso di cercare dopo aver trovato Bethamin. E da allora la donna era rimasta rinchiusa in cantina, mentre le navi corriere andavano e venivano.

«È sceso qualcuno?» chiese Egeanin.

«No. Ho sentito dei passi di sopra, ma... No.» Bethamin allungò le mani. «Ti prego, Egeanin. Questo è tutto un errore. Mi conosci da dieci anni. Toglimi queste cose.»

Attorno al collo aveva un collare d’argento, collegato da uno spesso guinzaglio d’argento a un braccialetto dello stesso metallo appeso a un gancio a qualche centimetro di distanza dalla testa. Glielo aveva messo quasi per sbaglio, solo per tenerla ferma qualche momento. A quel punto aveva cercato di abbattere Egeanin per fuggire.

«Se me lo porti, lo farò» rispose arrabbiata Egeanin. Era adirata per molte cose, ma non con Bethamin. «Porta l’a’dam qui e io lo rimuoverò.»

Bethamin rabbrividì e lasciò ricadere le mani. «È un errore» sussurrò. «Un terribile errore.» Ma non fece una mossa verso il braccialetto. Il primo tentativo di fuga l’aveva lasciata in preda alle contrazioni sul pavimento del piano superiore, stravolta dalla nausea, ed Egeanin si era sbalordita.

Le sul’dam controllavano le Damane, donne che potevano incanalare, usando l’a’dam. Era la Damane che poteva incanalare, non la sul’dam. Ma un a’dam poteva controllare solo una donna in grado di incanalare. Nessun’altra donna o nessun altro uomo — i giovani uomini che potevano incanalare venivano giustiziati — solo una donna in grado di incanalare. Se a una donna così veniva messo il collare non poteva fare più di pochi passi senza il braccialetto al polso di una sul’dam a completare il legame.

Egeanin si sentiva molto stanca quando risalì le scale e richiuse la porta. Anche lei voleva del tè, ma il poco che il Cercatore aveva lasciato era freddo e non aveva voglia di prepararne altro. Invece si sedette ed estrasse l’a’dam dal sacco di iuta. Per lei era solamente una fine lavorazione d’argento, non poteva usarlo e non poteva farle del male, a meno che qualcuno non l’avesse usato per colpirla.

Anche il solo collegarsi con un a’dam, negando la sua capacità di controllarlo, era abbastanza da farle correre dei brividi lungo la schiena. Le donne che potevano incanalare erano animali pericolosi, non persone. Erano state loro a provocare la Frattura del Mondo. Dovevano essere controllate, o avrebbero trasformato tutti in loro proprietà. Questo era quanto le era stato insegnato, ciò che era stato insegnato a Seanchan per un millennio. Strano che non fosse accaduto anche qui. No. Quella era una pericolosa e sciocca linea di pensiero.

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