L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
La donna lo interruppe. «Ti ho proibito le domande, Jaichim. Un bravo cane obbedisce alla padrona, vero? Ti garantisco che se non lo farai mi pregherai di andare a cercare un Myrddraal che giochi con te. Mi hai capita?»
«Ho capito» rispose angosciato. La donna continuò a fissarlo e dopo un momento Carridin comprese. «Farò come dici... padrona.» Il fugace sorriso di approvazione di lei lo fece arrossire. La donna si mosse verso la porta, voltandogli le spalle come se fosse veramente un cane, e senza denti. «Come... come ti chiami?» Stavolta il sorriso che ricevette in risposta fu dolce e canzonatorio. «Sì. Un cane dovrebbe conoscere il nome della sua padrona. Mi chiamo Liandrin. Ma questo nome non dovrà mai sfiorare le labbra del cane. Se dovesse accadere, sarò molto dispiaciuta con te.»
Quando la porta si chiuse alle spalle dell’Aes Sedai, Carridin barcollò fino a una sedia dallo schienale alto intarsiata d’avorio e vi si accasciò. L’acquavite la lasciò dov’era, per come aveva lo stomaco a soqquadro lo avrebbe fatto vomitare. Che interesse poteva avere quella donna al Palazzo del Panarca? Forse era una linea pericolosa di pensiero, ma anche se servivano lo stesso padrone non poteva provare altro che repulsione nei confronti delle streghe di Tar Valon.
La donna sapeva meno di quanto credeva. Con le garanzie del re in mano, poteva tenere Tamrin e il suo esercito lontano dalla propria gola con la minaccia di svelare tutto e poteva fare lo stesso con Amathera. Però potevano sempre sollevare le folle. E il lord Capitano Comandante poteva più che disapprovare l’intera faccenda, poteva pensare che Carridin fosse alla ricerca di un potere personale. Carridin si lasciò ricadere la testa fra le mani, visualizzando Niall che firmava la sua condanna a morte. Sarebbe stato arrestato dai suoi uomini e impiccato. Se riusciva a organizzare la morte delle strega... ma aveva promesso di proteggerlo dal Myrddraal. Voleva mettersi nuovamente a piangere. La strega non era nemmeno presente, eppure lo aveva intrappolato del tutto, aveva delle morse d’acciaio strette su entrambe le gambe e un cappio attorno al collo.
Doveva esserci una via d’uscita, ma in ogni direzione guardasse c’era solamente un’altra trappola.
Liandrin si mosse furtiva lungo i corridoi, evitando facilmente servitori e Manti Bianchi. Quando uscì da una piccola porta posteriore in uno stretto vicolo dietro al palazzo, l’alta giovane guardia la fissò con un misto di sollievo e disagio. Il piccolo trucco di suggestionare il ragazzo — solo una goccia di Potere — non era stato necessario con Carridin, ma aveva convinto facilmente quest’idiota che lei doveva entrare. Sorridendo, si avvicinò a lui. Il magro tanghero fece un sorriso come se si aspettasse un bacio, ma l’espressione gli si congelò non appena una sottile lama gli trapassò un occhio.
Liandrin balzò indietro agilmente mentre il ragazzo crollava, un sacco di carne senza ossa. Adesso non avrebbe parlato di lei nemmeno per sbaglio. Nemmeno una goccia di sangue le macchiava la mano. Le sarebbe piaciuto avere la capacità di Chesmal di uccidere con il Potere, o anche il talento inferiore di Rianna. Strano che la capacità di uccidere con il Potere, di bloccare un cuore o far bollire il sangue nelle vene, fosse così strettamente legata alla guarigione. Lei non poteva guarire se non piccoli graffi o lividi, non che le interessasse.
La sua portantina laccata di rosso e intarsiata d’oro e avorio attendeva in fondo al vicolo e con quella le guardie del corpo, una dozzina di uomini con i volti di lupi affamati. Una volta nelle strade, aprirono facilmente un varco attraverso la folla, colpendo con le lance chiunque non si facesse da parte abbastanza in fretta. Erano tutti dediti al Sommo Signore delle Tenebre, e anche se non sapevano con esattezza chi lei fosse, sapevano che altri uomini erano scomparsi, uomini che non avevano servito come avrebbero dovuto.
La casa che lei e le altre avevano occupato, due piani coperti da pietra piatta e intonacata, sul fianco di una collina alla base del Verana, la penisola più orientale di Tanchico, apparteneva a un mercante che aveva prestato giuramento al Sommo Signore. Liandrin avrebbe preferito un palazzo — un giorno forse avrebbe preso il palazzo del re sul Maseta. Era cresciuta guardando con invidia i palazzi dei signori, e perché avrebbe dovuto accontentarsi di uno di quelli? — ma era più logico restare ancora nascosta. Impossibile che le sciocche di Tar Valon sospettassero che si trovavano a Tarabon, ma la Torre certamente stava ancora dando loro la caccia e i segugi di Siuan Sanche potevano essere ovunque.
Dei cancelli si aprivano su una piccola corte, senza finestre se non al piano superiore. Lasciando le guardie e i portatori là, si affrettò a entrare. Il mercante aveva procurato loro alcuni servitori, tutti fedeli al Sommo signore aveva assicurato, ma appena sufficienti per provvedere a undici donne che raramente uscivano. Una ragazza bella e robusta con un treccia nera, di nome Gyldin, stava spazzando le mattonelle rosse e bianche dell’entrata quando giunse Liandrin.
«Dove sono le altre?» chiese.
«Nella ritirata anteriore.» Gyldin indicò verso le porte con il doppio arco a destra di Liandrin come se questa potesse non sapere dov’era.
Liandrin serrò le labbra. La donna non le aveva fatto la riverenza e non aveva usato nessun titolo in forma di rispetto. Non sapeva chi realmente fosse Liandrin, ma certamente sapeva che era in una posizione abbastanza elevata da dare ordini ed essere obbedita, da spedire la famiglia di quel mercante grasso in qualche stamberga. «Tu in teoria dovresti pulire, vero? Non dovresti stare in giro a ciondolare. Be’, pulisci! C’è polvere ovunque. Se stasera trovo un granello di polvere, brutta vacca, ti farò frustare!» Quindi strinse i denti. Aveva imitato per così tanto tempo il modo di parlare di nobili e benestanti da dimenticare che suo padre aveva venduto frutta al mercato, eppure nei momenti di rabbia il linguaggio volgare le tornava alla bocca. Troppa tensione. Troppa attesa. Con un ultimo aggressivo «Lavora!» entrò nella stanza e si sbatté la porta alle spalle.
Le altre non erano tutte presenti, cosa che la irritò anche di più. Eldrith Inondar, seduta dietro a un tavolo intarsiato di lapislazzuli sotto a un arazzo appeso a una parete bianca intonacata, stava raccogliendo con cura degli appunti da un manoscritto rovinato, a tratti pulendo con fare assente il pennino sulla manica del vestito di lana scura. Marrilin Gemalphin stava seduta accanto a una delle strette finestre, gli occhi azzurri sognanti che fissavano la piccola fontana zampillare nella corte, grattando pigramente le orecchie di un gatto rosso e apparentemente inconsapevole dei peli che restavano attaccati al vestito di seta verde. Lei ed Eldrith erano entrambe Marroni, ma se Marrilin scopriva che Eldrith era il motivo per cui i gatti randagi che portava a casa continuavano a scomparire, ci sarebbero stati problemi.
Erano state Marroni. A volte era difficile ricordare che non lo erano più, o che lei non era più una Rossa. Molto di ciò che le aveva evidenziate come appartenenti alle vecchie Ajah rimaneva, anche ora che erano apertamente impegnate con la Nera. Per esempio le due ex Verdi. La donna dalla pelle ramata e il collo da cigno, Jeaine Caide, indossava il più sottile abito di seta che era riuscita a trovare — oggi bianco — e rideva sostenendo che gli abiti dovevano bastare, visto che non c’era nulla di disponibile a Tarabon per attirare l’attenzione di un uomo. Jeaine era dell’Arad Doman. Le donne di quel posto erano note per i loro abiti scandalosi. Asne Zeramene, con gli occhi scuri a mandorla e il naso grande, sembrava quasi modesta con l’abito grigio chiaro, tagliato semplicemente e a collo alto, ma Liandrin l’aveva sentita rimpiangere più di una volta di essersi lasciata indietro i Custodi.
Per quanto riguardava Rianna Andomeran... i capelli neri con una striatura totalmente bianca sopra l’orecchio sinistro incorniciavano un viso con la fredda arroganza che solamente alcune bianche potevano assumere.
«È fatta» annunciò Liandrin. «Jaichim Carridin porterà i Manti Bianchi nel Palazzo del Panarca e lo occuperà per noi. Naturalmente non sa ancora che avremo ospiti.» Vi furono alcune smorfie; cambiare Ajah non aveva certamente alterato i sentimenti nei confronti di uomini che odiavano le donne che potevano incanalare. «C’è un fatto interessante. Credeva che fossi andata lì per giustiziarlo. Per non essere riuscito a uccidere Rand al’Thor.»