L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
«Lo era?» rispose Rand. Gli occhi di Moiraine brillarono alla luce del fuoco prima che ritornasse ai feriti.
Anche Egwene venne da lui, ma solo per dirgli con un basso e fiero sussurro: «Qualsiasi cosa tu stia facendo per turbarla, smettila!» Lo sguardo che lanciò ad Aviendha non lasciava dubbi riguardo a chi si riferisse, e andò ad aiutare Bair e Amys prima che Rand potesse rispondere che non aveva fatto nulla. Era ridicola con quelle due trecce e i fiocchi. Anche gli Aiel sembravano della stessa opinione, infatti alcuni le ridevano alle spalle.
Inciampando e rabbrividendo, Rand cercò la sua tenda. Non era mai stato così stanco prima d’ora. La spada quasi non si era materializzata. Sperava che fosse la stanchezza. A volte non c’era nulla quando si protendeva verso la Fonte e a volte il Potere non faceva ciò che lui voleva, ma quasi dall’inizio la spada arrivava sempre senza che ci pensasse. Adesso più che in ogni altro momento... doveva essere la stanchezza.
Aviendha aveva insistito per seguirlo fino alla tenda, e quando il mattino seguente si svegliò, lei era seduta fuori a gambe incrociate. Senza lancia e scudo. Spia o meno, era contento di vederla. Almeno sapeva chi e cosa fosse, e cosa provasse per lui.
38
Volti nascosti
Il Giardino delle Brezze d’Argento non era affatto un giardino ma un enorme negozio di vini, anche troppo grande per essere chiamato negozio, in cima a una collina nel mezzo del Calpene, la più occidentale delle tre penisole di Tanchico sotto al Grande Circolo. Almeno una parte del nome derivava dalle brezze che soffiavano fra le colonne lucide striate di verde e le balaustre che rimpiazzavano una parete, tranne all’ultimo piano. Delle tende dorate di seta oleata potevano essere abbassate in caso di pioggia. Da quel lato la collina era scoscesa, e i tavoli lungo la balaustra offrivano una visuale chiara sulle cupole bianche, le guglie e il grande porto affollato con più imbarcazioni del solito. Tanchico aveva un bisogno disperato di ogni cosa e c’era oro da guadagnare, finché con il tempo non si fosse esaurito.
Con le lampade dorate, i soffitti a intarsi di ottone lucidato fino a splendere come oro, e gli inservienti del luogo, uomini e donne scelti per la loro grazia, bellezza e discrezione. Il Giardino delle Brezze d’Argento era il locale più costoso della città, anche prima che giungessero i problemi. Adesso era oltraggioso. Ma quelli che avevano a disposizione somme consistenti ancora vi si recavano, come anche coloro che avevano a che fare con il potere e l’influenza sugli altri, o così pensavano. In alcuni casi c’era meno lavoro rispetto al passato, in altri di più.
Delle pareti basse circondavano ogni tavolo, creando sul pavimento delle isolette di mattonelle verdi e dorate. Ogni parete, lavorata come se fosse un merletto affinché nessuno spione potesse ascoltare senza essere visto, era alta abbastanza per nascondere le persone che si incontravano da sguardi occasionali o passanti. Anche così, se erano prudenti, gli avventori di solito erano mascherati, particolarmente negli ultimi tempi, e alcuni avevano delle guardie del corpo accanto ai tavoli, anch’esse mascherate per evitare di essere riconosciute. E si diceva che la maggior parte fosse prudente. Nessuna guardia era armata visibilmente: la proprietaria del Giardino delle Brezze d’Argento, una donna fiorente dall’età indefinita di nome Selindrin, non consentiva le armi. La regola non veniva infranta, almeno non apertamente.
Dal solito tavolo vicino alla balaustra, Egeanin guardava le navi nel porto, specialmente quelle che mettevano vela. Le facevano venire voglia di tornare sul ponte a impartire ordini. Non si era mai aspettata che il dovere l’avrebbe portata a questo.
Inconsciamente aggiustò la maschera di velluto che le nascondeva la parte superiore del viso. Si sentiva ridicola a indossare quella cosa, ma era necessario confondersi con la folla. La maschera — blu, per adeguarsi al vestito di seta a collo alto che indossava — l’abito e i capelli scuri, ormai arrivati fin sotto le spalle, erano il massimo che potesse fare. Passare per Taraboniana non era necessario — Tanchico era piena di rifugiati, per la maggior parte stranieri travolti dai problemi — ed era comunque oltre le sue possibilità. Queste persone erano degli animali, non avevano disciplina o ordine.
Con rimpianto si voltò dal porto al compagno di tavolo, un tizio dal viso sottile con il sorriso avido di una donnola. Il colletto consunto di Floran Gelb non era da Giardino delle Brezze d’Argento, e l’uomo non faceva altro che asciugarsi le mani sulla giubba. Egeanin era costretta a incontrare sempre lì gli uomini untuosi con cui doveva aver a che fare. Per loro era come una ricompensa e un modo per tenerli a disagio.
«Cos’hai per me, mastro Gelb?»
Asciugandosi le mani, l’uomo sollevò una ruvida sacca di tela di iuta e la poggiò sul tavolo, guardandola ansioso. La donna appoggiò la sacca a terra prima di aprirla. All’interno vi era un a’dam di metallo argentato, un collare e un braccialetto collegati da un guinzaglio ben lavorato. Chiuse la sacca e la lasciò in terra. Questo era il terzo che Gelb aveva trovato, più di quanto avesse fatto chiunque altro.
«Molto bene, mastro Gelb.» Un piccolo sacchetto apparve dall’altro lato del tavolo. Gelb lo fece scomparire sotto alla giubba come se contenesse la corona dell’imperatrice invece che una manciata d’argento. «C’è altro?»
«Quelle donne? Quelle che vuoi che io cerchi?» Egeanin si era abituata alla parlata veloce di questa gente, ma desiderava che l’uomo non si leccasse le labbra a quel modo. Non rendeva più difficile capirlo, ma era sgradevole da vedere.
Stava quasi per dire all’uomo che non era più interessata. Ma questo dopotutto era parte del motivo per cui si trovava a Tanchico, ormai forse la sola ragione. «Cosa mi dici di loro?» Che potesse anche solo pensare di tirarsi indietro dal proprio dovere la fece parlare più duramente di quanto voleva e Gelb trasalì.
«Credo... credo di averne trovata un’altra.»
«Ne sei certo? Ci sono stati... errori.»
Errore era un modo gentile di definirle. Circa una dozzina di donne che si avvicinavano vagamente alla descrizione da lei fornita, un fastidio che poteva ignorare dopo averle viste. Ma quella nobile, una rifugiata dopo che la residenza le era stata incendiata durante la guerra... Gelb l’aveva sequestrata dalla strada credendo che avrebbe guadagnato di più consegnandola piuttosto che rivelando dove si trovava. In sua difesa c’era da dire che lady Leilwin assomigliava molto a una delle donne che Egeanin stava cercando, ma aveva spiegato all’uomo che non parlavano con un accento riconoscibile, di certo non quello di Tarabon. Egeanin non voleva uccidere la donna, eppure anche a Tanchico qualcuno avrebbe potuto dare ascolto al suo racconto. Leilwin era stata imbarcata, legata e imbavagliata, su una delle navi messaggere che salpavano di notte; era giovane e bella, e qualcuno avrebbe saputo cosa farsene piuttosto che tagliarle la gola. Ma Egeanin non era a Tanchico alla ricerca di cameriere per il Sangue.
«Nessun errore, signora Elidar» rispose rapidamente, rivolgendole un sorriso dentato. «Non stavolta. Ma... ho bisogno di oro. Per essere certo. Per avvicinarmi a sufficienza. Quattro o cinque corone?»
«Io pago per i risultati» rispose con fermezza Egeanin. «Dopo i tuoi... errori, sei fortunato che ti paghi.»
Gelb si leccò nervosamente le labbra. «Avevi detto... proprio all’inizio, avevi detto che avevi del denaro per quelli che potevano fare lavori speciali.» Un muscolo sulla guancia dell’uomo guizzò, gli occhi scattarono in tutte le direzioni come se qualcuno stesse ascoltando dietro alla parte merlettata attorno ai tre lati del tavolo, e abbassò la voce a un sussurro. «Causare problemi? Ho sentito una voce — da un tizio che è il servitore personale di lord Brys — sull’Adunanza e la scelta del nuovo Panarca. Credo che potrebbe essere vera. L’uomo era ubriaco e quando si è accorto di quanto aveva detto, se l’è quasi fatta sotto. Anche se non fosse vera, la voce separerebbe ancora Tanchico in due.»